Diverse sostanze chimiche hanno accompagnato la medicina nel controllo del dolore, ora si prova a gestire la morte

Due paure accompagnano la medicina: quella del dolore e quella della morte. La paura del dolore è stata superata nell’800 con l’ausilio del gas esilarante, oggi forse si riuscirà a superare la paura della morte con dei funghi allucinogeni.

La medicina e le sue paure: il dolore e la morte

Fino alla prima metà dell’ottocento le tre colonne, quali medicina, dolore e morte, potevano essere immaginate come distinte: laddove esistevano la medicina, ed in particolar modo la chirurgia, difficilmente si riuscivano ad eludere le altre due. Nel momento stesso in cui ad un paziente veniva diagnosticato un male, questo sapeva di doversi rapportare a sofferenze inaudite ed immaginava di andare incontro alla fine. Lo stesso John Keats, grande poeta romantico e studente di medicina, quando si rese conto di essere malato di tubercolosi, definì il sangue della sua prima emottisi come “la mia condanna a morte”. Solo con la scoperta dell’anestesia si riuscì ad attutire il dolore, se non in tutta la medicina, almeno in chirurgia. In questo modo mancava da gestire solo la morte, che non può essere elusa, ma solo affrontata. Oggi si prova ad arginare la paura della morte che attanaglia quei malati che sanno di non poter essere guariti.

Un gas che gestisce il dolore

Cronologicamente parlando, l’anestesia venne inventata solo nella seconda metà del XIX secolo, alla fine del ‘700 però la chimica aveva già evidenziato le proprietà narcotiche ed euforizzanti di alcune sostanze. Joseph Priestley, chimico e filosofo inglese vissuto tra il 1733 ed il 1804, infatti, aveva scoperto il protossido di azoto (anche detto gas esilarante). Questo composto venne poi sperimentato da diversi scienziati, tra cui Humphry Davy, che arrivò a diventarne dipendente.

Per arrivare però ad applicare l’anestesia in ambito medico-chirurgico occorrerà attendere del tempo. Infatti i chirurghi erano estremamente conservatori. Non immaginavano di poter modificare le tecniche che erano state affinate in secoli di esperienza. Le operazioni venivano infatti compiute in tempi brevissimi, per evitare che il malato morisse dissanguato. Il dolore dell’infermo era utile al medico, che aveva conferma del fatto che l’operato fosse ancora in vita. Gli stessi medici ritenevano che il coltello ed il dolore non dovessero essere distinte nella mente dei pazienti, in tal caso sarebbe stata svilita l’arte chirurgica in sé.

Il primo medico ad immaginare l’introduzione dell’anestesia in medicina fu un dentista statunitense di nome Horace Wells. Questo, all’età di vent’anni, prese parte ad uno spettacolo a base di gas esilarante. Dai primi anni dell’ottocento, infatti, negli Stati Uniti si diffuse la moda di organizzare degli spettacoli durante i quali veniva fatto inalare agli attori del protossido di azoto. Questi, sotto l’effetto del gas, si comportavano in modo caotico e bizzarro, tanto da suscitare le risate nel pubblico. Wells, guardando lo spettacolo, si accorse che un attore, dopo aver inalato il gas, si tagliò. L’uomo sul palco non sembrò rendersi conto della sua ferita per tutta la durata dell’effetto del composto. Il giovane dentista immaginò quindi di poter applicare la proprietà individuata nel gas alla sua professione. Egli stesso venne sottoposto ad un esperimento. Dopo essere stato intontito dal gas, un collega lo sottopose ad un’operazione di estrazione dentari. A seguito dell’intervento Wells si rese conto che il dolore era stato, se non totalmente assente, estremamente attutito. Dopo mesi di esperimenti decise di mostrare la sua scoperta alla comunità scientifica con una dimostrazione pubblica alla presenza del decano della scuola di Harvard. Fu un totale fiasco. Infatti, non conoscendo Wells  

ancora nulla sul dosaggio del gas in proporzione alla stazza dei pazienti, al paziente venne somministrata una quantità troppo bassa di gas. Al momento dell’estrazione dentaria il soggetto analizzato sentì dolore e Wells non ottenne la gloria ed i riconoscimenti che avrebbe meritato. Stesso non accadde a William Morton, collega di West. Egli capì che l’invenzione del giovane dentista poteva essere incredibilmente innovativa e continuò a studiare. Seguendo il consiglio di un chimico di Boston, di nome Jackson, per i suoi esperimenti smise di usare il protossido d’azoto ed adoperò l’etere. Il 16 ottobre del 1846, definita come data di nascita dell’anestesia, Morton ottenne il permesso di fare una seconda dimostrazione pubblica che andò a buon fine. Ad un paziente venne estratto un tumore superficiale senza che questo sentisse alcun dolore. 

E’ interessante sottolineare come, mentre fino a quel momento le verità scientifiche erano state accolte sempre con scetticismo e, per essere accettate dalla comunità scientifica, dovevano essere verificate ed approfondite, l’innovazione appena descritta fu così sconvolgente, innovativa ed inoppugnabile che la nuova tecnica si diffuse a macchia d’olio. Già il 21 dicembre 1886, a Londra, venne svolta la prima amputazione indolore d’Europa, eseguita dal famoso chirurgo dell’epoca Robert Liston.

In questo modo nacque l’anestesia, che venne presto applicata a tutte le branche della chirurgia consentendo ai medici di affrontare interventi sempre più lunghi e più complessi ed allontanando la concezione che alla medicina dovesse essere sempre accostato il dolore.

Un fungo che gestisce l’ansia

Come nell’ottocento si arrivò ad applicare un composto, già ben noto e studiato in chimica, alle scienze mediche, con sorprendenti effetti sulla chirurgia, oggi si stanno facendo dei passi avanti nell’introduzione di sostanze che consentono di alleviare la paura della morte, sempre presente nella mente di pazienti affetti da patologie croniche o in procinto di soccombere alla malattia. Quindi mentre all’epoca si riuscì a superare la paura del dolore che il paziente era certo di provare, sottoponendosi ad un’operazione di qualunque genere, oggi si cerca di alleviare il terrore del baratro a chi è consapevole di non poter essere curato.
Da diversi anni si studiano gli effetti del principio attivo di alcuni funghi allucinogeni, che prende il nome di psilocibina, sul nostro organismo. Questa sostanza ha forti effetti psicotici ed è stata infatti bandita da diversi paesi. Il Canada l’ha resa illegale nel 1974, classificandola come sostanza stupefacente. Nel 2017, uno studio dell’Imperial College di Londra ha messo in luce alcuni effetti positivi della psilocibina contro ansia e stress. Il principio attivo del fungo ha avuto un incredibile successo dove altre terapie non sono state sufficientemente efficaci. Le ultime ricerche, pubblicate nel gennaio 2020, fanno capo alla NYU Langone Health ed hanno evidenziato gli effetti anti-ansia ed anti-depressivi della sostanza. In particolare i ricercatori sottolineano che: “psilocybin-assisted psycitherapy holds promise in promoting long-term relief from cancer-related psychiatric distress. (…) The present study adds to the emerging literature base suggesting that psilocybin-facilitated therapy may enhance the psychological, emotional, and spiritual well-being of patients with life-threatening cancer.”

Così, dopo aver ricevuto alcune richieste da parte di malati terminali affetti da gravi forme di cancro, il Ministro della Sanità canadese, Patty Hajdu, ha deciso di consentire loro la somministrazione di una terapia

psichedelica a scopo palliativo. Sarano dunque quatto i malati che usufruiranno legalmente della psilocibina da quando il composto è divenuto illegale in Canada, ricevendo l’esenzione legale del Canadian Drugs and Substances Act. La notizia è stata divulgata stesso dal ministro della sanità in un comunicato stampa TheraPsil, l’associazione senza scopo di lucro che si è impegnata a supportare i pazienti nella richiesta di cure palliative che aiutino i malati a sopportare meglio il fardello che debbono portare. Il fondatore della TheraPsil, Bruce Tobin, ha detto, riferendosi agli organi di governo: “siamo impressionati del loro desiderio di ascoltare i pazienti che non sono stati ascoltati e di cambiare visione e regole per accomodare ciò che li riguarda e i loro bisogni.”

L’obiettivo della TheraPsil è quello di diffondere sempre più la conoscenza riguardo questo tipo di cure palliative.  Chiunque deve avere la possibilità di avvalersi di cure cosiddette compassionevoli. Il diritto all’utilizzo di queste cure è stato definito come il “diritto di imitare il più possibile la sofferenza e la paura”. Una delle donne che hanno avuto la possibilità di essere trattate con questa cura psichedelica, Lauri Brooks, definisce questa possibilità offertale come “Il riconoscimento del dolore e dell’ansia di cui ho sofferto”.

Molti studi sono ancora da affrontare e sicuramente occorrerà del tempo per riuscire ad affermare la validità di questo tipo di farmaci. Si potrebbe però essere sulla via di allontanare anche la seconda colossale paura che accompagna la medicina, e la vita dell’uomo.

E’ giusto non temere più la morte?

Certo è che la paura della morte è innata nella natura dell’uomo, sradicarla sarebbe un passo incredibile per la scienza, ma a quel punto forse ci si andrebbe ad imbattere in questioni etiche non indifferenti.

Prima di Wells si era certi che il dolore non sarebbe mai stato eliminato dalle pratiche chirurgiche, ed invece così è stato. Nessuno può quindi escludere a priori che si riesca ad eliminare il timore della morte dalla mente di un malato terminale.

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