Le masse sono passive ed incapaci di reagire come sosteneva Le bon? La bielorussia non concorda

 

In Bielorussia la tensione è altissima.  Seconda giornata di contestazioni contro la farsa delle elezioni presidenziali, che hanno visto vittorioso, Aleksandr Lukashenko per un sesto mandato.

Sebbene l’ultimo dittatore d’Europa abbia preso l’80% dei consensi, in migliaia sono scesi in piazza per contestare l’ennesimo voto pilotato. A dimostrazione di come questo voto non rappresenti la maggioranza dei consensi, e di come le masse non siano poi così negative, a seconda della definizione di Gustave Le Bon.

Cosa c’entra l’analisi di Le Bon?

Le Bon, in “Psicologia delle folle”, ritraeva le masse come una forza di distruzione, priva di una visione d’insieme, indisciplinata e portatrice di decadenza. Egli, infatti, riteneva che esse si facessero facilmente ingannare dalle suggestioni dei grandi leader politici, le quali erano sempre prive di argomentazioni o di prove logiche. L’illusione prevaricava sulla realtà, sui fatti. Addirittura, le folle sono perfino capaci di rinunciare ai propri interessi personali, ai propri ideali. Sono la causa della perdita di responsabilità e di autocontrollo dell’individuo. Esso diventa barbaro, feroce, violento, passivo, schiavo dell’incoscienza. Ma oggi, nel duemilaventi, il vento sta cambiando e tira aria nuova. Specialmente tra chi, è stanco di accettare oppressioni e negazioni dello Stato di Diritto. E le masse possono davvero avere forte capacità di influenza, se dimostrano di essere unite per fronti seri. Perché è bene che esse sfruttino il cosiddetto “dogma della sovranità della folla”.

Ma le masse stanno cambiando forma.

In questi giorni, infatti, in Bielorussia, si sta verificando una forte evoluzione del concetto sviluppato da Le Bon. Stiamo assistendo ad una folla, anzi, diverse folle, che hanno piena coscienza di quello che è accaduto dietro alle urne. Questi uomini e queste donne stanno dimostrando tutta la loro contrarietà verso un sistema corrotto, dispotico, nemico dei diritti umani. E’ vero, rimangono sempre una folla, e qualche sfumatura dell’etnologo francese, la conservano pure: tutti e tutte loro sono disposti e disposte a morire per il trionfo di un ideale: la libertà. Non molleranno, questo è certo. Difatti, hanno già  nuovi raduni e proclamato uno sciopero nazionale. Si sta avendo, quindi, una rivoluzione nella rivoluzione, che inizia nel momento in cui una credenza cessa di produrre i suoi effetti, e dove le masse, in questo caso quelle bielorusse, sono stanche di vivere sotto la cupola di cristallo dell’illusione, e non abbassano più la testa e non si tappano le orecchie dinanzi ai proclami di un leader.

Perché le masse delle piazze non sono più negative

Non troviamo più idee passeggere nelle folle bielorusse. Questo sentimento di indignazione, di rabbia, di protesta, è destinato a durare nel corso delle settimane, o addirittura mesi.  E’ anche vero, che per accedere alla folla, l’idea deve trasformarsi in sentimento. E qui, è abbastanza chiaro che i due concetti possono benissimo combaciare, coesistere. L’idea di unirsi in un sentimento comune: il rovesciamento di un ordine dittatoriale, con a capo un padrone che vuol fare sempre di più il padrone.   La folla bielorussa è stanca di questa tradizione politica, di questi costanti ostacoli ad un tentativo di cambiamento. Se per Le Bon, l’istruzione poteva risultare come dannosa, in quanto generatrice di idee di eguaglianza tra le classi inferiori, qui, nel Paese dell’Est-Europa, aver ricevuto degli insegnamenti scolastici o accademici può essere un’arma preziosissima, utile a far prendere coscienza della criticità in cui versa la nazione. Certo, le istituzioni politiche e sociali sono figlie delle idee, dei costumi e dei sentimenti. E un popolo non può modificare le istituzioni e la loro essenza, ma solo il nome.  Queste masse stanno pagando le conseguenze di scelte passate, che, però, non hanno mai avuto idee di futuro. Anche loro vogliono seguire un leader, in realtà, già lo seguono ed è un leader invisibile, da cui pendono le loro labbra e le loro azioni: la voglia di libertà.

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