Il Superuovo

L’esecuzione di Lisa Montgomery riaccende il dibattito sulla legittimità giuridica della pena di morte

L’esecuzione di Lisa Montgomery riaccende il dibattito sulla legittimità giuridica della pena di morte

Lisa Montgomery, l’unica donna nel braccio della morte federale, è stata giustiziata. L’iniezione è avvenuta martedì notte, ore italiane.

Cinquantadue anni, era stata riconosciuta colpevole di aver aggredito nel 2004, nello Stato del Missouri, una ragazza incinta, la 23enne Bobbie Jo Stinnett, e di averla lasciata morire dissanguata dopo aver estratto con un coltello il feto, portato via come se fosse suo figlio. La storia di Lisa Montgomery ha diviso gli Stati Uniti e acceso il dibattito anche al di qua dell’oceano. Diverse organizzazioni anti pena di morte in Italia avevano sperato fino alla fine nella cancellazione dell’esecuzione, dopo la sospensione decisa dal giudice. Questo episodio è figlio di una ripresa delle esecuzioni avvenuta la scorsa estate, dopo una pausa di 17 anni. Non solo, riaccende il dibattito sulla legittimità di questa pratica nel diritto internazionale.

Uno strumento presente in ogni epoca storica

La pena capitale è stata applicata nel corso della storia in casi di delitto o per risolvere conflitti tra soggetti appartenenti ad una stessa comunità, andando incontro ad un’evoluzione sia per le modalità che per i possibili casi di applicazione. La prima fonte scritta relativa all’applicazione della pena di morte è costituita dal Codice di Hammurabi, circa 1750 a.C., che la prevedeva per sacrilegio, furto e omicidio. Le antiche civiltà facevano tutte ricorso alla pena capitale: gli egizi gettavano il condannato, ancora vivo e chiuso in un sacco, nel Nilo; i popoli precolombiani infliggevano la schiavitù a chi si macchiava di furto e la morte a chi commetteva omicidi. Gli antichi greci e romani applicarono la pena capitale in modo costante, con la sola eccezione dell’imperatore Tito, il quale, pur non abolendola, non la applicò mai; nel periodo che va dal Medioevo fino al XVIII secolo si registrano in generale ben pochi episodi di clemenza. Cesare Beccaria pubblicò nel 1764 il suo libro, poi divenuto celebre, “Dei delitti e delle pene”, in cui si espresse per primo contro la pena di morte e la tortura, giudicandole non soltanto usanze incivili, ma anche inutili rispetto allo scopo finale della difesa della società dai criminali. L’opera riscosse un notevole successo ed ebbe ampia risonanza in tutta l’Europa. Fu il Granducato di Toscana con il granduca Pietro Leopoldo, nel 1786, il primo Stato al mondo che abolì legalmente la pena di morte. Nell’Italia unificata l’abolizione arrivò nel 1889, con delle eccezioni per i crimini di guerra e regicidio, per poi essere reintrodotta durante gli anni del regime fascista dal 1926 al 1947. Tra le forme più comuni di esecuzione nell’Italia moderna si annoverava la fucilazione, mentre storicamente le tecniche adoperate sono state le più varie: i romani adottavano l’impiccagione o la damnatio ad bestias, che prevedeva di far sbranare vivi i condannati dagli animali feroci nelle arene; la Spagna ha utilizzato dal Medioevo e fino agli anni di Francisco Franco la garrota, un macchinario che strangola meccanicamente il condannato; è celebre la ghigliottina francese utilizzata dalla fine del Settecento, mentre negli anni della Santa Inquisizione si è fatto ricorso al rogo; impiccagione, lapidazione e iniezione letale, che negli Usa ha rimpiazzato la sedia elettrica, sono tecniche ancora utilizzate in varie parti del mondo.

Come ha agito il diritto internazionale contro la pena di morte

La lotta delle Nazioni Unite contro la pena di morte ha preso avvio nel 1966 con il “Patto internazionale sui diritti civili e politici”, oggi ratificato da 161 stati. Elaborato a partire dalla Dichiarazione dei diritti umani, questo documento protegge una serie di diritti e libertà fra cui quello alla vita, pur non avendo come obiettivo esplicito l’abolizione universale della pena di morte. L’articolo n.6 nel primo paragrafo dichiara che il diritto alla vita sia inerente alla persona umana e che questo diritto debba esser protetto dalla legge, poiché nessuno può essere arbitrariamente privato della vita. A seguire pone un limite alla possibilità di condanne a morte, permesse solo per i più seri crimini e proibite su minori e donne in cinta. La riflessione internazionale ha registrato una svolta importante nella Risoluzione (n. 2857) sulla pena di morte, approvata dall’assemblea generale dell’Onu nel 1971, in cui si specifica l’obiettivo della progressiva restrizione del numero delle violazioni per cui può essere imposta la pena capitale, con la consapevolezza del desiderio dell’abolizione di questa pena in tutti i paesi. Dopo numerosi incontri, nel 1989, 31 stati hanno presentato all’assemblea generale il secondo Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici, poi entrato in vigore nel luglio del 1991, l’unico strumento internazionale che persegue l’abolizione universale e totale della pena capitale, in cui si dichiara inequivocabilmente la pena di morte come una violazione dei diritti umani; si chiede l’abolizione totale della pena di morte da parte degli stati aderenti, permettendo, però, di mantenerla in tempo di guerra ai membri che hanno posto una riserva specifica al momento della ratifica. Ai tavoli internazionali, nel dicembre del 2007, l’Assemblea generale dell’Onu ha adottato, su iniziativa dell’Italia e dell’UE, ha adottato la risoluzione 62/149 “Moratoria sull’uso della pena di morte”, che chiede agli stati membri di stabilire una moratoria delle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pena di morte. Schiacciante la maggioranza: 104 voti a favore, 29 astensioni e 54 contrari tra cui Stati Uniti, Cina, India e Giappone, Iran e Sudan.  Nel dicembre del 2008, l’Assemblea Generale dell’Onu ha poi rinnovato la moratoria universale della pena di morte con nuove adesioni al fronte abolizionista e un aumento delle astensioni rispetto ai contrari. Pur non avendo potere vincolante sui singoli stati, le moratorie coronano una chiara tendenza internazionale, un cambiato sentimento del mondo e una nuova soglia, più alta, di rispetto dei diritti umani. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, pur rispettando il diritto di ogni paese a scegliere gli strumenti più adatti per difendere i propri cittadini e per reprimere il crimine, ha riaffermato che l’abolizione della pena di morte è un obiettivo per l’intera comunità internazionale, che tocca i diritti umani e che come tale riguarda la comunità internazionale.

L’analisi di Amnesty International sulla pena di morte

Come dimostrano le indagini condotte da Amnesty International, i Paesi sostenitori della pena di morte applicano questa forma di condanna per vari motivi: per impedire che i criminali possano commettere delitti più crudeli di quelli che hanno già commesso; per dissuadere la popolazione dal commettere gli stessi crimini; per dimostrare alla popolazione che la giustizia funziona; per rispondere all’esigenza di giustizia dei parenti della vittima; per eliminare fisicamente l’avversario politico del governo in carica. Tuttavia negli anni è aumentato il numero degli abolizionisti che si oppongono alla pena di morte, soprattutto per motivi morali. Infatti, al di là dell’atrocità di questo strumento, nessun uomo ha il diritto di togliere la vita a un altro uomo, indipendentemente dal reato commesso. Proprio partendo da questo principio è nata Amnesty International, l’organizzazione internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani. Dalla sua fondazione, nel 1961 a Londra, Amnesty ha fatto molto per cercare di abolire la pena di morte in tutti gli Stati del mondo, usando argomenti di tipo etico, sociale, giuridico, medico e psicologico. Amnesty si oppone incondizionatamente alla pena di morte, ritenendola una punizione crudele, disumana, degradante e ormai superata e sostenendo che viola il diritto alla vita, è irrevocabile e può essere inflitta a innocenti. Inoltre, il suo uso sproporzionato contro poveri ed emarginati è sinonimo di discriminazione e repressione. Nel 1977, quando Amnesty partecipò alla Conferenza internazionale sulla pena di morte a Stoccolma, i paesi abolizionisti erano 16. Ad oggi, gli Stati che eseguono maggiormente esecuzioni sono, nell’ordine, Cina, Iran, Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti. Gli ultimi, appunto, sono tornati a farsi sentire proprio in queste ore, con l’esecuzione di Lisa Montgomery.

 

 

 

 

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