Il Superuovo

Pesante giace la corona: il Trono di Spade ci svela il lato oscuro del potere

Pesante giace la corona: il Trono di Spade ci svela il lato oscuro del potere

Spesso, per il forte desiderio di lasciare delle impronte che documentino il nostro passaggio su questo mondo, finiamo con il calpestare brutalmente gli altri. 

Ciascuno di noi ha una voce interiore che merita di essere ascoltata, ciascuno di noi merita di trovarsi sotto la luce dei riflettori almeno una volta nella vita. Il problema è che la volontà di affermare la nostra voce ci rende non di rado sordi alle richieste degli altri. Si tratta di un concetto esemplificato alla perfezione ne il Trono di Spade, serie tv HBO appartenente al genere fantasy, ideata da David Benioff e D.B. Weiss, che tratta della sanguinosa lotta per il potere che si consuma tra le nobili casate del mondo di Westeros. Tra guerre, avvelenamenti, inganni e sotterfugi, il Trono di Spade tiene viva l’attenzione dello spettatore mentre porta a termine il suo compito più importante: una confutazione dell’apologia del potere. Tema centrale e significato della serie è, infatti, la capacità che ha la sete potere di trasfigurare l’uomo, rendendolo simile ad una bestia feroce. 

Il paradosso della politica secondo Platone 

La filosofia politica ha molto riflettuto sul tema del potere e su come questo arrivi a modificare le relazioni tra gli uomini. Già Platone (V-IV secolo a.C.) nella “Repubblica” mette in luce quello che è fondamentalmente il paradosso del politico: il governatore ideale sarebbe colui che non desidera il potere. Quello del potere, infatti, è un gioco pericoloso: quando i personaggi del Trono di Spade giocano al  fatidico Game of Thrones decidendo di assecondare  unicamente le proprie ambizioni personali, ignorando chiunque si ponga loro davanti, danno insieme origine ad una forza centrifuga distruttrice pronta ad inghiottire famelicamente il reame nel turbine del caos. Il potere, infatti, non è spesso considerato un mezzo per raggiugnere un obbiettivo di pace, ordine e stabilità, è anzi di frequente considerato il fine stesso per il quale vivere, sommo ideale  mascherato per il quale massacrare eserciti ed affamare intere popolazioni. La differenza tra questi due approcci – quello in cui il potere è considerato come mezzo e quello in cui invece è considerato come fine – è subito chiarita: se il potere viene considerato solo una necessità, diventa allora un enorme peso e a volte quasi una sofferenza per il suo detentore (per comprendere questo aspetto, basti pensare alla figura di Jon Snow), se invece il potere viene considerato un bene di lusso, da raggiungere a qualunque costo, si trae da esso, come da una bevanda rigeneratrice, la propria dose quotidiana di piacere.

Il potere è potere

Anche il filosofo tedesco  Max Weber (1864-1920) ha riflettuto sul nesso potere-piacere. 

“Anche quando occupa posizioni formalmente modeste, la scienza di esercitare una influenza sugli uomini, di partecipare al potere su di essi, ma soprattutto il sentimento di tenere tra le mani il filo conduttore di eventi storicamente importanti, permette al politico di professione di elevarsi al di sopra della quotidianità.”

Secondo Weber, il potere, insieme alla sua dimensione di gloria, è ciò che caratterizza la maestà e il prestigio di qualsiasi forma politica. Game of Thrones ci mostra però l’altro lato della medaglia: il desiderio del potere può sconvolgere qualsiasi forma di solennità, anche arrivando ad assumere forme degenerate di sadismo e mania di controllo, come esemplifica alla perfezione il personaggio di Ramsay Bolton che, come vuole la consuetudine della sua casata, si diverte a seviziare, torturare e scuoiare i suoi “nemici”. Mentre Ramsay è preso nell’atto di martoriare Theon Grejyoy, quest’ultimo gli domanda perché lo stia facendo, e Ramsay risponde:

“Tutto questo non ti sta accadendo per una ragione, o meglio, per una sì: mi piace farlo.”

Iwan Rehon interpreta Ramsay Bolton

In un’altra scena emblematica della serie, vediamo la regina di Westeros, Cersei Lannister, intenta a vendicarsi di una monaca che l’aveva tenuta prigioniera in condizioni disumane. Cersei occupa un ruolo politico di assoluta rilevanza, ma sembra non curarsi affatto della responsabilità che ne scaturisce, anzi, lei stessa ammette di essere devota alla religione del piacere, unico vero credo del Trono di Spade:

Hannah Arendt smaschera il potere 

Contro la concezione del politico come potere, e quindi contro il piacere perverso che deriva da una qualsivoglia condizione di superiorità, si scaglia Hannah Arendt (1906-1975). Reduce dell’esperienza del totalitarismo tedesco, la filosofa ebrea cerca di elaborare un modello di convivenza che possa smettere di voler opprimere l’altro, restituendo dignità all’essere umano. Secondo la Arendt, il nesso tra il  potere e il piacere perverso che deriva dall’imposizione sull’altro con la forza non è un nesso obbligato, tantomeno un nesso di proporzionalità diretta, al contrario, quanto meno un potere si sente legittimato a governare, tanto più si serve della violenza come arma. Cersei esercita un governo tirannico soprattuto per il fatto che non si sente al sicuro, dal momento che sa, nel profondo del suo cuore, di non avere alcun diritto di occupare il Trono di Spade. La regina, infatti, ha ucciso suo marito, il re, e vive una relazione incestuosa con il fratello, che cerca in tutti i modi di tenere nascosta al reame. Questa dimensione di piacere legata alla volontà di prevaricare l’altro è uno degli elementi che stanno all’origine dei moderni totalitarismi. Questo vale ancora di più se si pensa che la volontà di schiacciare l’altro, facendolo vivere alla propria ombra, non ha solo una dimensione fisica, ma è spesso legata al desiderio di affermazione di una visione unilaterale del mondo, che prende il nome di ideologia.

Emilia Clarke interpreta Daenerys Targaryen

Daenerys Targaryen: vincere a qualsiasi costo

Esemplare è, in questo caso, la vicenda di Daenerys Targaryen. La parabola della madre dei draghi, infatti, non è semplicemente volta ad esibire lo sviluppo in Daenerys di una follia ereditaria, ma fa soprattutto ben mostra di come prenda corpo un’ideologia. Daenerys sembra avere tutte le carte in regola per governare Westeros: può rivendicare il trono per diritto di nascita e, inoltre, è anche una donna giusta, il cui operato dà voce agli interessi del popolo. L’inganno è che finché tutti sembrano credere in lei, Daenerys appare buona con tutti, quando però qualcuno inizia a dissentire, ecco che la regina dai capelli biondi si trova costretta a ricorrere a brutalità e ferocia, perché la sua paura più grande è che le persone smettano di credere nella sua causa. Daenerys sembra voler distruggere la ruota dei giochi di potere, che da secoli rimbalza su Westeros schiacciando ricchi e poveri, ma in realtà vuole solo prenderne il controllo, perché non riesce a concepire una costruzione di un mondo giusto che prescinda da lei. La caduta di Daenerys non inizia nel momento in cui la regina decide di non ascoltare il suono delle campane: inizia nel momento in cui decide di smettere di ascoltare gli altri, soprattutto i suoi consiglieri, perché accecata dalla bellezza del mondo che vuole e crede di poter costruire. Infatti, spesso l’atto di ascoltare gli altri viene visto come un atto di debolezza e di conseguente perdita di prestigio, ma ascoltare gli altri non significa già rinunciare ad essere saldi nelle proprie idee e nei propri principi, lasciandosi andare al relativismo, bensì prendere atto del fatto che la decisione migliore è quella che scaturisce dal confronto. Questo è il mondo giusto che dovremmo voler costruire, un modo in cui si abbandoni quella relazione asimmetrica per cui chi domina gode e chi obbedisce soffre, e si dia vita ad un rapporto paritario in cui  venga riconosciuto a tutti il diritto di essere ascoltati. In questa seconda dimensione di parità di diritti e obblighi reciproci risiede il vero piacere che non è perseguito a spese dell’altro, succhiandogli le energie in modo parassitario, ma tenendo l’altro per mano in una sinergia che fa bene all’anima.

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