L’insoddisfazione per il finale di ‘Lost’ spiegata con la metafisica come disposizione naturale in Kant

La confusione generata dalla celebre serie tv e i tentativi di interpretarla sarebbero frutto, spiega Immanuel Kant, degli errori che la ragione produce quando si spinge in campi che le sono preclusi

Ci siamo. Il più faticoso e mastodontico Lunedì dell’anno è arrivato, al fine. Con l’Estate che si congeda lasciando il posto all’Autunno, si ripresenta imperterrito quel tanto vituperato mese di Settembre che come ogni anno emana sempre la stessa puzza, quella di una vecchia caldaia costretta a ringranare a forza di olio per motori e un buon piede di porco, calci, ingiurie e bestemmie. Puzza di zampironi destinati a spegnersi, di asciugamani che sapranno di salsedine ancora per poco, e per chi è amante di anniversari e complotti – strana coppia – puzza di disastri aerei. Quell’odore acre di nafta sparsa, mista a lembi di cadaveri fatti a pezzi dalle turbine ormai in fiamme. Il Groud Zero ha ‘festeggiato’ quest’anno la maggiore età, diciott’anni dopo l’attentato dell’11 Settembre 2001 che portò al crollo delle Torri Gemelle che lì un tempo sorgevano.

Una planimetria del volo Oceanic 815, parte della flotta della compagnia aerea fittizia Oceanic Airlines, creata appositamente perché fosse possibile mettere scena – in film e serie tv – disastri aerei cui nessuna compagnia aerea avrebbe voluto essere associata. (airline-empires.com)

Ma non è un caso che abbia parlato di ‘disastri’ al plurale. Giacché ve n’è uno del quale è ricorso il quindicesimo anniversario appena qualche giorno fa. Quello del volo Oceanic 815 da Sydney a Los Angeles, scomparso dai radar il 22 Settembre 2004 con i suoi 324 passeggeri e precipitato mille miglia fuori rotta su un’Isola non segnata sulle carte. Un Cuore di tenebra fra i tanti “spazi bianchi sulla mappa” che Joseph Conrad aveva immaginato alla vigilia del Novecento. Quindici anni dopo, l’ubicazione di quelle 324 anime è ancora sconosciuta a tutti. C’è chi dice che siano da qualche parte nel Pacifico, disperse. Chi crede che siano tutti morti fin dall’inizio. “Nessun sa, Nessun sa” – Goran Bregović insegna. Perché un alone di mistero misto a un campo elettromagnetico pressoché impenetrabile – [occhiolino ammiccante] – circonda tutt’ora la loro sorte, e così la serie-evento che ne ha raccontato la storia.

Una sola serie, molto semplice, che avrebbe cambiato tutto

Sei stagioni per sei anni. Oltre a tante, troppe domande. E ben poche risposte. E’ questa l’eredità lasciata da Lost, da molti considerata tutt’ora come la migliore serie televisiva di tutti i tempi. Partorita dalle menti di J.J. Abram, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber, la serie ha saputo guadagnarsi e mantenersi questo altisonante e discutibilissimo titolo nonostante i tanti che, non comprendendone il significato pionieristico più che artistico, l’hanno pur messo in discussione. Di fronte all’amalgama del ricchissimo patrimonio di serie tv prodotte nel corso degli anni, la bellezza di Lost si perde fra mille altri grandi prodotti che potrebbero surclassarla in un giorno qualunque della settimana. Non è di questo che si tratta, quanto del ruolo anticipatore che Lost ha assunto rispetto al contemporaneo concetto di serie, e che permette oggi alle più fulgide fra le recenti produzioni di aspirare a un riconoscimento quasi cinematografico. Lo dimostrano le recenti discussioni in merito all’introduzione e alla valutazione di prodotti seriali all’interno di importanti rassegne cinematografiche, acuite dal ritorno di David Lynch al Festival di Cannes con il sequel di Twin Peaks e coronate dalla recente presentazione di The New Pope di Paolo Sorrentino al Festival di Venezia – per citare solo un paio fra i numerosi grandi registi che decidono di abbandonare un Grande Schermo ormai in crisi per quel Piccolo Schermo in così repentina ascesa. Un voltafaccia che sembra ormai autoalimentarsi dei meriti del secondo contro i demeriti del primo, ma che Lost ha senz’altro contribuito a innescare grazie a “una sola idea, molto semplice, che avrebbe cambiato tutto” (Inception – Christopher Nolan, 2010).

Un poster alternativo raffigurante il tragitto del volo Oceanic 815 da Sydney a Los Angeles. (deviantart.com)

L’idea che le serie tv potevano regalare al mondo un’esperienza molto più sfaccettata di una sequela slegata di puntate indipendenti – come fatto, fino ad allora, da polizieschi e medical drama. Facendo propria una sceneggiatura cinematografica dai confini narrativi già delimitati, la si poteva dilatare e quindi approfondire con una minuziosità che due ore di film non avrebbero mai concesso. Non che una serie con una trama unitaria e consequenziale non avesse mai solcato il palinsesto televisivo prima di Lost. Doveva ancora crollare il Muro di Berlino, e già Beautiful tentava il colpo sulla stessa strada. Ma non bastava. Era necessario emancipare le serie dalla dipendenza che avrebbero prodotto nel pubblico, trasformandole da macchine da soldi a progetti con un’integrità artistica. Da puttane pronte a vendersi fino ai sessanta nel caso in cui anche un solo ultimo sifilitico si fosse presentato alle loro porte, a fini cortigiane capaci di cogliere il momento giusto per farsi elegantemente da parte e avere salva la reputazione. E per farlo, serviva appunto imporre dei limiti, un inizio e una fine che non dipendessero dalla quantità della domanda ma solo dalla qualità dell’offerta – regola che molte serie, The Walking Dead su tutte, continuano a non applicare ancora oggi. Perché della serie conservasse un ricordo piacevole nella sua interezza, era meglio che il telespettatore si commuovesse per una fine che sperava arrivasse una stagione dopo, piuttosto che si rendesse conto troppo tardi che quella stagione era in realtà di troppo.

La mappa dell’Isola di Lost disegnata da Danielle Rousseau. (lostfied.com)

Lost era tutto questo: una serie consequenziale e delimitata. Ma era anche qualcosa di più. Non aveva solo la pretesa di assumere l’aspetto di un film, quanto l’ambizione di rubarne gli espedienti produttivi. Era necessario abbandonare la vecchia catena di montaggio messa a servizio di un cast incapace di assumere ritmi e credibilità cinematografici; costretto a girare, negli stessi trenta metri quadri di set, cinque o sei puntate la settimana, basandosi su uno straccio di canovaccio appena abbozzato e senza neanche avere il tempo di pisciare fra una scena e l’altra. Al suo posto, Lost proponeva un modello d’investimento e dei tempi di gestazione da colossal cinematografico – reso possibile da uno dei budget più ricchi nella Storia della televisione – per sovvenzionare un cast d’eccezione, seguito da un entourage ancora più vasto, che lavorasse per mesi su dieci o quindici puntate massimo. Perché gli attori potessero avere la rilassatezza di chi, con mente e corpo completamente focalizzati sulla riuscita dell’interpretazione, fra una scena e l’altra magari si è fatto anche una cagata.

What the fuck is that, private Pyle?

Certo, parlare di delimitazione e consequenzialità in una serie che secondo l’opinione di molti è stata tirata troppo per le lunghe al costo della più completa confusione narrativa, sembra voler scherzare. Ma solo perché le dichiarazioni d’intenti relative alla durata di Lost caddero nel dimenticatoio assieme alla chiarezza della sua trama. Fu il produttore esecutivo Carlton Cuse a proporre per primo che la serie si autoimponesse fin da subito una data di scadenza per il gran finale, di modo che “annunciando esattamente quando finirà”, fosse “possibile far proseguire la vicenda nella giusta direzione al giusto ritmo“. L’idea fu inizialmente rigettata dall’allora Presidente dell’emittente televisiva ABC. Tuttavia, a distanza di tre stagioni dall’episodio pilota, la proposta tornò in auge, portando alla saggia decisione d’imporre il 2010 come data d’uscita della stagione finale, ultima di tre che sarebbero dovute uscire a cadenza annuale. E così fu, nonostante poi le perplessità intorno alla fluidità della narrazione siano rimaste. Perché la consequenzialità di Lost è senz’altro cosa difficile da difendere, come difficile è spiegarne l’intricata trama. Non è questo l’intento. Un saggio non basterebbe a riassumerla. Per comprenderla a pieno servirebbe un’intera enciclopedia. Un’enciclopedia mitologica, a dirla tutta. Giacché pur lasciando fuori spedizioni nella giungla, storie amorose e intrighi personali – oltre a flashbackflashforward e flash sideways che ne hanno costellato ogni singola puntata – ciò che resta nel mazzo è abbastanza perché gli stessi creatori della serie decidessero di raccoglierlo con un termine appositamente coniato: Mitologia di Lost. A essa sono riconducibili tutti i diversi aspetti soprannaturali che caratterizzano l’Isola: dalle proprietà curative a quelle elettromagnetiche, dal viaggio nel tempo al significato dei numeri maledetti, fino ad arrivare alla natura dell’entità nota come ‘fumo nero’. Lo ripeto. Tante, troppe domande. E ben poche risposte. “Ci sentivamo come se Lost fosse una sorta di teoria del Big Bang ed ogni domanda non faceva che portare ad un ulteriore domanda”, avrebbero detto i creatori della serie. Tante e così diverse questioni lasciate in sospeso, che i fan desideravano a tutti i costi incasellare in un’interpretazione generale che le spiegasse tutte, in modo tale che le “cose che sembrano non tornare in realtà in qualche modo tornino, mettendo insieme un po’ di pezzi” – come pretendeva di fare Francesco Costa in un articolo per Il Post dal titolo, piuttosto arrogante, “Abbiamo capito il finale di Lost” (26 Maggio 2010). Fu proprio questo desiderio di conferire un impossibile aspetto unitario a una serie che voleva rimanere inspiegabile e frastagliata, quasi schizofrenica – e che proprio su questi caratteri aveva costruito la propria audience – a spingere i telespettatori verso un punto di non ritorno che avrebbe spossessato di senso l’intero progetto. Verso un’interpretazione che sì, “metteva insieme i pezzi” – in malo modo – ma che finì per far sogghignare di gusto i creatori della serie.

Un concept delle stazioni del Progetto Dharma, l’iniziativa scientifica avviata sull’Isola negli anni ’70 per studiarne le peculiarissime proprietà. (movieplayer.it)

No, no… Non erano morti fin dall’inizio”, dovette rispondere Cuse alla pressante domanda posta da un fan nel corso di una reunion organizzata a distanza di dieci anni dall’inizio della serie per festeggiarla e per cercare di chiarire alcune perplessità. Continua Lindelof: “Una delle teorie che gli spettatori si sono tirati dietro più a lungo era l’idea che Lost fosse una specie di Purgatorio. Non è un Purgatorio. Tutte queste cose stanno davvero succedendo, queste persone sono davvero sull’Isola”. In difesa dei sostenitori di questa teoria, va detto che innumerevoli indizi, facilmente fraintendibili, erano stati disseminati nel corso della serie. Già nella prima stagione John Locke domandava retoricamente “Non crederai che tutto ciò sia accidentale? Che noi, un gruppo di sconosciuti, siamo sopravvissuti, molti poi solo con ferite superficiali” (1×25 – Esodo: parte 3) – una domanda che gli illesi superstiti si porranno più e più volte, increduli. Lo seguiva a ruota Sayid Jarrah che, pur in tutt’altro contesto, pronunciava delle parole dal sapore più che metaforico: “A cosa servirebbe ucciderti, se entrambi siamo già morti?” (2×08 – Ritrovarsi); mentre Desmond Hume salutava Jack Shepard prima del loro incontro sull’Isola con quel suo famoso leitmotiv: “Ci vediamo in un’altra vita, fratello!” (2×01 – Uomo di scienza, uomo di fede). E ancora Desmond: “Ho navigato per due settimane e mezzo andando verso ovest e facendo 9 nodi. In una settimana sarei dovuto arrivare alle Fiji. Ma il primo lembo di terra che ho visto non erano le Fiji, no… No, era qui… era quest’isola. E lo sai perché? Perché non c’è nient’altro! Questo è tutto quello che è rimasto: questo oceano e questo posto qui. Siamo chiusi dentro una palla di vetro con la neve! Non esiste il mondo esterno, non c’è via di fuga!” (2×23 – Si vive insieme, si muore soli, parte 1). Per concludere in bellezza con quello scambio di battute fra James Sawyer e Anthony Cooper da far accapponare la pelle:

Cooper: “Sicuro che sia un’isola?
Sawyer: “E che altro potrebbe essere?”
Cooper: “Fa un po’ caldo per essere il Paradiso
(3×19 – Il brigantino)

Carlton Cuse e Damon Lindelof alla reunion organizzata a dieci anni dall’uscita della prima stagione di Lost. (ohnotheydidnt.livejournal.com)

Per farla breve insomma, era tale la convinzione di aver imbroccato la giusta strada interpretativa, che persino nella cultura di massa ci si riferiva all’Isola come qualcosa di interamente fittizio, come dimostra una scena della serie tv Arrow nella quale il migliore amico del protagonista, informandolo su quanto successo nel mondo durante la sua scomparsa, ha cura di riferirgli che in Losterano tutti morti, almeno credo”. Solo una delle tante, castranti e forzate interpretazioni dettate dal desiderio incessante di spiegare ciò che, semplicemente, era inspiegabile. Un’ossessione che, a ben guardare, accompagna l’Uomo da ben prima che ai creatori di Lost venisse anche solo in mente di portare in scena una serie del genere. Da secoli prima che nascessero, in effetti.

I fratelli Hume e l’in[Kant]evole Isola

A un’altra vita, fratello” ripete costantemente quel Desmond David Hume che, a giudicare dal nome e dalla provenienza scozzese, in un’altra vita dev’essere stato un esponente dello scetticismo settecentesco. Ma lui è solo uno dei tanti personaggi di Lost che traggono i loro nomi e alcuni aspetti delle proprie biografie da numerosi rappresentanti dei più diversi campi del sapere umano: dalla Storia (Ana Lucia Cortez) all’Arte (Edmund Burke), dalla Letteratura (James Sawyer e Kate Austen) alla Scienza (Daniel Faraday, Shannon Rutheford e George Minkowski), per poi concentrarsi maggiormente, ma non esclusivamente, sulla tradizione filosofica d’epoca illuminista (John Locke, Jeremy Bentham, Danielle Rousseau, Anthony Cooper e Michail Bakunin). L’ultima beffa, l’ennesimo sotterfugio lostiano atto a rimescolare le carte di un mazzo infinito di strade interpretative fra le più disparate, nonché spesso antitetiche. Due caratteristiche che avevano spinto proprio David Hume – quello vero – verso il più radicale scetticismo metafisicononché scientifico, e che al contempo l’avevano però reso inconsapevole fautore di uno di quei processi causali che non riteneva possibili. Criticando quella scienza filosofica che ormai da millenni forniva risposte antitetiche a medesimi problemi rendendo impossibile un progresso che tendesse verso l’una o l’altra posizione, Hume aveva risvegliato dal suo “sonno dogmatico” quell’Immanuel Kant che della metafisica si sarebbe dichiarato “innamorato deluso”, e di cui, nella Critica della Ragion Pura (1781), avrebbe parlato in questi termini: “La ragione umana […] è perpetuamente sospinta da un proprio bisogno verso quei problemi che non possono in nessun modo essere risolti da un uso empirico della ragione […] ; e così in tutti gli uomini una qualche metafisica è sempre esistita e sempre esisterà, appena che la loro ragione si innalzi alla speculazione”.

Il filosofo scozzese David Hume. (en.wikipedia.org)

Se non come scienza, la metafisica esiste dunque nell’Uomo come disposizione naturale, per il bisogno insopprimibile di darsi risposte a domande alle quali, per assenza di dati empirici, semplicemente non v’è risposta. Come quel bambino che, spinto dalla fame di conoscenza, pone ai propri genitori una sequela ininterrotta di “Perché?”, fino ad arrivare a una domanda sui massimi sistemi di fronte alla quale questi non saranno in grado di rispondere. Ciò sarebbe causato dal fatto che l’Uomo, mai sazio dei dati empirici che gli provengono dal mondo fenomenico dell’uti apparent – e che poi ordina e unifica per mezzo di quelle forme a priori dell’intelletto che sono le dodici categorie – prolunga questa sua attività unificatrice anche in quel campo metafisico dell’uti sunt che gli è precluso: il Noumeno. Varcando i limiti della sua possibilità di conoscere, le famose “Colonne d’Ercole dell’Umano”, cerca di conferire un senso unitario a dati dei quali semplicemente non è in possesso. E non li possiede perché la differenza fra Fenomeno e Noumeno non è la stessa che intercorre fra apparenza e realtà, fra finzione e verità, ma semplicemente fra il modo in cui una cosa ci si manifesta grazie alla nostra capacità di coglierla per mezzo della sensibilità, e ciò che quella cosa è ‘in sé’ indipendentemente da come noi la cogliamo – ma quindi anche dalla nostra possibilità di coglierla.

Il filosofo tedesco Immanuel Kant raffigurato in stile Pop Art. (fineartamerica.com)

Per spiegare questa filosofia del limite, Kant cita il famoso esempio della colomba che, inebriata dal volo, immagina di poter prescindere dall’impedimento dell’aria, che costituisce sì qualcosa contro cui si scontra nel suo volare, ma anche ciò che lo rende possibile, e senza il quale la colomba precipiterebbe nel vuoto. Così lo spettatore di Lost, non soddisfatto della frammentarietà dei fenomeni soprannaturali cui può assistere nel corso della serie, decide di conferirle un significato totalizzante che ne rinvenga il Noumeno, che ne colga il senso dietro le situazioni che mette in scena. Riuniti tutti i diversissimi aspetti della Mitologia di Lost sotto il concetto di Purgatorio – l’idea appunto che siano tutti morti fin dall’inizio e che tutto quanto messo in mostra fosse fittizio – l’interprete crede di aver dato finalmente un senso generale – del quale però non possiede alcuna prova empirica – a ciò che ha visto. Ma così facendo, finisce solo per negare l’esistenza di quell’aria che permette a Lost di volare su tutte le altre serie, cioè l’avvincente ricchezza visiva dei suoi aspetti soprannaturali, tanto diversi e dunque impossibili da unificare. Finisce per diventare come quei “navigatori degli oceani burrascosi” di cui parla Kant che –similmente alla colomba – “non contenti della propria Isola, vogliono spingersi in alto mare con l’irrealizzabile speranza di trovare nuovi insediamenti”, quando l’Isola che gli è data è proprio ciò che impedisce loro di affogare. Finisce insomma per dimenticare quanto David Hume – stavolta quello ‘finto’ – gli aveva detto rispetto all’Isola: “Non c’è nient’altro, questo è tutto quello che è rimasto”.

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