Il Superuovo

Le quattro frasi più famose della filosofia che in realtà non sono mai state dette

Le quattro frasi più famose della filosofia che in realtà non sono mai state dette

Paradossalmente, le frasi più famose della storia della Filosofia sono anche le frasi che i filosofi non hanno mai scritto. Scopriamo insieme quali sono e perché è importante avere una conoscenza diretta dei testi originali. 

Ci sono delle frasi filosofiche talmente importanti e famose che tutti le abbiamo sentite ripetere. E che tuttavia non sono mai state dette dai filosofi in questione. In questo articolo analizzeremo quattro clamorosi falsi filosofici. Dall’homo homini lupus di Hobbes alla dialettica di Hegel, passando per la tolleranza di Voltaire e la mano invisibile di Adam Smith, scopriremo insieme quali sono le frasi più famose della Filosofia che non sono mai state dette.

1. Homo homini lupus

Il pensiero politico del filosofo razionalista inglese Thomas Hobbes (1588–1679) e, in modo particolare, la sua concezione pessimistica dello stato di natura vengono spesso sintetizzati dalla manualistica filosofica con la locuzione latina “homo homini lupus”, “l’uomo è lupo per l’altro uomo.” La frase è pressoché un calco del verso 495 della commedia Asinaria di Plauto, laddove un mercante anonimo si rifiuta di elargire denaro a uno sconosciuto, perché, appunto, “lupus est homo homini non homo quom qualis sit non novit.” Questa frase appare, invero, oltreché in una pletora di autori antichi, anche in molti autori moderni: Alberti, Erasmo, Bacone e Pascal. Ma non in Hobbes. Nonostante egli sia autore prolificissimo, nei meandri delle sue opere sterminate, come il Leviatano e gli Elements, questa frase non si trova mai. Sbuca soltanto una volta, en passant, per di più in una modesta lettera dedicatoria. Insomma, Hobbes è passato alla Storia per una frase che non ha mai scritto in un’opera filosofica.

2. Non sono d’accordo con quello che dici…e infatti non l’ho mai detto

L’illuminista Voltaire è ricordato come il filosofo della tolleranza. Non a caso la frase più famosa e citata di Francois Marie Arouet (1694–1778) – questo il suo nome di battesimo – è certamente:

Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo.

Peccato che Voltaire non l’abbia mai scritta, né nel Trattato sulla tolleranza né altrove. Si tratta di un colossale falso storico, coniato dalla scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall nel suo The Friends of Voltaire, pubblicato a Londra nel 1906, cioè più di un secolo dopo la dipartita di Voltaire. Non si tratta di quisquilie filologiche. Questo aforisma ha avuto il merito di ritrarre Voltaire come un paladino della tolleranza. Cosa che invece lui non è mai stato. Accecato dall’odio verso la Chiesal’infame canaille –, soleva firmare le sue lettere con la formula Ècrasez l’infame, “schiacciate l’infame!” Altro che dare la vita per i suoi avversari! Li voleva schiacciare come insetti. Ecco cosa scrive Voltaire in un testo citato da Léon Poliakov:

Dobbiamo screditare gli autori che non la pensano come noi; dobbiamo abilmente infangare la loro condotta, trascinarli davanti al pubblico come persone viziose. […] Se ci mancano i fatti, dobbiamo farne supporre l’esistenza fingendo di tacere parte delle loro colpe. Tutto è permesso contro di essi.

3. La mano invisibile, talmente invisibile che non c’è

L’economista liberale britannico Adam Smith (1723–1790) è noto per la famosa immagine della mano invisibile. Il concetto, ridotto all’osso, è presto detto. Ogni individuo agisce in base a un interesse personale, che porterebbe a un disallineamento dei prezzi e dei prodotti se gli altri individui, spinti anch’essi dall’egoismo (self–love), non garantissero la concorrenza, approfittando dell’avarizia altrui. Ne consegue un ordine nel mercato. In termini ancora più stringati: più uno si sforza di agire nel proprio egoistico interesse, più la sua azione ricade a favore del benessere collettivo, quasi fosse indirizzata e piegata da una mano invisibile.

Tutto molto bello, peccato che Smith non abbia mai parlato di una mano invisibile. O meglio, non ne abbia mai parlato in modo così diffuso da far assurgere questa espressione a caposaldo del proprio pensiero. Troviamo, infatti, un irrilevante riferimento alla “mano invisibile di Giove”, che non c’entra nulla con l’economia, nella Storia dell’astronomia. E un altro paio di citazioni, rispettivamente nella Teoria dei sentimenti morali (IV, 1, 10) e nella Ricchezza delle Nazioni (IV, 2, 9), dove però l’immagine della mano non corrisponde al concetto di ampia portata sopra citato. Nel primo caso, infatti, Smith impiega la mano solo per dimostrare come i ricchi, baloccandosi con “ninnoli e giocattoli” estremamente lussuosi e superflui, procurino lavoro a una gran massa di povera gente. Nel secondo caso, la mano è impiegata in un commento marginale circa il commercio d’esportazione. Come nota uno dei massimi studiosi di Smith, Eamonn Butler:

Il vero concetto della mano invisibile di Adam Smith è ben distante dalla sua nozione popolare.

4. Tesi, antitesi e… una sintesi troppo influente

Vaghe reminiscenze liceali della filosofia di Friedrich Hegel (1770–1831) si limitano, nella maggior parte dei casi, alla triade dialettica Tesi, Antitesi e Sintesi. Con magari un annebbiato ricordo dell’esempio del servo/padrone. Eppure, al solo parlarne, il filosofo idealista tedesco si rivolta nella tomba. Perché Hegel, nella Scienza della logica, non ha mai usato questa espressione né ha mai inteso parlare di Tesi, Antitesi e Sintesi. Per questa ragione, riferendosi alla triade dialettica, il filosofo anglofono Terry Pinkard, autore di un’approfondita monografia su Hegel, ha parlato di

Perdurante mito di un sistema hegeliano consistente in un bizzarro triumvirato formale, composto da Tesi, Antitesi e Sintesi, termini che Hegel non usa mai e che equivocano completamente il suo pensiero.

E lo equivocano sì, nel momento in cui il passaggio alla sintesi viene inquadrato nei termini di una metamorfosi, quasi si trattasse della terza evoluzione di un Pokemon (i Greci parlavano, più raffinatamente, di metàbasis èis àllo ghènos), e non invece in quelli, più corretti e fedeli, di venire alla luce nel pieno manifestarsi dell’essenza della cosa stessa. Nel saggio La civetta e la talpa. Sistema ed epoca in Hegel (Mulino, Bologna 1975) Remo Bodei spiega come il superamento (Aufhebung) avvenga proprio secondo le grammatiche del tollit liturgico: “Agnus Dei qui tollit peccata mundi.” Il verbo latino tollo indica un superamento, uno svuotamento, che però non cancella il ricordo di ciò che è stato. Così pure nel caso di quella che i manuali, impropriamente, chiamano “sintesi.”

Questa formulazione didattica (Tesi, Antitesi e Sintesi), dalla fortuna così duratura, si deve, in verità, a un mediocre pensatore tedesco, Heinrich Moritz Chalybaus (1796–1892), autore di un manuale divulgativo di Filosofia dal titolo Historische Entwicklung der spekulativen Philosophie von Kant bis Hegel (1837). Insomma, siamo di fronte a quella che, se non suonasse decisamente ironico, non tarderemmo a stigmatizzare come una sintesi troppo influente.

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