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Il problema della definizione di concetti semanticamente così ampi come quelli di bene e male attanaglia l’uomo da secoli e continua, ancora oggi, ad essere argomento di riflessione. Sono due gli aspetti fondamentali del bene: si ha innanzitutto il bene metafisico ed esso si identifica nell’essere, ma si ha anche il bene morale, il quale si riferisce, invece, alla volontà. Stando a questa prima definizione, tutti avremmo la possibilità di esercitare il bene, sebbene questa possa variare a seconda della nostra volontà di farlo. Da questo concetto prende le mosse Aristotele per la sua riflessione sulla questione nell’Etica Nicomachea: affronta la diatriba tra bene e male affermando che siamo padroni delle nostre azioni e che per natura non siamo né buoni né cattivi. Anche nel caso in cui si giunga alla formazione di esseri morali, cioè soggetti dotati di abiti etici, non necessariamente si è pervenuti al bene. Per Aristotele, inoltre, il bene è attività: sul bene, quindi, si costituisce l’impegno etico dell’uomo. Se fare il bene sia in noi, starà in noi anche il non fare il male; ovvero se in noi sta il non fare il bene, starà in noi anche fare il male. Se dunque, da noi dipende ugualmente fare il bene e il male, o non farlo, da noi dipende l’essere probi o perversi. Il dire poi che nessuno è volontariamente malvagio, né involontariamente beato, in parte si avvicina al vero, in parte al falso. Nessuno è beato involontariamente, ma la malvagità è volontaria. E se è vero che non scegliamo di essere dotati di un bene in potenza, è anche vero che, se così fosse, l’esercizio del male assumerebbe ancor più accezione negativa. Successivamente, con l’avvento del cristianesimo, si afferma una nuova visione del bene e del male. Infatti, il cristianesimo incarna il sommo bene in Dio e il male più estremo nel demonio, quindi essenzialmente come due elementi non appartenenti all’uomo. Il bene supremo è identificato in Dio, che per natura è immutabile e immortale, ma che nonostante ciò conferisce agli uomini il potere di nuocere. E se ci si chiede come un bene incorruttibile possa anche solo conoscere il concetto del nocere, è anche vero che, secondo la concezione cristiana, Dio ha concesso tale facoltà all’uomo mettendolo alla prova, già sapendo ciò che avrebbero sofferto coloro ai quali viene permesso di fare del male a chi ha, a sua volta, la capacità di fare altrettanto, generando una regressione infinita e senza uscita.

Bene e Male
L’Etica Nicomachea, Aristotele

A fare luce sulla questione ci pensa il filosofo tedesco Immanuel Kant, il quale afferma che la specie umana non può essere definita né buona né cattiva, piuttosto buona e cattiva, adottando una situazione neutra ed intermedia. L’uomo non è cattivo solo perché commette azioni cattive, cioè contrarie alla legge, è cattivo perché dal carattere di tali azioni si può desumere l’esistenza di massime cattive: ma le massime non possono essere osservate in sé, pertanto non è mai possibile fondare con sicurezza, sull’esperienza, il giudizio che l’autore di tali azioni sia effettivamente un uomo cattivo. Inoltre, Kant sostiene che l’ uomo non contravviene alla legge morale per puro spirito di rivolta, cioè rifiutandosi di obbedire, ma essa piuttosto si impone all’uomo irresistibilmente in virtù della sua predisposizione morale e se nessun altro movente agisse in senso contrario, l’ uomo l’assumerebbe come motivazione sufficiente a determinare l’arbitrio positivo, cioè egli sarebbe moralmente buono. In definitiva, il male radicale per Kant deriva dalla libertà di scelta dell’uomo, che è per predisposizione propenso al bene, e non dalla natura di esso. Ebbene, se l’uomo fosse lasciato libero di scegliere, sciolto da ogni obbligo morale, in balia di un istinto prettamente umano, sceglierebbe il bene o il male? Alla base della natura umana vi è il desiderio, la volontà di soddisfare il proprio bisogno personale. Volere e aspirare sono tutta l’essenza dell’uomo. Tuttavia, il volere cela un bisogno, che a sua volta scaturisce dalla mancanza. La mancanza, che portata agli estremi può tramutarsi in sofferenza, genera il bene allo stesso modo del male. La scelta, quindi l’atto di volontà, presuppone un pensiero che la indirizzi, meramente soggettivo: siamo pertanto al tempo stesso chi guida la scelta e chi obbedisce alla scelta, siamo al tempo stesso chi opprime e chi viene oppresso dal dovere. Nel mondo contemporaneo gli esseri umani vivono in una continua insicurezza, incertezza e vulnerabilità, assumendo, quindi, che l’uomo è egoista per natura e probabilmente un po’ per difesa, ne deriva che rapporti, legami ed unioni tendono ad essere considerate e trattate come cose da essere consumate, non prodotte.

Bene e Male
Immanuel Kant (Königsberg, 22 aprile 1724 – Königsberg, 12 febbraio 1804)

Il pensiero di Hannah Arendt

Uno spunto di riflessione più attuale sulla questione della dicotomia tra bene e male proviene dal capolavoro di Margarethe von Trotta, Hannah Arendt (2012), film biografico sulla vita dell’omonima filosofa e scrittrice, autrice del celebre libro La banalità del male. La pellicola ripercorre nel dettaglio i quattro anni (dal 1961 al 1964) durante i quali la Arendt, interpretata dall’attrice Barbara Sukowa, assiste a Gerusalemme al processo contro il nazista Adolf Eichmann e, da ebrea tedesca, è costretta a fare i conti con i dolori del proprio passato. Aspettandosi di ritrovarsi di fronte ad un mostro, ha invece davanti a sé un signor “nessuno” la cui mediocrità nell’obbedienza agli ordini fa a pugni con le azioni commesse. A questo punto, si rende conto che il vero enigma da risolvere è il contrasto tra l’apparenza di Eichmann e il male che in lui alberga. Al processo ci si domanda se Eichmann abbia o meno una coscienza. La risposta è affermativa: egli ha una coscienza ma questa è inglobata e incatenata all’ideologia nazista, quindi tutto ciò che ha fatto non va contro la legge, egli ha seguito alla lettera le norme, quindi è e poteva essere considerato un uomo ideale e soprattutto ligio alla legge. Nessun ebreo è stato, inoltre, ucciso di sua mano, in quanto la sua posizione gli permetteva di emanare ordini e far sì che questi venissero eseguiti. Hannah Arendt arrivò essenzialmente ad una conclusione, che le persone come Eichman, sia durante il nazismo sia ancor oggi, sono tante. Fatto ancor più grave è che questi uomini non sono né perversi né malvagi, bensì terribilmente normali. E’ necessario comprendere, seguendo una linea di pensiero socratica, che possiamo trovare un Eichmann in ognuno di noi, questo perché, in relazione alle situazioni che viviamo, tutti possiamo compiere del male a persone con cui abbiamo un trascorso e questo può avvenire nel momento in cui dimentichiamo o mettiamo in disparte la nostra coscienza, che si pone al servizio di un’ideologia pedante, la quale, a sua volta, crea in ogni essere umano una deresponsabilizzazione collettiva delle proprie azioni. Chiunque può commettere il male banale e il bene ingenuo, cioè quel male e quel bene senza consapevolezza intellettuale e morale. Prendendo in prestito il lessico nietzschiano per rendere pienamente il concetto, la transizione dalla mentalità apollinea a quella dionisiaca, cioè dalla coscienza e dalla capacità di discernere all’appagamento dei propri istinti primordiali, viene meno l’abituale e normale restrizione della crudeltà, come nel caso di Eichmann, il cui esercizio del male è determinato dalla volontà di danneggiare e deumanizzare un innocente attraverso la propria posizione di potere. Fare parte di un gruppo che osserva passivamente un male così grande significa che ogni individuo presume che altri potrebbero prestare o presteranno aiuto (assodando che si abbia coscienza del male), per cui vi è meno pressione ad agire rispetto al caso di una persona sola. In sostanza, la semplice presenza di altre persone produce una diffusione del senso di responsabilità. Le attività in virtù delle quali ci distinguiamo dagli animali hanno tutte in comune un ritrarsi dal mondo così come appare e un ripiegamento verso l’io, in quanto essere pensante. Ciò non comporterebbe nessun grave problema se noi fossimo semplici spettatori: noi siamo del mondo e non semplicemente in esso, anche noi siamo apparenze, proprio in virtù del nostro arrivare e partire, apparire e scomparire, in virtù del nostro prendere parte al teatro del mondo.

Bene e Male
Barbara Sukowa nel ruolo di Hannah Arendt, dall’omonimo film (2012)

Valeria Parisi

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