Locke e Hobbes a confronto sui concetti di liberalismo e stato di natura

388 anni fa nasceva John Locke, il padre del liberalismo classico , il pensatore che fa nascere l’uomo in una condizione di libertà e uguaglianza. Ma qual è il rapporto tra la sua filosofia e quella di Hobbes?

Il Primo trattato sul governo e il secondo, che chiariscono il concetto di liberalismo e stato di natura lockiano, sono l’immagine per contrasto del De cive e del Leviatano di Thomas Hobbes. Cosa si intende per liberalismo, e non? Qual è il vero stato di natura dell’uomo? 

Primo trattato sul governo

Volendo fare una regressione sulla vita di John Locke, nasce il 29 Agosto 1631 in un periodo turbolento della storia inglese: la guerra civile, la restaurazione della monarchia degli Stuart e la monarchia costituzionale di Guglielmo D’Orange costituiranno i venti che faranno muovere le vele della filosofia lockiana; senza questi probabilmente Locke non sarebbe stato definito il padre del liberalismo. Prima di elaborare un suo pensiero politico, il filosofo scrive il Saggio sull’intelletto umano, tanto da annoverarsi anche l’etichetta di illuminista ante litteram. Il Primo trattato sul governo è da intendersi come l’antitesi della tesi esposta da Filmer nel Patriarcha. Il titolo dell’opera suggerisce il tema del patriarcalismo, sistema di vita in cui il patriarca, identificato con il monarca, è legittimato da investitura divina, da Adamo ai patriarchi, ai sovrani moderni. I capisaldi della sua filosofia sono i seguenti:

  • nessun uomo nasce libero, ma per natura è soggetto all’autorità paterna.
  • potere paterno e regale coincidono, dunque è naturale la soggezione al monarca.
  • è contro natura che il popolo governi se stesso o elegga i suoi governatori.
  • il diritto naturale e paterno del monarca è ereditario.

Le fonti per confutare il pensiero di Filmer sono bibliche: Dio non ha conferito ai patriarchi lo stesso potere dei monarchi, al contrario ha reso gli uomini naturalmente eguali e liberi.

Secondo trattato sul governo 

Con il concetto di liberalismo Locke aveva già lasciato intendere lo stato di natura dell’uomo, ma nel suo secondo trattato emerge con forza la teoria di un uomo che obbedisce alla sola legge di natura, che impone di non arrecare danni al prossimo nella sua persona, libertà e averi. L’uomo è dunque catapultato in una sorta di Eden in cui vigono i soli principi di pace, uguaglianza e libertà. Eppure l’uomo moderno non si può dire trovarsi in tale condizione. Locke giustifica la creazione di una società civilizzata con la necessità di qualcuno che giudichi imparzialmente e che faccia applicare le leggi: un sovrano che stipuli un contratto di tutela con la comunità, sottoposto lui stesso alla legge, impotente nella violazione dei diritti civili, attento nella degenerazione in tiranno. Poi Locke riprende il concetto di liberalismo per darne una definizione e una sintesi chiara e trasparente:

  • esistono diritti inalienabili e imprenscindibili per gli uomini: il diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà privata.
  • la sovranità viene concessa dal popolo al sovrano, per ribadire l’assenza di investitura divina.
  • la Costituzione è un contratto che obbliga tutti, anche lo stesso sovrano.
  • sono fissati e distinti due poteri: il legislativo, legittimato dal popolo, e l’esecutivo, eseguito dal sovrano. Il primo è il più importante.

Il concetto di liberalismo e stato di natura, che hanno rivoluzionato la politica e l’antropologia del tempo, vengono fatti ora miscere, poi si richiamano continuamente, come fossero una cosa sola, come se uno non potesse scindere dall’altro.

Homo homini lupus

Uno dei pochi punti di contatto tra Locke e Hobbes è la critica all’innatismo: nessun principio è presente nella mente umana, se prima non si è passati attraverso le facoltà naturali, asserisce Locke; per Hobbes la ragione non ci appartiene fin dalla nascita, la conoscenza si acquisisce tramite l’interazione tra soggetto e oggetto, tramite un movimento quindi. Ne deriva che anche le passioni sono dettate da movimenti, veniamo attratti da ciò che ci piace e respingiamo ciò verso cui nutriamo avversione. L’uomo dunque è fondamentalmente egoista, pensa solo al suo bene. Per dirla con le parole di Hobbes:

Homo homini lupus. (L’uomo è un lupo per l’uomo.)

Nello stato di natura l’uomo è come un lupo nel senso che, disconoscendo la proprietà privata e gli averi altrui, tende ad utilizzare la forza per raggiungere ciò che vuole, ma ogni cosa non può essere di tutti, eppure tutti cercano di accaparrarsela, quindi ne consegue un senso di paura, insicurezza e di lotta continua. La ragione interviene di fronte alla paura della morte e della conservazione del principio vitale. Hobbes allora teorizza tre leggi di natura fondamentali:

  • ricercare e perseguire la pace, se questa non si dovesse ottenere, bisogna difendersi con tutti i mezzi possibili.
  • riconoscere agli altri tanta libertà quanta se ne vorrebbe per se stessi.
  • adempiere ai patti fatti.

La la forma di governo ideale per Hobbes è la monarchia assoluta, in cui il sovrano amministra quanto detto sopra. Questi non è soggetto alla legge in quanto il contratto stipulato è unilaterale e non può essere sciolto dai sudditi che tra l’altro hanno poca libertà di decisione. Il monarca non è un tiranno solo perché non può decidere sulla vita o sulla sicurezza dei suoi sudditi.

Insomma la visione di Hobbes è speculare a quella lockiana, non esistendo una filosofia giusta e una sbagliata, ma solo teorie che si adattano ai tempi, ognuno con le proprie facoltà di giudizio deciderà se l’uomo nasce buono o cattivo, libero o soggetto al controllo altrui.

 

 

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