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L’importanza dei pigmenti per i grandi maestri del passato e per i restauratori contemporanei

L’arte non è solo bravura nella stesura del colore e nella creazione delle forme, né dipende esclusivamente dal talento dell’artista. Dietro ogni opera si nasconde una storia di sviluppo tecnologico ed un complesso iter di conservazione che l’ha preservato fino ai nostri giorni.

Ognuno di noi si è fermato almeno una volta ad osservare un’opera d’arte, riflettendo sull’abilità dell’artista e sulla bellezza dei colori usati. Ciò che andremo a scoprire in questo breve articolo non sono le simmetrie o le tecniche artistiche, ma qualcosa di ben più profondo: la chimica celata dietro ogni colore.

Cimabue: incompleto o ricercato?

Celeberrimo è l’affresco della “Crocifissione” che il maestro Cimabue dipinse nel transetto sinistro della Basilica superiore di San Francesco ad Assisi, oggetto di molte indagini storico-artistiche e protagonista di visite turistiche su scala mondiale. Questa raffigurazione ha la particolarità di essersi completamente scurita con il passare dei secoli. Cosa ha generato ciò che oggi vediamo?
Cimabue utilizzò una particolare tecnica di rappresentazione, chiamata affresco. Tale tecnica consiste, in breve, nel dipingere su di uno strato di intonaco “a fresco”, i pigmenti colorati restano, così, “incastrati” all’interno della calce.
Tutte le zone che attualmente vediamo marroni sono state dipinte con un pigmento chiamato bianco di piombo o, più comunemente, Biacca.

Cimabue “Crocifissione”, affresco, 1277-1283 ca.

La Biacca

Il bianco di piombo è un pigmento che Cimabue utilizza in molte delle sue opere, è di colore bianco e, come ci suggerisce il nome, deriva proprio dal piombo.
La sue produzione avveniva facendo corrodere una lastra del metallo citato da vapori di aceto, con catalizzatore organico (letame), si otteneva così uno spesso strato di carbonato basico di piombo, la nostra Biacca. Il bianco di piombo è particolarmente sensibile all’azione dell’acido solfidrico e dell’umidità che possono essere presenti nell’aria e che causano la formazione, rispettivamente, di solfuro ed ossido di piombo, entrambi tendenti al marrone.
Tutte le zone che ora vediamo di colore marroncino erano, in origine, bianche e rosate.  La tecnica affresco lascia i pigmenti completamente esposti all’ambiente circostante, a differenza di altre tecniche come quella ad olio, ciò determina l’avvento di fattori di incompatibilità “in differita”, che si manifestano dopo lunghi periodi di tempo.

Carbonato basico di piombo (Biacca)

Giotto tra azzurrite e lapislazzuli

Un altro grande maestro ha dovuto fare i conti con le particolarità dell’affresco: Giotto.
Il meraviglioso ciclo di affreschi che abbellisce la Cappella degli Scrovegni ci dà la possibilità di confrontarci un altro problema della pittura affresco, ovvero la compatibilità chimica.
Nella scena rappresentante la “Cacciata dei mercanti dal Tempio”, notiamo un particolare un po’ anomalo: le vesti di Gesù sono di un colore rosato, con qualche traccia evidente di azzurro nella zona più chiara del mantello.
Questa scena fu affrescata da Giotto utilizzando un pigmento naturale chiamato azzurrite.

Giotto “Cacciata dei mercanti dal Tempio”, affresco, 1303-1305 ca.

L’Azzurrite

L’azzurrite è un pigmento naturale di colore azzurro, estratto dal minerale omonimo. Chimicamente è un carbonato basico, come la Biacca, ma il metallo da cui deriva è il rame.
Era uno dei pigmenti più facilmente reperibili a basso costo in un periodo in cui l’azzurro era fondamentale nelle rappresentazioni religiose. L’unica alternativa esistente era il molto più raro e costoso Lapislazzuli.
Molto probabilmente la famiglia Scrovegni non volle o non potè pagare il costo accessorio previsto per l’uso di quest’ultimo e Giotto dovette adeguarsi a tale decisione.
L’azzurrite è un pigmento molto stabile, ma come ogni carbonato risente dell’azione caustica dell’idrossido di calcio che lo degrada in maniera quasi istantanea, rendendolo verde.
Per aggirare questa difficoltà gli artisti tendevano ad applicare a diretto contatto con l’intonaco un pigmento di colore complementare, solitamente rosso. Lo strato di colore rosso diventava, così, il nuovo supporto di applicazione per l’azzurrite che veniva utilizzata a secco, mista a dei leganti organici.
Per quale motivo ora vediamo solo il rosso? Perchè con il passare dei secoli lo strato di azzurrite si è “scollato” dal supporto, lasciando emergere il pigmento sottostante.
Ad ora, sembra che solo Raffaello sia riuscito ad applicare l’azzurrite “a fresco”

Azzurrite

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