NO AL CALCIO POST-MODERNO! Il derby di Roma raccontato da Kant e Pasolini

All’incirca due volte all’anno la città eterna si ferma. Se la frenesia, il rumore e il traffico sono dei segni distintivi di Roma, quando si gioca il derby Roma-Lazio tutto questo viene meno: Roma diventa una città fantasma, tutti sono in casa a vedere la partita e per le strade della capitale è possibile incontrare praticamente solo turisti. Lungo le strade è possibile vedere, come nei film western, le pallette di fieno che vengono spinte dal vento nel deserto. Roma il giorno del derby si ferma. Sembra un esagerazione, ma non è così. Roma e i romani, laziali e romanisti, aspettano questo giorno come se fosse il loro compleanno, come se fosse natale, come se fosse il giorno del loro matrimonio. Non è solo la partita che conta. Si tratta, citando alcuni tifosi laziali che  incitavano la squadra prima di un derby, di  una “guerra etnica”. Ci sono molte “partite nella partita”: dalla coreografia più bella, allo sfottò più divertente il giorno dopo ai danni del collega o del compagno di banco. Si può dire, e forse mi possono capire solo i romani, che la vittoria del derby è certificata, più che dal risultato in campo, dalle scritte che appaiono sugli autobus in luogo dei capolinea.

Il derby è un’esperienza totalizzante, per molti versi in contrasto con la frenesia quotidiana non solo della città, ma anche della società in cui vive ognuno di noi. Eppure spesso tale momento di eccitazione di massa viene ricondotto al campanilismo o a un semplice momento di svago. Per fugare questo sospetto può essere interessante provare ad andare oltre lo stereotipo del romano coatto e del provincialismo becero, cercando di difendere una tesi forte e impegnativa. Un avvenimento così totalizzante e importante per molti esseri umani non può e non deve rimanere priva di un’analisi filosofica e in particolare si vuole, in questa sede, difendere la tesi secondo la quale il derby di Roma è, in tutto e per tutto, un’esperienza estetica. Ci serviremo fondamentalmente di tre pensatori: uno psicologo, Lacan; un filosofo, Immanuel Kant e un personaggio che Roma l’ha vissuta e raccontata: Pier Paolo Pasolini.

Partiamo da due presupposti: l’esperienza estetica è un qualcosa che provoca in primis un momento in cui la realtà viene “messa tra parentesi” e ci si riesce a concentrare solo sull’esperienza, nella quale ci immergiamo e dalla quale veniamo rapiti.

Analizzeremo inoltre solo ciò che avviene all’interno dello stadio, altrimenti sarebbe necessario aprire un discorso sul medium televisivo che ci porterebbe fuori tema, dovendo necessariamente tirare in ballo autori come Benjamin e la sua tesi circa “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”.

Cerchiamo di procedere attraverso una narrazione. Ore 14.00 del giorno del derby, manca un’ora alla partita. Gli spalti sono già pieni, ottantamila persone sono in attesa dell’inizio della battaglia, nelle curve si preparano le coreografie. Ecco un primo punto: le coreografie. Sono opere d’arte contemporanee in tutto e per tutto: la coreografia non è opera di un’artista, è opera di trentamila persone che nello stesso momento compiono lo stesso gesto creando, ex nihilo, uno spettacolo di cui loro, in primis, non hanno coscienza. Le persone della curva sono allo stesso momento artista e opera, superando il dualismo tipico dell’arte occidentale.

Arriviamo a pochi minuti dall’inizio della partita e presupponiamo che sia la Roma a giocare in casa, per motivi puramente accademici. La Roma infatti canta l’inno prima della partita. Chiamiamo in aiuto Kant: “ la vera sublimità non deve essere cercata se non nell’animo di colui che giudica e non nell’oggetto”. Il sublime kantiano, in questo caso quello matematico, nasce in presenza di qualcosa di smisuratamente grande, tale da farci sentire probabilmente dispiaciuti perché non possiamo arrivare all’infinito, ma tuttavia proviamo una sensazione di piacere perché la nostra ragione sente la spinta dell’infinito. Questo è esattamente quello che succede quando cinquantamila romanisti urlano all’unisono “ROMA,ROMA,ROMA”. E’ interessante poi notare come Kant ci dica che la sublimità va cercata nel soggetto e non nell’oggetto: quando si canta l’inno ciò è ancora più enfatizzato poiché in effetti non c’è un oggetto. E’ la pura estasi del soggetto ed è il momento in cui avviene quel momento di messa tra parentesi del mondo: ci si dimentica di tutto e di tutti i problemi del quotidiano, è cominciato il derby.

Alle 15.00 inizia la partita ed ecco che possiamo vedere come sia completo quel processo che Lacan definisce doma-sguardo. Siamo rapiti da quello che succede in campo, e per 90 minuti conta solo quello. Cadono tutte le barriere sociali e politiche, ed è in quel momento che vediamo avvicinarsi a noi un altro tipo di sublime kantiano: quello dinamico. Kant, è vero, ne parla solo in relazione alla natura, ma abitava a Konigsberg e dubito abbia mai avuto la possibilità di assistere a un evento minimamente paragonabile al derby di Roma. Comunque il sublime dinamico è quello in cui sentiamo la nostra piccolezza e impotenza materiale nei confronti di ciò che sta avvenendo, ma allo stesso tempo proviamo piacere per la nostra grandezza spirituale. Chi non ha mai visto il derby allo stadio potrà capire con difficoltà questo paragone, ma proviamo ad analizzarlo. Quando si è allo stadio, si ha la malsana idea di credere che il volume dei cori possa spingere la squadra al gol, ma in realtà quel che si prova è un incredibile senso di piccolezza. Tuttavia in seguito, a fine partita, specialmente se la partita è andata male, si prova una sensazione paradossalmente di orgoglio: sentiamo la grandezza spirituale di aver sostenuto la nostra squadra fino alla fine, malgrado tuttoIl derby di Roma ha una forte valenza antropologica, è un momento paragonabile a pochi altri nel quale tutti i problemi vengono dimenticati: potremmo dire con Aristotele che ha una funzione catartica. Pasolini, sempre molto abile nel mettere in risalto il declino di molte forme di rappresentazione, affermò in un’intervista che “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”.Forse in un mondo come quello di oggi, sempre più frenetico e privo di emozioni sincere, in cui tutto deve necessariamente tendere a un fine materiale, sarebbe il caso di recuperare le antiche e pure emozioni che il derby di Roma è ancora in grado di regalarci.

 

Giuseppe De Ruvo

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