I media non ne parlano quasi mai, ma la violenza domestica molto spesso si basa sulla manipolazione. Le dinamiche sono le stesse individuate da Biderman ed utilizzare per manipolare i soldati americani in Corea.

In quasi tutti i casi di violenza domestica che si sentono al giorno d’oggi la vittima è sempre una donna. Si stima che solo in Italia, nel 2018, siano stati commessi 106 femminicidi (uno ogni 72 ore). La colpa di queste donne? Probabilmente aver amato troppo l’uomo sbagliato. Ciò che più sconvolge però è che nei casi di violenza domestica si utilizzi la manipolazione psicologica, molto simile a quella utilizzata in guerra. Diversi studi si sono concentrati su questo fenomeno, evidenziando che una delle tecniche più utilizzate sia il cosiddetto ‘lavaggio del cervello‘. Questa tecnica ha lo scopo di assoggettare un individuo al proprio volere, facendogli perdere autostima, dignità ed autonomia. In questo modo la vittima assumerà un ruolo passivo e tenderà anche a rimanere in situazioni di abuso.

Comprendere la violenza domestica attraverso la Biderman’s chart

Albert Biderman è un sociologo che nel secolo scorso ha pubblicato e diffuso una ‘carta’ che evidenzia le tecniche adottate in Corea per manipolare i soldati americani fatti prigionieri. L’obiettivo dei coreani era rendere gli americani passivi ed inermi. I passaggi della manipolazione descritti dalla Biderman’s chart sono otto e quest’ultima è oggi lo strumento più utilizzato per valutare il comportamento delle vittime rispetto a chi abusa di loro. Generalmente le donne maltrattate tendono a colludere con i propri carnefici perché private della loro autostima, della loro indipendenza e della capacità di pensare razionalmente. Spesso sono ridotte a dei gusci vuoti che sono appena l’ombra della donna di un tempo.

La prima strategia individuata da Biderman è l’isolamento (totale o parziale). In questo modo la vittima viene deprivata della sua rete di sostegno e supporto sociale, riducendo di conseguenza la sua capacità di far fronte al suo carnefice. La seconda è la manipolazione della percezione che si basa sull’alterazione dell’ambiente (come scarsa possibilità di movimento e cibo monotono). Questo favorisce il rispetto delle regole imposte dall’abusante e rinforza i comportamenti conformistici. Segue poi l’induzione di debilitazione ed esaurimento, la quale si basa sull’indebolimento mentale e fisico di resistere in modo efficace agli eventi stressanti. La fase successiva è rappresentata dalle minacce, le quali favoriscono lo sviluppo di vissuti di ansia e di disperazione.

La sesta fase prevede dimostrazioni di onnipotenza e di onniscienza. In questo modo si induce nella vittima un senso di inutilità attraverso manifestazioni di controllo sul destino dell’altro. Seguono degradazione e svilimento che favoriscono lo spostamento dell’attenzione della vittima sulla necessità di dover sopravvivere e di dover resistere. Il tutto si conclude con l’esecuzione di compiti banali che agiscono attraverso la normalizzazione delle abitudini di conformità.

Manipolazione e violenza domestica: il ‘brainwashing process’

A causa della forte manipolazione esercitata sulle donne maltrattate, iniziano ad aver paura della persona che fino a qualche tempo prima amavano alla follia. Iniziano ad evitare determinati comportamenti per non rischiare di suscitare l’ira del loro partner, si sentono sbagliate, ritengono di essere loro il problema. Queste donne provano intensi sensi di colpa perché ritengono di essere la causa di tutto quello che sta succedendo loro, fino a sentirsi instabili anche dal punto di vista psicologico. Molti studi hanno evidenziato come le donne sottoposte a maltrattamenti cronici mostrino ipervigilanza, confusione, disorientamento e confusione.

Lavaggio del cervello
Il lavaggio del cervello è una delle tecniche manipolatorie più subdole che possano essere utilizzate.

La tecnica manipolatoria più utilizzata è il cosiddetto ‘lavaggio del cervello‘ o ‘brainwashing process‘. Essa consta di cinque passaggi fondamentali: l’isolamento, gli attacchi imprevedibili, le false accuse, le umiliazioni e le ricompense occasionali. Innanzitutto gli abusanti privano le vittime delle loro amicizie e le allontanano perfino dalla loro famiglia, diventando il loro unico punto di riferimento. Le donne sono inoltre minacciate, quindi di conseguenza vivono nella paura di un attacco futuro. La loro mente viene manipolata fino ad indurre in loro sentimenti di colpa e la sensazione di meritare quello che sta succedendo loro, di meritare quelle violenze e quegli abusi.

La donna quindi, costretta a vivere in una situazione di allarme perenne, cerca in tutti i modi di evitare attacchi futuri. Si conformerà alle regole del partner, assumerà un atteggiamento passivo e comportamenti sottomessi. Faranno di tutto pur di non scatenare l’ira del proprio partner, onde evitare situazioni pericolose sia per la sua sicurezza sia per quella dei suoi figli.

Strategie per fronteggiare l’abusante

Tra le strategie inefficaci troviamo il tentativo di ottenere dal proprio partner promesse relative al suo comportamento futuro. In altre parole l’uomo ‘promette’ alla donna di cessare i suoi comportamenti violenti, tenendola legata a sé con false promesse. Non si è rivelato efficace neppure minacciare di chiamare la polizia ed andare via di casa per alcuni periodi.

Alcuni studi hanno evidenziato che le strategie più efficaci sono per esempio cercare un aiuto o un intervento esterno. In altre parole non bisogna fermarsi alle parole, ma passare ai fatti. Bisogna quindi cercare un supporto emotivo esterno forte, in grado di aiutare la vittima ad allontanarsi dalla violenza e cercare anche l’aiuto di un legale. Mettere in atto queste strategie è però molto difficile perché la donna ha subito per molto tempo il lavaggio del cervello, quindi si sentirà in colpa per non essere adeguata e sentirà di meritare l male che le viene fatto.

La manipolazione psicologica avviene attraverso una buona comunicazione

La manipolazione psicologica non è solo un processo psicologico, ma è un processo comunicativo. Un bravo comunicatore è colui che riesce a veicolare messaggi semplici, anche se profondi e sorprendenti, concreti e credibili, facendo leva sui fattori emotivi e con una modalità narrativa facilmente riproducibile‘. Il fenomeno della manipolazione è particolarmente caro alla psicologia sociale, la quale se ne occupa ufficialmente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Quest’ultima aveva portato il mondo intero a riflettere sui regimi totalitari, interrogandosi sul contributo di ciascun individuo relativamente alla loro genesi e diffusione. Ma la cosa che ancora oggi colpisce maggiormente è il modo in cui è stato possibile favorire il mantenimento di tali regimi, i quali promuovevano violenza ed i crimini più atroci mai commessi prima.

Stanley Milgram
Stanley Milgram è stato uno dei primi a studiare il fenomeno della manipolazione psicologica.

Proprio perché la manipolazione è anche un processo comunicativo, recentemente Robert Cialdini ha individuato sei principi della persuasione sociale: reciprocità, impegno e coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità e scarsità. Il primo principio indica la nostra tendenza a ricambiare un favore che ci viene offerto, ecco perché spesso si parla anche di principio del ‘ti offro un dito per prenderti il braccio‘. Il secondo invece si basa sul nostro bisogno di apparire coerenti nei confronti di quello che abbiamo fatto, inducendo un cambiamento mentale che supera perfino le pressioni personali ed interpersonali. Il terzo principio, molto sfruttato dalla pubblicità, si basa sul fatto che spesso per decidere cosa sia meglio per noi, ci è di aiuto sapere cosa per gli altri sia giusto.

Il quarto principio sfrutta la nostra predisposizione ad acconsentire alle richieste di chi sentiamo simile a noi, di chi ci sta simpatico o di chi conosciamo. Il quinto principio indica il senso di deferenza verso l’autorità, per cui tendiamo a seguire una persona autorevole fino a commettere azioni di dubbia moralità. Infine il sesto principio si basa sull’aumentare l’attrattività di un prodotto rendendo la sua disponibilità limitata.

Ti do i miei occhi

Ormai si parla molto di violenza sulle donne e le notizie di cronaca sono praticamente all’ordine del giorno. L’argomento è diventato talmente tanto importante da diventare il protagonista di film e libri e tra questi troviamo un film del 2003 che si intitola ‘Ti do i miei occhi‘. Pilar, donna sposata con un figlio, decide di trasferirsi temporaneamente dalla sorella dopo aver subito l’ennesima violenza da parte del marito Antonio. Quest’ultimo non si rassegna, non si dà pace perché vuole riconquistare Pilar e la sua fiducia, vuole riportare lei ed il piccolo Juan a casa. Vuole dimostrare a Pilar che fa sul serio, perciò decide di frequentare un corso per la gestione della rabbia, insieme ad altri uomini che hanno il suo stesso problema.

Ti do i miei occhi
‘Ti do i miei occhi’ può essere considerato uno dei tanti ritratti della violenza di genere.

La donna, notando un cambiamento nel marito, decide di dargli una seconda possibilità e di tornare a vivere con lui. Purtroppo però queste persone non cambiano mai realmente, fanno promesse che puntualmente vengono infrante e la situazione di Pilar non fa eccezione. Si ritrova quindi a dover subire nuovamente le violenze e le umiliazioni del marito, il quale in un’occasione la chiuderà nuda fuori dal balcone. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha spinto Pilar a denunciare il marito, facendogli capire che ormai non c’era neanche più il ricordo dell’amore che un tempo li aveva legati. Pilar doveva salvare se stessa ed il suo bambino ed alla fine è stata decisa e risolutiva, ma anche molto fortunata perché ha agito prima che la situazione si trasformasse in un femminicidio.

Dove c’è violenza non c’è amore, non c’è affetto, non c’è umanità. La violenza vive in un ambiente ricco di paura e di terrore, un luogo in cui non c’è posto per l’amore. Amare una persona non significa picchiarla, umiliarla, privarla delle sue amicizie e perfino di se stessa. Amore e violenza non possono coesistere e non potranno farlo mai.

Martina Morello

 

 

 

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