Il Superuovo

Le tensioni a Gerusalemme Est agitano la Corte Penale Internazionale, che richiama possibili gravi crimini

Le tensioni a Gerusalemme Est agitano la Corte Penale Internazionale, che richiama possibili gravi crimini

La Corte Penale Internazionale osserva con profonda attenzione l’escalation della violenza in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, così come dentro e intorno a Gaza.

Oltre a monitorare costantemente ciò che sta avvenendo in quei territori, la Corte sta valutando la possibile commissione di crimini ai sensi dello Statuto di Roma, che richiama l’eredità condivisa scaturente dalle culture dei popoli della terra, ricorda e riconosce che i gravissimi crimini che nel corso di questo secolo hanno colpito milioni di uomini, donne e bambini, rendendoli vittime di inimmaginabili atrocità, costituiscono una minaccia alla pace, alla sicurezza e al benessere del mondo.

Un breve riassunto di quello che sta accadendo a Gerusalemme Est

Alla base di tutto, delle tensioni, degli scontri, delle crisi politiche, territoriali e religiose c’è sempre stata e continua ad esserci un’unica ragione: Gerusalemme, il luogo su cui si concentrano i problemi mai risolti del territorio. In poche settimane gli scontri sulla regione hanno riacceso i riflettori su una crisi mai chiusa e oggi, come 7 anni fa, Hamas ha ripreso un lanciare razzi su Israele che a sua volta ha risposto con bombardamenti sulla Striscia di Gaza. In ballo c’è il carattere palestinese di Gerusalemme Est, considerato come territorio occupato dalla risoluzione 242 delle Nazioni Unite ma annessa da Israele dopo la guerra del 1967. Nella zona vivono 250mila palestinesi, e questa esplosione di violenza è stata causata dall’attacco contro il quartiere storico di Sheikh Jarrah da parte di un gruppo israeliano mosso, secondo molti osservatori, da motivazioni ideologiche. Il quartiere è una zona strategica per gli israeliani che la considerano necessaria per assicurare una maggioranza ebraica nella città. Sheikh Jarrah è un quartiere arabo-palestinese in vicinanza della città vecchia dove da anni sono in corso tentativi di espropriazione che adoperano giustificazioni legali per quello che in realtà è un obiettivo politico: rendere impossibile la formula dei due Stati. In realtà non vi è alcun dubbio che quello che sta commettendo Israele a Gerusalemme Est, come nei territori occupati, sia una chiara violazione del diritto internazionale, non vi è termine legale che regga in questo contesto. Gli scontri di questi giorni tra manifestanti palestinesi e forze di sicurezza israeliane si legano alla protesta per gli sfratti di decine di famiglie palestinesi dalle proprie case. La magistratura israeliana ha rinviato di un mese l’udienza che era in programma sugli sgomberi e che riguarda quattro famiglie arabe residenti su terreni di proprietà ebraica nel quartiere Sheikh Jarrah. Per il momento il giudice Yitzhak Amit ha ordinato la sospensione degli sfratti, decretati da un tribunale distrettuale. La parte ebraica ha dimostrato che i terreni e le case vennero perduti durante l’aggressione giordana a Israele del 1948. Le famiglie palestinesi avevano ricevuto le case negli anni ’50 dalle autorità giordane che all’epoca controllavano Gerusalemme est, fornendo apposita documentazione. La controversia legale ha portato alle ennesime violenze tra israeliani e palestinesi e Gerusalemme continua a restare uno dei punti chiave del conflitto fra i due paesi.

Come agirà la Corte Penale Internazionale in base allo Statuto di Roma

Prima di capire, però, quali possibili crimini siano stati commessi da Israele, è importante comprendere come potrebbe agire la Corte Penale Internazionale, attraverso lo Statuto della Corte penale internazionale, il quale si compone di un preambolo e di 128 articoli, suddivisi in 13 parti. Ciascuna delle parti può essere riassunta in estrema sintesi secondo quanto segue. E’ previsto che la giurisdizione della Corte si eserciti oltre che sui cosiddetti core-crimes (genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra) anche sui crimini di aggressione. Sono stati esclusi, per il momento i treaty-crimes (terrorismo, traffico di stupefacenti, crimini contro il personale dell’ONU). Assai numerose sono le fattispecie considerate crimini contro l’umanità (art.7), alcune delle quali, come riduzione in schiavitù, comprendente la tratta delle donne e dei minori, forzata sparizione di persone, persecuzione per motivi razziali, religiosi o di genere, stupro e gravidanza forzata (forced pregnancy), queste ultime due comprese anche tra i crimini di guerra, sono state elaborate e sostenute dalla delegazione italiana. Per quanto riguarda i crimini di guerra (art.8) va premesso che è stata respinta l’ipotesi di una soglia minima di gravità (threshold), prevedendosi peraltro (1° comma) che la Corte dovrà interessarsi di tali crimini “in particolare” quando questi rientrano nell’ambito di un piano o di una politica, o fanno parte di una serie di crimini analoghi commessi su vasta scala. Inoltre, gli Stati membri del presente statuto devono essere consapevoli che tutti i popoli sono uniti da stretti vincoli e che le loro culture formano un patrimonio da tutti condiviso, un delicato mosaico che rischia in ogni momento di essere distrutto. Devono anche affermare che  i delitti più gravi che riguardano l’insieme della comunità internazionale non possono rimanere impuniti e che la loro repressione deve essere efficacemente garantita mediante provvedimenti adottati in ambito nazionale ed attraverso il rafforzamento della cooperazione internazionale. Infine, devono essere determinati a porre termine all’impunità degli autori di tali crimini contribuendo in tal modo alla prevenzione di nuovi crimini.

Quali sono, nello specifico, i crimini commessi da Israele

Negli ultimi 54 anni, le autorità israeliane hanno facilitato il trasferimento di ebrei israeliani ai territori occupati e concesso loro uno status superiore ai sensi della legge rispetto ai palestinesi che vivono nello stesso territorio quando si tratta di diritti civili, accesso alla terra e libertà di spostamento , costruire e conferire diritti di soggiorno a parenti stretti. Mentre i palestinesi hanno un grado limitato di autogoverno in alcune parti dei territori occupati, Israele mantiene il controllo primario sui confini, lo spazio aereo, il movimento di persone e merci, la sicurezza e il registro dell’intera popolazione, che a sua volta impone questioni legali status e idoneità a ricevere carte d’identità. Il diritto penale internazionale ha sviluppato due crimini contro l’umanità per le situazioni di discriminazione e repressione sistematiche: l’apartheid e la persecuzione. I crimini contro l’umanità sono tra i crimini più odiosi del diritto internazionale. La comunità internazionale nel corso degli anni ha distaccato il termine apartheid dal suo contesto originario sudafricano, sviluppato un divieto legale universale contro la sua pratica e riconosciuto come crimine contro l’umanità con le definizioni nella Convenzione internazionale del 1973 sulla soppressione e la punizione della Crimine di apartheid (“Convenzione sull’apartheid”) e lo Statuto di Roma del 1998 della Corte penale internazionale (CPI). Il crimine contro l’umanità della persecuzione, stabilito anche nello Statuto di Roma, la privazione intenzionale e grave dei diritti fondamentali per motivi razziali, etnici e di altro tipo, è nato dai processi del secondo dopoguerra e costituire uno dei più gravi processi internazionali crimini , della stessa gravità dell’apartheid. Lo Stato di Palestina è uno Stato parte sia dello Statuto di Roma che della Convenzione sull’apartheid. Nel febbraio 2021, la CPI ha stabilito di avere giurisdizione su gravi crimini internazionali commessi nella totalità degli OPT, inclusa Gerusalemme Est, che includerebbero i crimini contro l’umanità di apartheid o persecuzione commessi in quel territorio. Nel marzo 2021, l’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale ha annunciato l’apertura di un’indagine formale sulla situazione in Palestina. Il termine apartheid è stato sempre più utilizzato in relazione a Israele e ai territori occupati, ma di solito in un senso descrittivo o comparativo, non legale, e spesso per avvertire che la situazione sta andando nella direzione sbagliata. In particolare, funzionari israeliani, palestinesi, statunitensi ed europei, importanti commentatori dei media e altri hanno offerto che, se le politiche e le pratiche di Israele nei confronti dei palestinesi continuassero lungo la stessa traiettoria, la situazione, almeno in Cisgiordania, diventerebbe equivalente a discriminazione razziale.  Alcuni hanno annunciato che la realtà attuale equivale all’apartheid.

 

 

 

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