È scientificamente provato che in media un uomo passi circa un terzo della sua vita a dormire. Il letto è insieme punto di partenza e di arrivo, quel punto P, fisso sulla circonferenza, da cui si parte e a cui si tende, o almeno si dovrebbe tendere. Garantisce un meritato riposo, quella carica che altre cose non darebbero. La sensazione è che questo terzo della vita dell’uomo sia speso bene ma, attenzione! C’è solo un modo di dormire? In caso negativo: questo altro modo è nocivo per la nostra vita? E per quella degli altri? Inutile dire che una risposta assolutamente esatta non c’è ed ecco perché la più filosofica delle risposte sembrerebbe proprio essere:” Non lo so “. Una ignoranza consapevole che non porti a disertare la domanda, ma ad aprire un dibattito per un eventuale risposta.
While My Guitar Gently Weeps
Ha compiuto da poco mezzo secolo, una delle canzoni più filosofiche del panorama musicale, una ballata scritta da George Harrison per i Beatles e contenuta nel loro LP The Beatles, noto a tutti come White Album. Lo stesso Harrison ha raccontato nella sua autobiografia I Me Mine:
” […] Decisi così di scrivere una canzone ispirandomi alla prima cosa che avessi letto aprendo a caso un libro qualsiasi, dato che sarebbe stata correlata a quel momento di quel periodo. Presi in mano un libro a caso, lo aprii, lessi “gently weeps“, chiusi il libro, lo rimisi a posto e cominciai a scrivere la canzone. […] ”
La sorte ha contribuito alla nascita di un capolavoro, che l’autore meditava, forse, dal primo giorno in cui è venuto alla luce. In questo brano non ci sono teorie speculative. Harrison non ha affatto l’atteggiamento di chi vuole dare risposte secche, ma di chi le vuole avere. Ed è proprio per questo che è pieno di interrogativi. Questi nascono nel momento esatto in cui l’uomo, guardandosi intorno, nota che l’amore dorme. Gli uomini hanno smarrito la formula per rivelare il loro amore, dando adito alla corruzione. I motivi “I don’t know why” e “I don’t know how” sono i mantra più filosofici che George Harrison possa sottoporci.
I don’t know why nobody told you
How to unfold your love
I don’t know how someone controlled you
They bought and sold you.
[…]
I don’t know how you were diverted
You were perverted too
I don’t know how you were inverted
No one alerted you.
Queste due strofe sono lo specchio di una società corrotta, perversa, disinteressate a svegliare il proprio amore. Un’ amore che la salvi e che asciughi le lacrime di questa Chitarra.
A questo interrogativo universale presente nel testo hanno provato a rispondere tre uomini, tre filosofi vissuti in tre epoche differenti, tutte antecedenti ai Beatles.
Eraclito e l’ascolto del lògos
” Di questo lògos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza, sia prima dia averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato; benché infatti tutte le cose accadono secondo lo stesso lògos, essi assomigliano a persone inesperte, pur provandosi in parole ed in opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com’è. Ma agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di ciò che fanno dormendo.” (DK, 14, B1)
In questo frammento, che è il primo che ci sia pervenuto, Eraclito (540-470 a.C) parla di un concetto, da sempre problemtico, il lògos. Si vuole intendere per lògos in questo contesto, un principio ordinatore identificabile con la ragione. In questo suo frammento, il filosofo di Efeso, fa una distinzione netta tra lo sveglio, e il dormiente (senza letto naturalmente). Per Eraclito, chi ascolta il lògos, quindi, chi lo possiede, è come uno sveglio rispetto ad uno che dorme. Chi dorme non è consapevole del proprio essere. Gli uomini, ed Eraclito sembra non annoverare i filosofi tra gli uomini, sono in una condizione illusoria, perché non comprendono a fondo il lògos, che dà al cosmo la sua struttura razionale.

Severino Boezio e la consolazione della filosofia
Severino Boezio (Roma 476 d.C- Pavia 525 d.C) era un intellettuale al servizio del re Teodorico. Fu accusato di cospirare contro il suo re e condannato prima al carcere e poi a morte. Durante il carcere egli scrisse la sua opera più importante, De Consolatione Philosophiae. In quest’opera immagina una donna, la Filosofia, intenta a liberarlo dall’angoscia e dal dolore di una condanna subita ingiustamente. Particolarmente interessante è il IV libro, dove Filosofia somministra la cura al povero Boezio, la vera consolazione, contro quei malvagi che hanno depauperato la spiritualmente e materialmente il filosofo romano e la sua famiglia.
” […] gli scellerati sembrano anche completamente privati di ogni forza. Perché, infatti, abbandonata la virtù ricercano i vizi? Per ignoranza di ciò che è bene? Ma che cosa c’è di più debole della cecità dell’ignoranza? Oppure sanno ciò che devono cercare, ma il piacere li fa precipitare lontano dalla retta strada? Anche in tal caso sono deboli: per l’intemperanza, sì che non possono contrastare il male. Oppure scientemente e volontariamente abbandonano il bene e si volgono al vizio? Ma anche in tal caso cessano non solamente di essere potenti, ma addirittura di essere; infatti coloro che abbandonano il fine comune a tutte le cose che esistono, contemporaneamente cessano di esistere.“
Sulla falsariga di Platone, Boezio dice che ci sono due livelli della realtà: una mutevole, dove i malvagi soppiantano i buoni e una realtà immutabile. Perchè Dio non impedisce che i malvagi di esser tali? La risposta della Filosofia è magistrale. I malvagi non sono uomini che vincono su altri uomini. I malvagi, questo particolare tipo di dormienti, non sono uomini e basta, non esistono. Chi opera il male non è. La consolazione, per i filosofi, è tutta qui.

Immanuel Kant e i minorenni
No, non è l’incipit di uno scandalo di fine Settecento. Così Immanuel Kant (Königsberg, 22 aprile,1724- Königsberg, 12 febbraio 1804) in “Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo” definiva i dormienti, coloro che non ragionano, che operano il male. Molto semplicemente, colui che diffonde una notizia senza appurarne la veridicità per Kant sarebbe un vero e proprio minorenne.
” […] La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo fatti liberi da direzione estranea (naturaliter maiorennes), rimangono ciò nondimeno volentieri per l’intera vita minorenni, per cui riesce facile agli altri erigersi a loro tutori. Ed è così comodo essere minorenni! […] Non ho bisogno di pensare, purchè possa solo pagare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione. […] Ma io odo da tutte le parti gridare:-Non ragionate!-L’ufficiale dice:- Non ragionate, ma pagate! L’uomo di chiesa:- Non ragionate, ma credete! Non vi è che un solo signore al mondo, che dice:-Ragionate fin che volete e su quel che volete, ma obbedite. Qui è dovunque limitazione della libertà. […]”
Per kant il filosofo è un illuminato che illumina gli altri, come? Dando loro la possibilità di avere fiducia in sé. L’uso della ragione non deve, tuttavia, andare contro le leggi dello Stato.

Tutto questo vuole essere un tentativo di dare un senso all’arte. Far si che delle semplici parole di una canzone possano diventare arte. Questo è uno dei tanti compiti della Filosofia, che osserva, ragiona, ordina, interpreta e infine sveglia. Se non facesse ciò, sarebbe anch’essa dormiente.
Francesco Monda