Cu voli puisia venga in Sicilia: 5 modi di dire siciliani e le loro storie

Vi racconto 5 modi di dire Siciliani e le loro storie.


“Cu voli puisia venga in Sicilia” diceva il poeta italiano Ignazio Buttitta, che aveva certamente colto la complessità, la meraviglia e talvolta le curiositá che nasconde la Sicilia; ma oltre il mare, il sole, il cibo e lo stupore, la Sicilia vanta patrimoni UNESCO, monumenti e storie di rara bellezza.

Tra i tanti patrimoni che si annoverano nell’isola delle mille anime, come la chiamó Gesualdo Bufalino, uno la ingloba, totalizza e ne descrive perfettamente scorci e scenari: la lingua.

Che sia nella voce saggia di un anziano che racconta una storia, o nelle risate dei carusi che giocano correndo per strada, o ancora nello sparlittìo di vecchie comari, la lingua siciliana fa da narratore costante ai borghi visitati dai turisti, ma anche alla quitidianitá di chi abita l’isola, un narratore che riempie l’isola di caciara e risate, ma che ha portato l’UNESCO a riconoscere quella siciliana come una vera e propria lingua. 

Adesso chiudete gli occhi, sentirete un forte profumo di agrumi e potrete ascoltare il mare, andiamo in Sicilia a scoprire 5 modi di dire dialettali e le loro storie.

 

1 Parlari a matula 

Trad: parlare a vanvera

Sicuramente il molto elegante Oscar Wilde avrebbe detto: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio”.

Ma noialtri semu siciliani e abbiamo trovato sicuramente un modo pittoresco e pieno di significato per indicare invece il vuoto più totale.

“Matula” è la deformazione dialettale del latino mentula, che altro non indicava che il pene. 

Ma come si dice “pene” in siciliano? Questa è facile, la sappiamo tutti, si dice minchia, quindi parlare a matula altro non vuol dire che “parlare a minchia”.

2 Longu a matula

Trad: lungo (alto) inutilmente

Sì, sempre di matula stiamo parlando, ma stavolta, nonostante il significato sia molto simile a quello del detto precedente, la storia che sta dietro a questo modo di dire è senza dubbio più curiosa e divertente.

La “màttula” era un tubo foderato di raso e pieno di cotone che veniva regalato ai novelli sposi, perchè si evitassero scene di imbarazzanti e rumorose flatulenze la prima notte di nozze dopo l’abbondante banchetto, dopo essere stato collocato dietro il posteriore, il tubo (di varie lunghezze) avrebbe dovuto dirottare l’aria prodotta dal corpo fuori dalla finestra, ovviamente peró il marchingegno non sortì l’effetto sperato, e quindi rimase lungo, sì, peró inutilmente. 


3 Cu mangia fa muddrichi

Trad: chi mangia fa molliche

Di questo modo di dire esistono due diverse interpretazioni: la prima lascia intendere che chi fa qualcosa lascia sempre una traccia del suo passaggio;

la seconda riprende il latino “errare humanum est” e afferma che chi si occupa di qualcosa puó talvolta commettere degli errori.

4 Azzappari all’acqua e siminari a lu ventu

Trad: zappare l’acqua e seminare al vento

Ovviamente stiamo parlando di due azioni totalmente inutili e inconcludenti, ma quella che pochi conoscono è l’origine più che edotta di questo modo di dire, che risale alla classicità catulliana, per poi farsi strada durante la Scuola poetica siciliana di Federico II.

Quella rappresentata da questo modo di dire è una figura retorica dottissima: l’adynaton, indicata per usare cose impossibili. 

Usata appunto da Catullo nel carme 70:

ma ciò che una donna dice all’amante desideroso bisogna scriverlo nel vento e nell’acqua che tutto trascina.

E da Cielo d’Alcamo in “Rosa fresca e aulentissima”
Lo mar potresti arompere, a venti asemenare.”


5 Cu nasci tunnu un po moriri quatratu

Trad: chi nasce rotondo non puó morire quadrato

Per spiegare la storia di questo modo di dire le ricerche mi hanno portata al libro “La munacheddra di li Preguli” di Enza Pecorelli, scrittrice siciliana che ha raccolto insieme tanti cunti tramandati da sempre in modo orale, che altrimenti sarebbero andati perduti.

La storia di riferimento è quella della Regina Tuzzera, una giovane donna, in origine mendicante, che, sposata da un principe, si ritrova ogni pomeriggio a rubare un pezzo di pane dalla cucina e a chiudersi in una stanza per simulare la richiesta dell’elemosina. 

Ció dimostra che il tuo status sociale non puó cambiare le tue abitudini d’origine e che quindi cu nasci tunnu un po moriri quatratu.

 

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