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Come la politica gestisce lo stato d’emergenza? Carl Schmitt ai tempi del coronavirus

Come la politica gestisce lo stato d’emergenza? Carl Schmitt ai tempi del coronavirus

Il filosofo del diritto Carl Schmitt ci spiega in cosa consiste lo stato di emergenza e come il senso politico nei momenti di più estremo bisogno per la collettività possa essere fondamentale. Lo stato di normalità, qualora ne vada della vita di tutti, può essere sospeso dall’autorità politica per far fronte alla minaccia.

L’insofferenza nei confronti dello stato e del governo che in virtù dell’emergenza sanitaria ha gestito e limitato le nostre libertà personali è emblematico nel dimostrare quanto il mondo odierno sia spoliticizzato, quanto la politica non sia più un qualcosa di sentito e compreso.

Il concetto di Politico

In seguito alle restrizioni imposte per via della attuale pandemia in corso molte delle nostre libertà personali sono sospese. Sospese sono ancora molte attività lavorative alcune delle quali, dopo questo lungo lockdown di due mesi, (tempo lunghissimo per l’economia) difficilmente riapriranno, sospesa in parte è ancora la libertà di muoversi e spostarsi liberamente, di stringere la mano o baciare anche solo per un saluto. Insomma, per la prima volta, la generazione nostra e quella dei nostri padri vede gestire la propria vita dalle direttive dello Stato attraverso i dpcm. Ovviamente tutte queste restrizioni, dalle distanze interpersonali da rispettare al non poter andare a lavorare per mantenere la propria famiglia, stanno suscitando l’indignazione di tanti cittadini e anche di tanti politici: lo Stato è visto da molti, in questo momento, come un mostro che limita e costringe in cappi di regole e disposizioni continue le vite degli individui privati, che sta impedendo alle persone di coltivare i propri interessi, di svolgere le proprie attività e di esercitare le proprie libertà. Alla luce di tutto questo è doveroso rileggere i testi del filosofo del diritto Carl Schmitt ed in particolare il suo saggio del 1932 riguardante il Concetto di politico. Cosa è Politico e cosa si intende per Unità politica? Quello del Politico è un ambito del tutto autonomo e indipendente dagli altri: il Politico non è l’economico, non è l’etico, non è l’estetico. Ognuno di questi ambiti verte su determinate opposizioni: l’estetico sull’opposizione bello-brutto, l’etico su quella di buono-cattivo, l’economico su utile-dannoso, perdita-guadagno, ma l’ambito del politico verte sulla opposizione amico-nemico“La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione amico-nemico (Freund-Feind). […] In ogni caso essa è autonoma non nel senso che costituisce un nuovo settore concreto particolare, ma nel senso che non è fondata né su una né su alcune delle altre antitesi, né riconducibile ad esse. Se la contrapposizione di buono e cattivo non è identica senz’altro e semplicemente a quella di bello e brutto o di utile e dannoso, e non può essere direttamente ridotta ad esse, ancor meno la contrapposizione di amico e nemico può essere confusa o scambiata con una delle precedenti.” Questa distinzione e opposizione fondamentale che caratterizza l’ambito del Politico ci porta alla concezione di Unità politica. L’unità politica è il massimo grado di associazione che una collettività di uomini può raggiungere. Essa è fondata su motivi esistentivi ed esistenziali  determinati, su un determinato tipo di domanda persistentiva dei suoi membri a cui il monopolista della prassi politica (l’eccedenza all’interno di questa unità, colui o coloro che vi sono a capo) deve sempre rispondere positivamente, mantenendo in vita l’unità politica con i motivi esistenziali che la sostanziano. Ma ciò che soprattutto rende tale una unità politica è l’esistenza di una alterità che le si contrappone, l’esistenza di un’altra unità politica che è minaccia possibile o concreta per essa. Senza le altre unità politiche, possibili minacce per la sua incolumità e per i suoi motivi esistenziali, una qualsiasi unità politica non esisterebbe e non esisterebbe neanche la politica stessa: “Il significato della distinzione di amico e nemico è di indicare l’estremo grado di intensità di una unione o di una separazione, di una associazione o di una dissociazione. […] Non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo, o esteticamente brutto; egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse può anche apparire vantaggioso concludere affari con lui. Egli è semplicemente l’altro, lo straniero e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero, per modo che, nel caso estremo, siano possibili con lui conflitti che non possano venir decisi né attraverso un sistema di norme prestabilite, né mediante l’intervento di un terzo disimpegnato e perciò imparziale”. Dunque l’esistenza della politica presuppone ed è strettamente dipendente dalla possibilità concreta o non concreta della guerra, del conflitto con altre unità politiche che semplicemente, per il fatto di esistere, sono una minaccia remota o non remota che sia.

Stato di normalità e stato d’eccezione

Quando i motivi esistenziali che sostanziano una determinata unità politica vengono minacciati vuoi dall’incedere belligerante di un’altra unità politica, vuoi da gruppi rivoluzionari interni, vuoi da cause di forza maggiore, lo stato di normalità, cioè tutte quelle norme che di norma regolano la vita collettiva assicurando le esigenze esistenziali dei membri dell’unità politica, viene sospeso a fronte della minaccia incombente. Il ruolo fondamentale del Politico è quello di avere la capacità di individuare il grado di minaccia e mobilitare e gestire di conseguenza le vite dei membri dell’unità politica di cui è a capo per fare fronte al meglio a questa minaccia: “La possibilità di una conoscenza e comprensione corretta e perciò anche la competenza ad intervenire e decidere è qui data solo alla partecipazione e dalla presenza esistenziale. Solo chi vi prende parte direttamente può por termine al caso conflittuale estremo; in particolare solo costui può decidere se l’alterità dello straniero nel conflitto concretamente esistente significhi la negazione del proprio modo di esistere e perciò sia necessario difendersi e combattere, per preservare il proprio, peculiare, modo di vita.” Lo stato di normalità, dunque, la vita quotidiana che si svolge sotto la salvaguardia delle norme vigenti, può essere sospeso dalla prassi politica laddove ci sia il rischio concreto della vita dell’unità politica, dei suoi membri e dei loro motivi esistenziali. Alla politica spetta insomma la decisione decisiva, che consiste nell’ optare sul da farsi e nella gestione della mobilitazione generale in seguito al presentarsi di una minaccia che mini radicalmente i motivi esistenziali e la vita stessa dei membri dell’unità politica: “L’unità politica è, per sua essenza, l’unità decisiva, senza che importi da quali forze essa trae i suoi ultimi motivi psichici. Essa esiste oppure no. Se esiste, è l’unità suprema, cioè quella che decide nel caso decisivo.” Nel caso odierno il nemico da affrontare non è nè una unità politica esterna che ci ha dichiarato guerra, nè gruppi rivoluzionari o terroristici interni, ma un virus diffusosi in tutto il mondo che non si può combattere nè con armi, nè con strategie di guerra o sanzioni economiche. Le nostre libertà e le abitudini della nostra vita quotidiana sono state intaccate, gestite e sospese dal governo e dal consiglio dei ministri (i monopolisti della prassi politica) poiché la minaccia per la vita dei cittadini italiani (e di quelli di tutto il mondo) era (ed è ancora) diventata un qualcosa di concretissimo. I dpcm non hanno fatto altro che mobilitare e gestire la vita dei membri dell’unità politica-Italia per far fronte alla minaccia del virus disponendo i cittadini e della loro vita verso la salvezza dei loro motivi esistenziali minati. Nel momento decisivo la prassi politica può richiedere ai membri dell’unità politica di rischiare e mettere a repentaglio la propria vita e sospendere le proprie libertà per la collettività perché la minaccia per l’incolumità della collettività è concreta. Alla politica spetta lo Ius belli cioè la facoltà di individuare una minaccia possibile o concreta e agire di conseguenza per far fronte a tale minaccia, può decidere o meno sullo stato di guerra: “Allo Stato, in quanto unità sostanzialmente politica, compete lo ius belli, cioè la possibilità reale di determinare in dati casi e in forza di una decisione propria, il nemico e di combatterlo. E’ poi indifferente con quali mezzi tecnici la guerra verrà condotta, quale organizzazione militare esista, , quante probabilità vi siano di vincere la guerra, purché il popolo politicamente uno sia pronto a combattere per la sua esistenza e indipendenza.” I componenti di una determinata unità politica devono essere dunque, nel momento del bisogno, disposti a rinunciare ai propri interessi individuali per la salvaguardia della collettività, per la salvaguardia di un tutto e di una unità senza cui il loro essere individui non avrebbe senso.

L’emergenza vissuta in un mondo spoliticizzato

Da molto tempo ormai viviamo in un mondo privo di minacce concrete di guerra. Grazie ad organizzazioni internazionali come, le Nazioni unite, la NATO e L’unione europea che gestiscono i rapporti politici e soprattutto economici tra gli stati del mondo, la possibilità degli uomini di occidente di dover combattere concretamente e rischiare altrettanto concretamente la propria vita per la salvaguardia esistentiva della collettività, sembrava ormai essere pari a zero. Viviamo in un mondo in cui fare la guerra non è più utile a nessuno sia perché il mostruoso avanzamento della tecnica  ha reso le armi di una potenza devastante per cui il loro impiego decreterebbe quasi senza dubbio la cancellazione della vita sul pianeta, sia perché sarebbe un dispendio inutile di energie e mezzi. Infatti le controversie e i contrasti attuali si risolvono con conflitti escluisivamente combattuti sul piano economico: guerre commerciali, sanzioni economiche punitive, svalutazioni della moneta ecc. Il nostro mondo è gestito e retto da una politica esclusivamente economica, l’economia è divenuto lo strumento principale e fondamentale della politica. Dunque un mondo essenzialmente spoliticizzato e  dominato dall’economia capitalistica internazionale non può che essere popolato da uomini che siano consumatori e consumati, da uomini che non sentono e contemplano nessun tipo di legame, non solo politico, ma etico ed empatico. E’ un mondo abitato da individui assoluti la cui vita è scandita dal guadagno e dall’acquisto , dallo scambio e dal consumo continuo non solo di merci ma anche e soprattutto di se stessi e degli altri. Per questo motivo, a fronte di una emergenza mondiale che sta mettendo a rischio concretamente la vita delle collettività dei paesi di tutto il mondo, questi uomini si trovano del tutto straniti e impreparati, devono assolvere un compito a cui mai erano stati chiamati: quello di mettere in gioco la propria vita e accantonare temporaneamente le loro libertà per la salvaguardia della collettività. L’abitante di questo mondo è il consumatore, poiché la politica mondiale è una politica economica condizionata dai mercati internazionali. Il consumatore è esclusivamente individuo, non si sente parte di nulla, vuole godere e basta e questo godimento gli è dato dal continuo acquistare e farsi acquistare. E’ dunque per questo motivo che c’è tanta insofferenza nei confronti della chiamata degli stati nei confronti dei propri cittadini a mobilitarsi facendo sacrifici per far fronte alla pandemia. Mai prima d’ora qualcuno ha mai messo mano sulla nostra libertà di camminare per vetrine, fare shopping, lavorare, guadagnare e consumare quando e come ci paresse e questo è perché l’ordine politico mondiale è divenuto un qualcosa di esclusivamente economico che basa se stesso sulla libertà del consumatore. Siamo ora chiamati a mettere da parte l’individualismo e a capire che senza un tutto che ci accomuna di cui l’individualità è comunque parte sacrosanta, il nostro io, il nostro lavoro e i nostri interessi non avrebbero comunque senso. Io e noi sono correlativi ed implicantisi nella vita degli uomini da quando la nostra specie ha fatto la sua prima comparsa sulla terra. L’io non ha senso senza il noi e il noi non ce l’ha senza l’io, e quando il noi è minacciato l’io deve darsi da fare per fare fronte ad una minaccia che potrebbe mettere fine al senso più alto dell’umano: l’unità e le unità tra gli uomini.

 

 

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