L’ippogrifo, il cerbero, i licantropi e le sirene: dalla letteratura al fantasy della Rowling

Attraverso il mondo della Rowling vengono ripresi animali fantastici che dal medioevo ad oggi sono stati importantissimi nella letteratura di autori italiani. Questi successivamente vennero usati da molti autori per celare messaggi.

J.K. Rowling è tra le scrittrici più amate della nostra contemporaneità. Con Harry Potter ha risvegliato il mondo fantastico nelle menti di tutti, dai lettori agli spettatori dei film della sua saga. Il fantasy è sempre esistito nella letteratura, solo che oggi rappresenta un genere a se, mentre prima risiedeva nell’epica stessa. Questa infatti raccontava i miti e le leggende di divinità ed esseri mitici. Sul finire del medioevo infatti, nascono a poco a poco dei Bestiari, che proprio come quello di Newt Scamander, ne raccolgono descrizioni e rappresentazioni. Molte figure fantastiche sono nate anche nel periodo alto medievale, in cui la fantasia era l’unico mezzo per affrontare le paure. Molti uomini infatti, in situazioni in cui non riuscivano a darsi risposte, erano inconsapevolmente costretti all’uso della fantasia. Così facendo creavano delle immagini che potevano sostituire la paura dell’ignoto, con la speranza di sentirsi più forti ed allontanandosi dal problema reale. Al di la del periodo storico, questi animali hanno affascinato da sempre gli autori, taluni ne hanno inseriti nei loro scritti con precisi scopi, altri ne hanno inventati di nuovi. Ciò non toglie che lo scopo della letteratura fantasy è quella di trasmettere un messaggio ben celato, che con mistero stupore e meraviglia riesca a rimanere ben impresso.

Ariosto e l’ippogrifo.

L’indomabile ippogrifo che appare in Harry Potter con il nome di Fiero Becco, è una figura mitologica che pare sia stata ideata proprio dal nostro grandioso autore dell’Orlando furioso. Ariosto infatti studiando i classici dell’epica ed i suoi autori, si lasciò ispirare da Virgilio . Quest’ultimo in una delle sue Bucoliche utilizzò come metafora “incrociare i cavalli con i grifoni” per descrivere qualcosa di impossibile dato l’odio tra le due specie. Da tale metafora nasce questo animale simbolico dall’incrocio tra una giumenta e un grifone. L’animale è descritto con zampe posteriori e corpo da cavallo mentre testa, collo, zampe anteriori ed ali tipiche dell’aquila, rappresenta quindi l’amore impossibile tra Orlando e Agelica

Dante e il cerbero

In Harry Potter e la pietra filosofale i 3 protagonisti affronteranno il cerbero Fuffy che farà da guardiano alla botola. Nella Divina Commedia la figura del cerbero è posta  proprio come guardiano delle anime. Il cane a cento teste nella mitologia greca era guardiano dell’ingresso degli inferi (rappresentata quasi sempre con 3 teste). La mitologia spiega che il mostruoso guardiano se infastidito dalle anime che tentavano la fuga le spaventava e terrorizzava tutti con il suo latrato. il miele era l’unica cosa in grado di calmarlo. Nella Divina Commedia è per l’appunto a guardia del girone dei golosi. Dante lo descrive con occhi vermigli per l’avidità, ventre ampio per la voracità ed enormi zampe artigliate per afferrare al meglio il cibo. Più propriamente simboleggia con le sue teste gli scontri interni tra diverse fazioni di una città e l’avida volontà di accaparrarsi il potere.

Pirandello e il licantropo

La licantropia (da cui era affetto il professor Lupin) risale al mito greco di Licaone ( da lýkos, “ lupo ” ). Questi era il re dell’Arcadia e dalle sue molte spose nacquero ben cinquanta figli, dominati da forte superbia. Secondo la leggenda Zeus, travestitosi da mendicante per metterli alla prova, chiese loro ospitalità. Così questi offrirono in pasto a Zeus le viscere di un animale sacrificale mescolate assieme a quelle di un bambino. Il dio, disgustato, rovesciò la tavola , fulminò tutti i suoi figli, trasformando Licaone in lupo. Ad oggi le leggende più diffuse vedono la licantropia come una maledizione che vede la metamorfosi in lupo sotto i raggi lunari. Il licantropo è parte integrante di molti generi di letteratura, soprattutto dei primi anni dell’800. Questo interesse colpì anche Pirandello che nella sua novella Mal di luna (1913), inserì la figura di questo animale. Più nello specifico e soprattutto nel novecento la figura del licantropo rappresentava la condizione dell’uomo ed il suo sentirsi continuamente minacciato dal dissesto del mondo. La licantropia è quindi rappresentazione di una furia interiore, inquietudine che porta alla metamorfosi. Ma quella di cui si parla è un cambio pelle metaforico, non fisico. Come un voler simboleggiare la costrizione al dover resistere al dissestarsi del mondo esterno, reprimendo la volontà di ribellarsi.

Tomasi di Lampedusa e la sirena

Ritrovate in Harry potter e il calice di Fuoco, le sirene sono nate secondo i miti ellenistici dal sangue di Acheloo, dio dei fiumi, ma diverse dal nostro immaginario. Il loro corpo era per metà donna e per l’altra metà uccello. Tal che nell’Odissea si narra che dopo l’inganno subito da Ulisse, esse decisero di togliersi la vita gettandosi in acqua. Con il tempo mutarono le loro rappresentazioni, descritte con il corpo metà donna e metà pesce. Da sempre per il loro canto ipnotico sono state il simbolo della perdizione e del male. Tomasi di Lampedusa utilizza il mito della sirena nel suo racconto La sirena. Lighea, la sirena di questo autore, non canta ma ammalia con i suoi discorsi, tanto da vivere per anni nella memoria del protagonista del racconto. Essa però non è simbolo di conoscenza, ma solo primordiale sensualità. Il protagonista dopo aver vissuto un’estate d’amore con Lighea, non seguirà il suo richiamo, ma la nasconderà nei suoi ricordi, morendo interiormente a 24 anni. Di lui non resta null’altro che una vita piatta, vissuta in funzione solo di quel ricordo. Ed ecco come nel ‘900 le sirene divengono simbolo di quell’inquietudine mentale, di quell’ansia che attanaglia le menti e dalle quali non ci si può liberare. Specchio quindi di quell’insoddisfazione propria delle persone dell’epoca.

Simona Lomasto

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