Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale”. (Pier Paolo Pasolini)

Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo e, in questo, il popolo italiano è un cane che si morde la coda. Ma siamo sicuri che sia un problema di memoria e non di cultura? La differenza consiste proprio nella capacità di interiorizzare un sistema di valori, nel cogliere l’importanza di ciò che è passato. Un passato di ombre connaturate nel nostro retaggio culturale e che sono sintomo dell’inguaribile tendenza, squisitamente italiana, nel dare le stesse risposte alle diverse questioni politiche che si presentano alla collettività. È facile notare come una manifestazione di questi eterni “veleni antichi” sia, per fare un esempio banale, la stessa mafia che altro non è se non un’evoluzione, che prende piede dai tempi del Medioevo, dei vecchi corpi di guardia dei signorotti feudali.

La Storia come maestra di vita

Al contrario di quanto si possa pensare, le radici di questo problema non affondano nella mancanza di formazione impartita agli studenti italiani, ma hanno una matrice più profonda che si concretizza, già pensando al nostro recente passato, nella mancata colpevolizzazione di alcune delle ideologie italiane, frutto di queste tendenze, come il fascismo, da parte della coscienza nazionale italiana e, soprattutto, da parte degli alleati in questo caso. Infatti, alla fine della Seconda guerra mondiale, non tutte le forze dell’asse furono obbligate ad assumersi egualmente le stesse responsabilità: al popolo italiano, a differenza di quello tedesco, non furono imputate le gesta del regime, ma solo ai suoi più alti esponenti, di modo che l’Italia e gli Stati Uniti potessero riallacciare rapporti economici. Oltre ai fatti storici, il punto qui è che, in questo frangente, è stata volutamente declinata la responsabilità italiana di quanto accaduto e ciò ha provocato un taglio netto con il passato e, come ci insegna Nietzsche, recidere radicalmente i legami con il passato può risultare veramente pericoloso. L’Italia dunque dovrebbe, appellandosi alla propria consapevolezza, dar vita alla creazione di un nuovo sistema di valori che riconosca del tutto la responsabilità italiana sul fascismo.

La storia può ripetersi e un esempio di questo rischio è proprio quel minimo comun denominatore che si può stabilire tra la situazione attuale italiana e quella degli anni ‘20 che ci permette di cogliere come i problemi di povertà e tensione sociale, portati dalla crisi, alimentino la richiesta da parte del popolo italiano di una risposta autoritaria e forte da parte del governo nell’illusione che, sia negli anni ‘20, sia al giorno d’oggi, si possano risolvere i problemi con uno schiocco di dita. In questi termini, le risposte populiste date all’attuale crisi del sistema liberale e finanziario ci fanno intuire come non siano stati realizzati in tempo processi di rinnovamento dei valori che sarebbero serviti al popolo italiano.  Come insegna Cicerone “Historia magister vitae” (La Storia è maestra di vita). La storia cambia, ma se non impariamo da essa, non cambierà mai davvero.

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