Lontano da casa, lontano dal cuore, lontano dal benessere: il caso Dembélé

Al giorno d’oggi viaggiare, che sia per esplorare nuove mete e luoghi sconosciuti o per trasferirsi, anche definitivamente, in una nuova località è cosa piuttosto comune: le nuove dinamiche di vita e del mondo del lavoro spesso richiedono una tale flessibilità per cui la semplice idea del trasferimento, della mobilità, è data quasi per scontata.

Pensiamo, nel nostro piccolo, alla normalità che l’esperienza di Erasmus e di tesi o di stage all’estero ha assunto in tempi recenti; tutte esperienze che ci spingono lontano da casa, dal nostro luogo di nascita o dove siamo cresciuti, e soprattutto lontano dai nostri cari, amici e familiari.

Tutto questo è ancora più normale per un calciatore, che nel mondo moderno deve mettere in conto una certa quota di nomadismo, funzionale per la sua carriera, ed essere dunque disposto a trasferirsi spesso e frequentemente.

Zlatan Ibrahimovic, “lo zingaro del calcio”, con la maglia dei Los Angeles Galaxy, sua nona squadra in carriera

Ma siamo certi che il continuo trasferirsi sia del tutto positivo? Che non comporti, sul piano psichico, effetti collaterali? Dalla Germania arriverebbero pareri discordanti!

LA RICERCA

Una recentissima ricerca dell’Università di Jena ha scoperto infatti come il benessere psichico di una persona, inteso come soddisfazione per la propria vita, dipenda dall’identificazione che il soggetto percepisce rispetto al luogo e all’ambiente in cui si trova; identificazione che viene facilitata e in alcuni casi resa possibile esclusivamente dalla presenza e vicinanza dei propri cari (come familiari o amici) o più in generale da persone emotivamente significative per il soggetto.

Secondo i ricercatori, una delle componenti fondamentali della soddisfazione di vita sarebbe proprio il legame che si crea, configurato come senso di appartenenza, con il luogo dove si vive.

Daniele De Rossi bacia la maglia della Roma; nel simbolismo calcistico, il bacio alla maglia è considerato la massima espressione dell’appartenenza ad una squadra e dunque ad una città

I risultati infatti hanno mostrato che soggetti che valutavano come importante e rilevante il luogo di residenza e che possedevano cari nelle vicinanze di tale luogo si identificavano maggiormente con esso, evidenziando così il ruolo chiave della vicinanza alle persone emotivamente significative non solo nell’identificazione territoriale, ma anche in una più generale soddisfazione di vita: più siamo lontani da chi è per noi emotivamente importante, meno saremo allora soddisfatti della nostra vita.

UNA MANCANZA INCOLMABILE

In aggiunta a queste evidenze, la vicinanza geografica ai cari sembrerebbe un elemento non mediato: secondo i ricercatori, infatti, la vicinanza o lontananza dalle persone che permettono l’identificazione con un luogo si configurerebbe come una percezione, che di conseguenza non potrebbe essere mediata o colmata da mezzi di comunicazioni moderni, come per esempio social network o Skype.

La mobilità inoltre comporterebbe gli stessi effetti, a livello passivo, anche sui soggetti che vedono un caro partire, caratterizzandosi così come un’influenza bilaterale: una persona che si trasferisce non esperisce esclusivamente l’effetto in questione, allontanandosi dai propri cari, ma anche chi rimane, vedendo partire chi a sua volta è considerato un soggetto emotivamente significativo, risente di tale trasferimento e della conseguente lontananza, facendo sì in questo modo che la sua identificazione con il luogo in cui si vive diminuisca di rimando.

IL PRODIGIO MALINCONICO

Le scoperte dei ricercatori di Jena permettono di chiarire parzialmente una situazione tanto surreale quanto triste, a tratti addirittura incomprensibile, legata al dorato mondo del calcio.

Recentemente, è salito agli onori di cronaca la vicenda di Ousmane Dembélé, classe 1997, talentuosissima ala del Barcellona, squadra a cui è approdato nell’estate del 2017 per una cifra record di circa 145 milioni di euro.

Definito da molti un vero e proprio enfant prodige, dopo essersi messo in mostra con la maglia del Borussia Dortmund nella stagione 2015/16, dove a soli 19 anni figura nel Team of the Season e vince il premio di Rookie of the Season per il miglior esordiente, il passaggio ad un top club come il Barcellona doveva segnare la definitiva consacrazione per il giovane Ousmane, accolto in pompa magna come l’erede del grande ex Neymar, passato tra le polemiche nelle fila del Paris Saint-Germain.

Ma la pressione si rivela presto insostenibile per il talento ventenne: infortunatosi ad inizio stagione, Dembélé fa parlare di sé più per le vicende fuori dal campo che per le sue prestazioni: ritardi, fughe, sgarri alle regole, persino una presunta dipendenza dai videogiochi…

Ultimamente, è stato riportato che il ragazzo pagherebbe un amico d’infanzia, Moustapha Diatta, una cifra vicino ai 15.000 euro mensili perché questo conviva con lui. Il motivo? Dembélé non vuole sentirsi solo.

Un affrettato e forse inatteso trasferimento e un mancato ambientamento nella nuova città, ingigantito dalla mancanza della famiglia e degli amici, hanno impedito al ragazzo di Vernon di identificarsi con il nuovo ambiente e, di conseguenza, di poter dare il meglio di sé ed esprimere al massimo le proprie capacità ed il proprio talento, confermando empiricamente le evidenze rilevate dai ricercatori tedeschi.

 

Marco Funaro (majin_fun)

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