Meravigliati! Tu non sei “solo” testa e razionalità: parola di Sartre, Kafka e Polanski

Cosa accadrebbe se, d’un tratto, la realtà che ci circonda cessasse di avere significato? Un viaggio attraverso filosofia, letteratura e cinema ci condurrà fin dentro ai più angosciosi meandri della psiche umana, quelli abitati dalla perdita del senso, dall’indistinguibile danza di lucidità e follia.

Edvard Munch, Ansietà, 1894 (Fonte: cultura.biografieonline.it)

Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia. Queste le celebri parole di Aristotele, che a più di due millenni dalla loro enunciazione tuonano ancora una verità indiscussa ed (apparentemente) indiscutibile: l’uomo è quell’animale essenzialmente definito dalla capacità di stupirsi dell’esistenza delle cose. La parola greca atta a designare questo sentimento di apertura interrogante è thàumazein, generalmente tradotta, esattamente come nella frase d’esordio, con meraviglia, dubbio, stupore. Nell’introdurre il nostro articolo, risulta decisivo ricordare la reinterpretazione del termine proposta dal filosofo italiano Emanuele Severino: convinto della sostanziale inadeguatezza del termine meraviglia, egli era solito parlare del thàumazein come di un profondo sentimento di angoscia. L’uomo sarebbe dunque radicalmente angosciato dallo sfuggente mostrarsi della realtà, realtà che richiede a gran voce di essere fornita di un significato. Tale digressione a prima vista fuorviante, è al contrario la via più feconda per comprendere in profondità le traiettorie esistenziali dei tre protagonisti che a breve andremo ad analizzare: Antoine Roquentin, Gregor Samsa, Trelkowski. Frutto delle menti geniali e visionarie di Jean-Paul Sartre, Franz Kafka, Roman Polanski. Il filo rosso che li connette? L’imporsi violento del thàumazein, così violento da sradicare ogni umana urgenza di senso.

Trelkowski (Roman Polanski) nei panni di Simone Choule (Fonte: cinemaepsicologia.it)

Lo sfaldarsi dell’identità: l’inquilino del terzo piano

Dimmi, in quale preciso momento un individuo smette di essere quello che crede di essere? Se mi taglio un braccio, posso dire “io e il mio braccio”? E se mi tagli la testa? Me e la mia testa o me e il mio corpo? Che diritto ha la mia testa di chiamarsi me! (Trelkowski)

Opera tra le più riuscite ed enigmatiche del regista polacco Roman Polanski, L’inquilino del terzo piano mette a nudo le ancestrali angosce dell’umano circa lo smarrimento del senso, l’assurdità dell’esistenza, l’impossibilità di distinguere il confine tra razionalità e delirio. E difatti, la pellicola si presta a varie e mai del tutto definitive interpretazioni, quasi a volerci trascinare nello stato di confusione psicotica del suo protagonista, il modesto impiegato Trelkowski. Interpretato dallo stesso regista, Trelkowski è un giovane polacco trasferitosi a Parigi, ed ora alla ricerca di un nuovo appartamento. Quando finalmente ne trova uno che sembra fare al caso suo, egli è informato del fatto che tale abitazione è stata recentemente abbandonata da una donna di nome Simone Choule, la quale ha appena tentato di togliersi la vita. Recandosi all’ospedale per concordare con lei il passaggio di proprietà, Trelkowski è invece sopraffatto da un’esperienza decisamente disturbante: la donna, del tutto fasciata e in fin di vita, alla vista del potenziale acquirente lancia un inquietante e disperato grido, quasi scorgesse in lui una tremenda minaccia. Alla morte di Simone, il giovane impiegato è libero di occupare l’appartamento. Inizia qui, a sua insaputa, la delirante parabola di Trelkowski: a poco a poco, tutti i vicini cominciano a relazionarvisi come se fosse Simone, sovrapponendo la sua identità a quella della donna appena mancata, cucendogli quasi inconsapevolmente addosso i panni della precedente inquilina.  In una crescente spirale di follia, Trelkowski finisce per smarrire il senso della propria identità. Le cose, le piccole cose quotidiane, non sono più ciò che sono.  Il mondo, lungi dal corrispondere all’abusata normalità da sempre conosciuta, si mostra ora inerte nella sua confusione di significati, trascinando Trelkowski nel più oscuro oblio di se. Ma dove si annida la pazzia, nel giovane e gentile impiegato o in una realtà incapace di riconoscerne l’esistenza? La risposta riposa tra le pieghe della psiche dilaniata del protagonista, in quel sottile ed ineffabile confine tra ragione follia, tra identità personale sguardo distruttivo dell’altro. Emblematica la conclusione, in cui in un finale dal sapore nietzscheano si compie inesorabile il destino dell’eterno ritorno: dopo essersi gettato dalla finestra proprio come Simone, Trelkowski rivive all’ospedale il momento dell’incontro con il giovane impiegato alla ricerca di un appartamento. Egli stesso era la sua minaccia. Egli era Simone.

Jean-Paul Sartre (1905-1980), padre dell’esistenzialismo ateo ed intellettuale tra i più influenti del novecento (Fonte: wikipedia.org)

Tutto è gratuito: La Nausea di Jean-Paul Sartre

La Cosa, che aspettava, s’è svegliata, mi s’è sciolta addosso, cola dentro di me, ne sono pieno…Non è niente: la Cosa sono io. L’esistenza liberata, svincolata, rifluisce in me. Esisto. (Antoine Roquentin)

Romanzo di importanza capitale per la cultura del Novecento, La Nausea è l’opera letteraria in cui Jean-Paul Sartre suggella gli elementi cardine del suo pensiero esistenzialista in immagini dal valore estetico vertiginoso e sconvolgente, a tutt’oggi considerate tra le più alte vette della letteratura del secolo scorso. Oggetto di quest’opera magistrale, espressa nella forma di un diario filosofico, è la lenta ma inesorabile caduta del suo protagonista Antoine Roquentin: egli è uno storico di scarso successo, oziosamente impegnato in una noiosa ricerca storiografica concernente lo sconosciuto ai più marchese De Rollebon. Trascorrendo le ore tra i caffé della squallida Bouville, Antoine si immerge nei ricordi del suo glorioso passato, fatto di avventure in giro per il mondo e di un’intensa storia d’amore con la bella Anny. Angustiato dalla soffocante ripetitività della vita quotidiana, Roquentin perde a poco a poco le coordinate del senso della sua esistenza, riconoscendo in tutto ciò che lo circonda l’ombra gravida della morte. Ora l’essenza della realtà gli si svela: è la Nausea. Le cose del mondo esistono così come sono, stanno le une contro le altre, si fanno resistenza. Non c’è altro. L’uomo, cosa tra le cose, è condannato a desiderare un oltre che non esiste, a dare un significato a questo mero esser presente che è la realtà. Si aggrappa al passato, si racconta in una storia. Ma una storia è sempre un taglio arbitrario tra le maglie della Nausea, nasce dalla pretesa di dare coerenza postuma a fatti che non sono più, che sfuggono all’impietoso mostrarsi del presente. Così Antoine si illude di giustificare la propria esistenza proiettandosi nella figura morta e sepolta del marchese Rollebon. Così si inganna di poter rivivere i fasti amorosi goduti con Anny. Ma Anny non è più la protagonista delle sue avventure, è diversa, per sempre. Proprio come Trelkowski, Roquentin vede franare sotto di se le false certezze di uno sguardo umano, troppo umano: al di là di esso regna l’indistinto, la Nausea si impone.

Franz Kafka (1883-1924), unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi scrittori del ventesimo secolo (Fonte: wikipedia.org)

Essere uno scarafaggio: La metamorfosi di Franz Kafka

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Questo lo sconcertante incipit de La metamorfosi di Franz Kafka. Queste le parole iniziali di un breve scritto entrato di diritto tra le più stupefacenti opere letterarie del ventesimo secolo. E non si poteva certo scegliere altro modo per concludere il nostro viaggio tra le strade dell’angoscia, considerando quanto l’autore boemo sia stato affascinato dal tema dell’inquietudine esistenziale, dall’orrore del vivere, vero perno della sua poetica. Non a caso la critica è concorde nel rilevare una evidente impronta kafkiana ne L’inquilino del terzo piano. Non a caso, Jean-Paul Sartre è stato a lungo definito per il suo stile letterario il Kafka francese. Testo capace di suscitare tuttora un acceso dibattito circa le sue plurime interpretazioni, La metamorfosi è il racconto di un assurdo: quello vissuto dal suo protagonista Gregor Samsa. Egli, commesso viaggiatore responsabile del mantenimento dell’intera sua famiglia, si sveglia un giorno nei panni di un gigantesco scarafaggio. Senza alcuna ragione, privo di alcuna spiegazione plausibile, Gregor è costretto ora a fare i conti con la sua nuova tremenda condizione esistenziale. Ripudiato dai genitori per il suo orribile aspetto, egli trova conforto soltanto nella discreta vicinanza della sorella, la quale si impegna a nutrirlo suonare per lui. Ma la situazione è insostenibile e destinata ad una conclusione tragica. Il mondo ha ormai perso per Gregor le sembianze di una familiarità ospitale. D’un tratto, ogni punto di appoggio della sua fragile esistenza è svanito, scomparso nel nulla. Soltanto è rimasta una coscienza addolorata, resa schiava di un corpo estraneo e nauseabondo. Comprendendo l’immenso dolore procurato ai propri cari, nonché l’impossibilità di garantire ancora loro la sussistenza economica, Gregor decide di smettere di mangiare, condannandosi quindi ad una morte lenta. In un finale dal sapore surreale la famiglia si accinge ad inaugurare una nuova fase della propria vita, dimenticando così il figlio deceduto. Il passato svanisce come in una visione onirica. Come se la Nausea portasse tutto via con se.

In principio è, davvero, la meraviglia?

 

 

 

 

 

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