Il Superuovo

L’Edipo Re e The Promised Neverland mettono in scena la fragilità dell’esperienza umana

L’Edipo Re e The Promised Neverland mettono in scena la fragilità dell’esperienza umana

The Promised Neverland e l’Edipo Re di Sofocle: due opere totalmente distanti o possiamo trovarvi dei possibili punti di contatto? Cosa della vicenda dell’eroe tebano possiamo riscoprire nell’opera firmata Kaiu Shirai? Scopriamolo insieme.

Jean-Antoine-Théodore Giroust , 1788, Dallas Museum of Art

The Promised Neverland, manga nato nel 2016 dalla mano di Kaiu Shirai e Posuka Demizu, ha avuto nel 2019 un adattamento televisivo in una serie anime da 12 episodi. L’opera ha riscosso un grande successo, tanto da portare all’annuncio di una seconda stagione, attesa nel 2021.

La fine dei sorrisi, la fine degli abbracci

Partiamo dalla trama. Emma e Norman sono due dei tanti ragazzi e bambini che vivono in un orfanotrofio di campagna, un luogo immerso nel verde, incontaminato e apparentemente perfetto, senza difetto o imprecisione alcuna. Conducono la loro vita all’insegna del divertimento e della felicità, condividendo sorrisi, abbracci e facendosi forza a vicenda, sempre animati dalla speranza, un giorno, di poter uscire e scoprire cosa li attende al di fuori delle mura, possenti fortificazioni che cingono tutto l’ambiente circostante. Sono accuditi e seguiti da Isabella, la mamma, dolce e giovane preside della struttura, che con affetto e dolcezza si prende cura di loro. E’ un luogo ameno. Così agli occhi dei bambini, così agli occhi degli spettatori. Ma con una differenza, profonda e inquietante: se i primi, vivendo in quella realtà da quando ne hanno memoria e conoscendo dunque solo quella, non possono accorgersi che c’è qualcosa che non va, lo spettatore, invece, osservatore esterno ai fatti, si. Alcuni sorrisi e reazioni appaiono, infatti, fin troppo frequenti ed esageratamente innocenti e, particolare ancora più evidente, ci si accorge che ogni bambino reca sul collo, stampata su di esso, una sigla numerica identificativa. Si è dunque portati a provare, accanto ad un senso di sicurezza e protezione, trasmesso dall’ingenua felicità dei bambini, un senso, contrario, di insicurezza, inquietudine e angoscia, che, andando avanti con la vicenda, cresce sempre di più. Ciò che accade dopo, infatti, conferma tali timori. Un giorno, ad una bambina di nome Conny, viene comunicato che vi è una famiglia pronta ad adottarla e che, in virtù della novità, partirà immediatamente. La piccola, dunque, preparata la valigetta e preso il tenero coniglietto di pezza da cui non si separava mai, si appresta a dare l’ultimo saluto ai compagni, ma, nel duro contesto del cordoglio, dimentica su un tavolo il fido e muto amico. Ed ecco che entrano in scena i nostri protagonisti. Emma e Norman, infatti, accortisi dopo qualche minuto della dimenticanza, lo prendono e iniziano a correre verso l’unica uscita dal centro, nella stessa direzione presa, qualche tempo prima, da Conny e dalla mamma. Giungono, infine, nei pressi di un enorme cancello e, trovandolo aperto, lo superano. Ma non li aspetta l’esterno, bensì un ulteriore area, chiusa, probabilmente di raccordo tra il dentro e il fuori. Vi trovano un camion e, speranzosi che al suo interno possano ritrovare la piccola amica, lo aprono. La scoperta che fanno è agghiacciante: dentro giace, oramai esanime, il corpo della bambina. I ragazzi sono scioccati. Il loro stupore ci viene comunicato attraverso un’espressività incredibilmente incisiva, del tutto in linea con la tragicità della scena. Ma non è finita qui. Emma e Norman, infatti, quasi impossibilitati a muoversi causa shock, sentono dei passi, poi delle voci e, percependo il pericolo, si nascondono sotto il camion. E fanno una scoperta ancora più terrificante. A fare la loro comparsa sono due creature mostruose che, presa la bambina, oramai morta, la ripongono all’interno di un contenitore di conservazione, accennando ad una sua futura consumazione. I ragazzi, sempre più attoniti, si chiedono se la mamma centri qualcosa. E, posta la domanda, si palesa immediatamente la risposta. Sulla scena, infatti, appare anche lei e sembra stare dalla parte dei mostri, sembra, addirittura, che abbia stretto un accordo con loro. Emma e Norman, raccolte le poche forze e approfittando di un momento di distrazione, riescono miracolosamente a fuggire e si avviano verso la tenuta. Ma, quasi arrivati, si fermano e, scioccati, iniziano a metabolizzare ciò che hanno visto. Si apre così, dunque, l’opera firmata Kaiu Shirai.

I ragazzi, scioccati, assistono al disgregarsi delle illusioni

Dalla luce alle più profonde tenebre

Edipo, re di Tebe, interroga l’oracolo di Apollo per scoprire quale mistero si nasconde dietro la terribile pestilenza che ha colpito la città. Il responso è chiaro: finché non verrà allontanato l’assassino di Laio, il precedente re, il morbo non cesserà. L’eroe allora, convocato il vate Tiresia, lo interroga sulla questione e, dopo un’amara discussione, si sente rispondere che l’assassino è proprio lui. Turbato, viene consolato dalla moglie Giocasta, che cerca di dimostrargli come non tutti gli oracoli siano veritieri. Gli racconta, infatti, che a Laio fu predetto che sarebbe morto per mano del figlio, finendo, alla fin fine, per essere ucciso da dei briganti. Edipo, però, ascoltando il racconto, finisce per insospettirsi ancor di più, ricordando le circostanze similari nelle quali aveva ucciso un uomo, uno sconosciuto. Volendo dunque indagare ancora ed essendo deciso ad arrivare alla verità, ascolta con grande attenzione le parole di un messo, che, sopraggiunto proprio in quel momento, gli comunica la morte del re di Corinto Polibo, che Edipo crede sia il padre. Rassicuratosi, e convinto di esser dunque fuggito all’oracolo che lo voleva uccisore di questo, ricade immediatamente nel dubbio, quando, il messo, proseguendo, gli rivela che i sovrani di Corinto non erano i suoi genitori naturali e che lui, un tempo pastore, lo aveva ricevuto fanciullo direttamente dal servo del defunto re di Tebe. Le coincidenze iniziano ad essere troppe. Giocasta, infatti, avendo inteso il reale stato delle cose, cerca di dissuadere Edipo dal continuare le ricerche, ma il richiamo della verità è troppo forte. E la fiducia che si ripone in essa e nell’intelletto, forse, ancor di più. L’eroe, dunque, va avanti e, così facendo, prepara la sua rovina. Convoca il servo, che, tempestato di domande, gli rivela tutto: Edipo è il figlio di Laio e Giocasta. Ha dunque ucciso il padre e sposato la madre. La verità, ormai venuta alla luce, si rivela fin troppo dura da sopportare: Giocasta si impicca e l’eroe, rientrando nella reggia ed esclamando “oh luce, che i miei occhi ti vedano per l’ultima volta” (Sofocle, Edipo re, verso 1183), si toglie la vista. Le figlie, Antigone e Ismene, raggiungono lo sventurato padre e, lasciandosi andare ad un pietoso abbraccio, piangono la sua sorte. Cala il sipario.

La peste di Tebe di Charles Francois Jalabert

La fragilità dell’esperienza umana

Vediamo ora in che cosa le due opere, e in particolare le parti sopra raccontate, possono essere accostate. Per cominciare, appare evidente che entrambe mettono in scena la fragilità dell’esperienza umana, che, in pochi istanti, può passare da una condizione di grande sicurezza, controllo e felicità ad un’altra, opposta, di estremo dolore e tragicità. Edipo, preso il potere su Tebe, aveva ottenuto tutto ciò che un re potesse desiderare: grandi ricchezze, il favore del popolo, l’amore della moglie, una solida discendenza. Non aveva di che temere e, in tali vesti, si sentiva forte, padrone assoluto della situazione. Ma gli eventi successivi lo smentiscono terribilmente: prima la pestilenza, poi la ricerca e infine la scoperta finale, che fa crollare in maniera definitiva ogni sua certezza: da quella politica, in quanto, scoperte le origini, non potrà più essere re, a quella legata alla sua intelligenza, grazie alla quale aveva risolto l’enigma della sfinge. Ecco allora che il mondo attorno all’eroe si dissolve, svaniscono le illusioni e su Edipo incombe la nuda e cruda verità. Una verità distruttiva, annientatrice, che porta dolore e sofferenza. Nell’anime un qualcosa di molto simile accade a Emma e Norman. I due ragazzi, convinti che il mondo in cui vivevano fosse quello della tenuta, scandito da sorrisi, abbracci e tanto affetto, non sospettavano minimamente che quel clima nascondesse quell’orrore che, per puro caso, si sono ritrovati davanti il giorno della dipartita di Conny. L’emergere della verità, percorso scandito in tre tappe (il ritrovamento di Conny, l’apparizione dei mostri e la collaborazione tra questi e la mamma), delinea per i due uno scenario del tutto nuovo, neanche lontanamente immaginabile, forse solo nei peggiori incubi. Il dissolversi, anche qui, delle illusioni, produce il medesimo effetto: crollo delle certezze e trapasso verso un nuovo stato di consapevolezza. E, con esso, dolore e disperazione. Da quel momento Emma e Norman percepiranno in modo radicalmente differente l’ambiente, lo spazio e le persone circostanti. Entrambe le esperienze, dunque, ci mostrano cosa succede quando a bussare alla porta è lei, la verità.

Isabella, la mamma dell’orfanotrofio

Tra consapevolezza, ragione e ignoto

Passiamo ora alla seconda tematica, partendo dalle parole che Emma rivolge a Isabella nell’ottavo episodio della serie animata: “non ho alcun bisogno di falsi sorrisi, io preferisco vivere libera, non importa quanto soffrirò, voglio decidere da sola qual’è la vera felicità”(The Promised Neverland, serie animata, 2019, ep.8). E’ una risposta forte che la ragazza dà a parole altrettanto dure della mamma: “la morte è questione di un istante: Conny fino a quell’istante ha vissuto una vita di felicità e colma di sorrisi” (The Promised Neverland, serie animata, 2019, ep.8). Ma a cosa si stanno riferendo? E in che modo Emma potrebbe vivere libera? Occorre velocemente tornare lì dove prima si è interrotto il nostro racconto. Dopo aver scoperto la terribile verità, i due ragazzi, non dandosi per vinti, decidono di organizzare una disperata fuga dall’orfanotrofio, cercando, progressivamente, di coinvolgere tutti gli altri loro amici. Per far questo decidono di mettere in atto un piano, una strategia preparata nei minimi dettagli, rifiutandosi di accettare la crudele legge della tenuta: vivere felici, spensierati, ma inconsapevoli, fino al momento in cui verranno presi e orrendamente uccisi. Ovviamente non sanno cosa li aspetterà al di là delle grandi mura, se un destino migliore o peggiore, ma, nonostante questo, sono pronti e decisi a tentare, scommettere, sfidando la sorte e tuffandosi nell’ignoto. Un po’, potremmo dire, come Edipo, che, tutto proteso verso la ricerca della verità, sfida anch’esso la sorte, decide di intraprendere quella via incerta e oscura e, ahimè, ne paga caro il prezzo. In ogni caso, abbiamo, da entrambe le parti, personaggi che, con forza, vogliono rendersi consapevoli, accettando i rischi a cui tale scelta può condurre, ma, nonostante questo, andando avanti. Curioso, poi, che si servano della medesima arma: la ragione. Ma, con una differenza: se da una parte questa conduce alla rovina, dall’altra si rivela essere un’arma potenzialmente vincente. Nel caso di Edipo, tale termine, assume il significato di ricerca estenuante della verità, ed è ciò che segnerà in maniera incontrovertibile il suo destino. Non può esserci più rinascita, salvezza, redenzione da quella nuova condizione. Ci insegna Sofocle che il dolore l’uomo non può razionalizzarlo, ma solo accettarlo così come si mostra. E ogni tentativo in tal senso avvicina sempre di più l’essere umano verso la sua dimensione più autentica: la sofferenza, il dolore, appunto. Nel caso dei ragazzi, invece, il termine assume il significato di strategia. E’ dunque attraverso questa e solo grazie ad essa, che possono sperare di uscire da quell’incubo. Un incubo che ha avuto la forza di imporsi come realtà.

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