L’evoluzione umana nella serie Deus Ex: dobbiamo forzare gli ultimi confini della biologia?

La serie videoludica Deus Ex ci mostra un ipotetico futuro non troppo lontano in cui l’uomo assume un controllo quasi totale del suo corpo attraverso la teconologia, evolvendosi in cyborg. Quali sarebbero le conseguenze di questa svolta nel mondo reale e quanto tale svolta è lontana?

DEUS EX

Il mondo di Deus Ex è profondamente immerso nella tecnologia: impianti di sorveglianza posti a protezione di ogni appartamento, reti informatiche che raggiungono ogni angolo del pianeta, intelligenze artificiali e robot sostituiscono la manodopera umana ovunque sia possibile e così via. Tuttavia, una in particolare fra queste ipotesi tecnologiche sul futuro dovrebbe attirare la nostra attenzione sia in quanto esseri umani, sia in quanto creature biologiche: il “potenziamento”. Nel gioco, infatti, un’enorme parte della popolazione mondiale si è sottoposta ad operazioni di potenziamento, le quali vanno a sostituire arti ed organi biologici con controparti artificiali. Oltre la sostituzione, è prevista anche l’aggiunta di componenti del tutto nuove, come impianti retinali e Hub neurali. Queste operazioni comportano un massiccio aumento, a seconda ovviamente della loro invasività e tipologia, di forza, agilità, resistenza a danni esterni e totale invulnerabilità alle malattie. Inoltre altri innesti permettono una “lettura” della realtà normalmente non accessibili all’uomo. Ma c’è dell’altro. Restando, per il momento, nel mondo di gioco, non tutti possono permettersi il potenziamento e molti non lo accettano per motivi etici. Questi individui finiscono ai margini della società, poiché in Deus Ex è necessario potenziarsi, in misure diverse, anche per ottenere il più umile tra i posti di lavoro, un po’ come oggi è necessaria una basilare conoscenza informatica che ieri non era prevista.

Prototipo reale di arti bionici, ancora troppo ingombranti ed imprecisi

UOMO VS NATURA

Chiameremo provocatoriamente questo paragrafo ” Uomo vs Natura” per un motivo molto semplice. Una tale invasività della tecnologia, per alcuni, potrebbe renderci meno umani. Sottrarre noi stessi a quella che nella serie viene definita la “tirannia della biologia”, potrebbe portarci a smarrire la nostra identità, la nostra natura. In altre parole, laddove un cyborg sia un essere umano “integrato” con parti artificiali, quel cyborg non sarebbe più pienamente umano. Presentiamo tre obiezioni a riguardo. La prima per cui non possiamo decidere autonomamente, in base ad ideologie più o meno definite, cosa faccia parte e cosa invece sia esterno alla nostra natura. In passato, ad esempio, si riteneva che l’omosessualità fosse contro-natura e ancora oggi qualcuno sostiene che l’utilizzo di dispositivi elettronici come gli smartphone deformi e mutili i normali rapporti umani. Ma la natura umana non è qualcosa di definibile, anche volendo elencare le caratteristiche che ci appartengono in quanto specie, non parleremmo comunque della nostra essenza ma solo di ciò che siamo in grado di fare. Tuttavia, pur volendo mantenere l’arroganza di poter definire la nostra “natura”, termine di per se molto ambiguo e manipolabile, il filosofo Arnold Gehlen ci aiuta a formulare la nostra seconda obiezione. Egli, infatti, annovera la capacità tecnica, ovvero la capacità, tutta umana, di superare i limiti imposti dalla natura, limiti che avrebbero potuto decretare la nostra fine come specie. In altre parole, l’uomo ha sempre avuto la necessità di varcare i confini naturali, allo scopo di sopravvivere: l’assenza di una pelliccia, di zanne e artigli, di istinti sviluppati, di velocità viene annullata dalla fabbricazione di vestiti, di armi ed innumerevoli strumenti. Un’ascia rudimentale condivide lo stesso principio di una bomba atomica: assumere il controllo della natura. Qualcuno potrebbe obiettare che potenziare il proprio corpo divenendo un cyborg non è affatto necessario, a differenza di un fuoco che ci protegga dal freddo o di un coltello che ci difenda dai predatori. Ma Gehlen include la semplice agevolazione tra i benefici della capacità tecnica: un’automobile, ad esempio, agevola il lavoro che normalmente andrebbe svolto dalle nostre gambe. Infine, la terza obiezione: noi siamo già cyborg. Per la precisione, cyborg funzionali, poiché estendiamo od integriamo le nostre capacità tramite dispositivi non direttamente innestati nell’organismo (occhiali, smartphones, auricolari ecc..). Perché dunque utilizzare un telefono per comunicare con un’altra persona distante svariati chilometri da noi dovrebbe andar bene ed invece disporre di un Hub neurale che ci permetta, in modi ancora sconosciuti, di collegarci direttamente ad internet sarebbe sbagliato? Per concludere, integrazione, intensificazione ed agevolazione hanno la stessa legittimità: restituire ad un mutilato i suoi arti, fornire ad un poliziotto innesti per svolgere meglio il suo lavoro o permettere a chiunque una connessione con gli altri più rapida ed intuitiva, sono tutti benefici che hanno la stessa legittimità.

Rebekah, modella dotata di braccio bionico

UOMO VS SOCIETÀ

Veniamo, dunque, alle dolenti note. Se il conflitto con la natura è inesistente oppure è, paradossalmente, naturale, qualche problema potremmo porcelo riguardo alle conseguenze che un’evoluzione artificiale dell’uomo avrebbe sul suo rapporto con la società. Nella serie Deus Ex, molti finiscono emarginati poiché non possono permettersi gli innesti oppure, sopratutto, perché ritengono sbagliato il potenziamento, scegliendo una vita di stenti piuttosto che un’integrazione così pervasiva con la società. È ovvio che, aldilà della finzione videoludica, un tale cambiamento avrebbe delle conseguenze gigantesche anche nella realtà. A questo punto viene da chiedersi se si sia disposti a pagare il prezzo del prossimo passo dell’evoluzione. È stato appurato che l’evoluzione umana non si è manifestata come una linea retta, che parte dal ramapiteco e giunge fino all’homo sapiens. Essa è stata di gran lunga più simile ad una sorta di “battle royal” evolutiva, in cui diverse varietà di homo hanno convissuto, a volte combattendosi a vicenda. Tuttavia, come possiamo ben vedere, soltanto la varietà più adatta a sopravvivere è giunta fino ad oggi. Che lo stesso meccanismo di debba cinicamente applicare anche ad una possibile, futura evoluzione artificiale della specie umana? È abbastanza presto per dirlo e anche liquidare la questione addossando le possibili colpe al capitalismo è scorretto: la tecnica, di qualsiasi “livello” essa sia, non è capitalista e non è anti-umana. Essa ha permesso all’uomo di prendere il suo posto nel mondo fin dall’inizio della nostra storia. Per quanto sia difficile crederlo, persino una manipolazione biologica invasiva e pervasiva come quella di cui abbiamo parlato potrebbe essere interpretata come un lasciare far alla natura, qualunque cosa essa sia, il suo corso.

Tiziano Attivissimo

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