Seneca ci suggerisce come rispettare il nuovo dpcm: evitare la folla per riscoprire se stessi

Ormai, con l’arrivo dell’autunno e l’aumento dei casi Covid-19, in Italia ci si aspettava delle direttive più stringenti per quanto riguarda le norme di sicurezza, che si erano allentate durante il periodo estivo.

Giuseppe Conte con Sergio Mattarella (da it.wikipedia.org)

Infatti lo scorso 13 ottobre 2020 è stato firmato dal presidente del consiglio, Giuseppe Conte, e dal ministro della Salute, Roberto Speranza,  il nuovo dpcm. Ulteriori restrizioni regolano l’aggregazione incontrollata di persone pericolosa per la trasmissione del virus e Seneca ci invita a rispettarle fornendoci una prospettiva diversa, non solo responsabilità verso il prossimo ma anche modo di costruire e conservare l’integrità interiore.

Il nuovo dpcm di Conte torna a limitare possibili assembramenti

Le nuove disposizioni portano gradualmente verso un maggiore grado di controllo e contenimento al momento non paragonabile alla situazione di totale lock down verificatasi fra i mesi di marzo, aprile e in parte maggio. Dopo la parentesi estiva di attenuazione delle restrizioni ora, in autunno, come previsto dall’OMS, si sta verificando un nuovo preoccupante picco di contagi. Si sono dunque resi necessari nuovi provvedimenti che si compongono di pochi punti essenziali. Innanzitutto è diminuito il periodo di quarantena obbligatorio, i positivi asintomatici sono vincolati all’isolamento non più per 15 giorni ma solo per 10, trascorsi i quali è sufficiente un solo tampone negativo per poter nuovamente uscire di casa. Vi è poi l’incoraggiamento a usufruire il più possibile della modalità di “smart working” che permette di lavorare a distanza, evitando contatti con estranei e diminuendo così la quantità di pendolari sui mezzi pubblici. Niente invece per quanto riguarda l’ipotizzato ritorno della didattica a distanza per i liceali degli ultimi anni. Sono vietati gli sport di contatto a livello amatoriale ma ammessi a livello dilettantistico e professionale. I locali devono chiudere entro la mezzanotte e non si può sostare all’esterno di essi dopo le 21. Infine sono vietate le feste al chiuso e all’aperto e in casa non è possibile ricevere più di sei persone, onde evitare si vengano a creare situazioni di folla incontrollabili e potenzialmente pericolose.

“La morte di Seneca” di Peter Paul Rubens

No alle feste private e Seneca non potrebbe essere più d’accordo

Quid tibi vitandum praecipue existimes quaeris? Turbam. Nondum illi tuto committeris.

Domandi che cosa a mio parere tu debba soprattutto evitare? La folla. Non puoi ancora correre il rischio di frequentarla.

È questo l’incipit lapidario della settima lettera a Lucilio, dalla raccolta delle “Epistulae morales ad Lucilium” (lettere morali a Lucilio) del filosofo e retore latino Seneca. Nato circa nel 4 a.C. e  suicidatosi per ordine di Nerone nel 65 a.C., era un seguace della dottrina stoica che si rifaceva alla scuola di Zenone di Cizio del III° secolo a.C. La cui riflessione ruota intorno alla figura del sapiens, esaltata e rincorsa da Seneca, cioè il saggio, che ha raggiunto la felicità grazie alla sua apatia, alla sua imperturbabilità, ovvero la capacità di trovare nella propria interiorità, nel proprio ‘animus’ la forza di superare tutte le prove e i dolori della vita. Il conoscere se stessi, il ‘rivendicare se a se stessi‘, ovvero la riflessione, il riossigenarsi dalle occupazioni frenetiche attingendo alle sorgenti della propria anima risaltano in numerose opere del filosofo di età neroniana, fra cui il “De otio”, “De costantia sapientis” e “De vita beata”. La sentenza sopra riportata risponde proprio al principio del ritiro del saggio, che non deve lasciarsi contaminare dalla folla, che in latino è designata col termine “turbam”, estremamente potente e dispregiativo in quanto rimanda all’idea della confusione, dello scompiglio caotico dell’accalcarsi disordinato di persone. Addirittura il mischiarsi in mezzo alla gente è ritenuto massimamente pericoloso per chi ha un carattere ancora non ben formato, in quanto facilmente influenzabile, ma in parte anche per chi è più avanti nella via della saggezza, infatti nemmeno Socrate o Catone avrebbero potuto ritenersi al sicuro. Questo suggerimento arriva da un passato lontanissimo dal nostro presente sconvolto dalla pandemia di sars-covid-19. Seneca anche senza la necessità sanitaria invita a evitare le situazioni di assembramento tipiche del volgo, da lui considerate dannose non per la salute fisica ma per quella interiore, per la libertà intellettuale.

Il vizio è come un virus da cui bisogna proteggersi a tutti i costi

La lettera del celebre autore procede così:

Quanto a me, confesserò la mia debolezza: non riporto mai a casa l’assetto etico con cui ero uscito; qualcosa di ciò che avevo sistemato ne rimane sconvolto, qualcos’altro, che avevo eliminato, riappare. (…) Frequentare molte persone è una pratica negativa: c’è sempre qualcosa che ci rende attraente il vizio o che lo cala nel nostro animo o che ce lo trasmette per contagio a nostra insaputa. (…) Nulla poi è altrettanto dannoso alla moralità quanto intrattenersi oziosamente in qualche spettacolo, perchè in queste occasioni i vizi si insinuano più facilmente nell’animo attraverso il piacere. (…) Cosa credi che possa succedere alla moralità di un uomo contro la quale si scatenano gli assalti della gente? Non puoi fare a meno di imitare la massa o di dimostrare la tua avversione. (…) Ritorna in te stesso per quanto ti è possibile. (traduzione a cura di Fernando Solinas, dall’edizione Mondadori del 2017)

Il furor scatenato, l’inconsistenza e l’anonimato della folla travolgono il singolo che non riesce a non lasciarsi tangere e a custodire l’equilibrio interiore ossessivamente raccomandato da Seneca.  Per lo scrittore è inevitabile quando si entra a contatto con il volgo ricadere in tutti quegli errori e in quei difetti contro i quali si lotta: l’avidità, l’ambizione, l’inclinazione alla sensualità, la crudeltà e addirittura l’inumanità. Il vizio è descritto proprio come un virus, nell’impersonalità della massa ci viene trasmesso all’istante, ne siamo contagiati. Sono soprattutto gli spettacoli circensi, tanto in voga allora, quelli contro cui si scaglia il retore, spietati e sanguinosi combattimenti, in cui venivano incitati i peggiori istinti nelle persone. L’ammonimento è quello di ripiegarsi in se stessi, nel forgiare con sane letture e con il seguire i buoni esempi la propria personalità per essere in grado di scegliere liberamente e con consapevolezza. Per quanto per noi questa situazione mancanza di contatto umano possa essere dura e difficile da affrontare, adottare la prospettiva proposta dal filosofo potrebbe aiutarci a trarre un vantaggio da queste norme. Senza cadere negli estremismi o nelle banalizzazioni, per vivere meglio questo sacrificio si potrebbe sfruttare l’opportunità di riscoprire e coltivare la nostra individualità e il nostro universo interiore, proprio come Seneca consiglia al suo caro amico Lucilio.

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