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Le immagini influenzano le nostre abitudini? Ce lo spiegano gli influencer e l’arte propagandistica nazista

Proviamo a spiegare i punti comuni tra l’arte propagandistica nazista ed i contenuti pubblicati sui social network dalle star di Instagram, capiremo che l’una nel male e nell’empietà assoluta, e l’altra… nel bene, presentano interessanti punti in comune.

Particolare di “Die Partei”, statua simbolo del partito nazionalsocialista, l’autore è Arno Breker, che si ispira all’arte classica come esaltazione della razza pura.

In un mondo circondato da pubblicità di ogni genere e sopraffatto da mode in continua evoluzione, i due elementi sopracitati, presentano punti comuni su come la capacità persuasiva di un singolo personaggio possa influenzare le nostre convinzioni, decisioni, acquisti, tenore di vita ed infine abitudini.

La propaganda di Goebbels nel Terzo Reich

Il personaggio di Joseph Goebbels presenta una grandissima controversia, poiché, parlando da un punto di vista puramente accademico, la sua intelligenza ed astuzia furono innegabili, peccato l’adoperarle per condurre un intero popolo al male assoluto e provocando l’odio che portò ad uno dei peggiori genocidi della storia ed alla più sanguinosa guerra.

Comunque, con Arte nazista, intendiamo l’insieme delle arti, manipolate dal regime con lo scopo di adattarle agli ideali dell’unico partito presente, seguendo le cosiddette 11 regole per la propaganda elettorale goebbelsiana, di modo che queste forme artistiche e quindi di comunicazione, potessero manovrare le menti del popolo tedesco: trattiamo alcuni casi e facciamo qualche esempio.

Il cinema: qualsiasi film prodotto durante il regime, cinegiornali e documentari compresi, dovevano essere passati in rassegna dallo stesso Goebbels prima di essere mostrati agli spettatori: temi principali del materiale audiovisivo nazista erano l’antisemitismo, la guerra, l’eroismo tedesco e ovviamente l’eccellenza del partito; emblematico è il caso del film “L’ebreo errante”, che mostra il popolo ebraico come sporco, malato ed infestato.

La musica: negli anni 20 in Germania, nei locali dei centri urbani si suonavano jazz e musica d’avanguardia, ma durante il regime essa viene vista come degenerata ed ebraica, venne quindi riabbracciata la musica classica tedesca, eccetto quei compositori ebrei o di origine ebraica, che vennero totalmente banditi, come ad esempio Mahler o Mendelssohn.

La scultura: le opere più ammirate dallo stesso Hitler erano quelle di Arno Breker, essi mostravano corpi ignudi di fantomatici ariani ideali, con forme accattivanti e senza nessuna imperfezione, di chiarissima ispirazione all’arte classica, poiché secondo lo stesso Hitler, l’arte greca e romana incarnava la perfezione e l’ideale di razza pura.

Letteratura: i critici letterari dell’epoca ci informano che il “Mein Kampf” fu un best seller con più di sei milioni di copie vendute, per il resto, ovviamente vennero bruciati i libri che andavano contro al partito, ed i libri di autori ebrei, nulla di nuovo, lo fece anche la Chiesa di Roma qualche anno prima, e il Fascismo, ed ogni altra dittatura esistente fino ad ora.

Caso di “contro-propaganda” nazista: Charlie Chaplin in una scena del film “il Grande Dittatore”, 1940

I manifesti della propaganda nazista: la grafica pubblicitaria come arte

I manifesti della propaganda nazista furono il maggior mezzo di diffusione di quelle che furono le ideologie dettate dal partito.

Pare bislacco, ma la propaganda scandita dai manifesti del regime può essere riassunta per intero con pochi esempi emblematici (sono le successive immagini: da sinistra a destra)

Esempio 1: uno dei più famosi esempi di manifesto antisemita; rappresenta il tipico studente ariano biondo, bello, sorridente, in forma e pronto alla guerra, mentre dall’altro lato abbiamo un ebreo con i tipici tratti somatici stereotipati dettati dal regime nazista, corrucciato in viso e circondato dalle bandiere dei nemici esterni dello Stato: Regno Unito, Stati Uniti ed Unione Sovietica.

Il secondo esempio che verrà presentato è un’immagine di Hitler in primo piano con la bandiera in mano che conduce il suo popolo a mo’ de “il quarto stato” di Pellizza da Volpedo, siamo al secondo tema della propaganda nazista: la potenza e l’efficacia del partito e del suo condottiero, una sorta di imperatore romano che guida il suo popolo in battaglia, e qui vi è infatti un altro tema ricorrente nell’arte del Reich, l’Eroismo.

Per esaurire questi esempi con funzione delucidante, abbiamo il manifesto decisamente più tetro: un manifesto che tra le persone senza senza senso critico, riuscirebbe a trasformare il diavolo in angelo; esso rappresenta infatti Hitler mentre prende in braccio una bambina felice in modo quasi tenero, quest’immagine aveva la funzione di fare presa sia sulle più giovani menti, sia sui genitori di queste giovani menti, che a seguito di questi manifesti vedevano Hitler sia come brillante e coraggioso condottiero, sia come padre amorevole e uomo comune.

Il rapporto dell’arte propagandistica con l’odierno marketing d’influenza

Giungiamo ora alle celebrità che tutti i giorni invadono la nostra bacheca Instagram o Facebook ecc.

Non era facile evitare di vedere i manifesti propagandistici del Terzo Reich, vi erano le strade tappezzate, annunci per radio, cinegiornali e chi più ne ha più ne metta, e non è nemmeno facile oggi passare un intero giorno senza veder scorrere nelle IG stories contenuti ri-condivisi di un famoso influencer.

L’influencer secondo la venerandissima enciclopedia Treccani è:

“Un personaggio popolare in Rete, che ha la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte di un determinato gruppo di utenti e, in particolare, di potenziali consumatori, e viene utilizzato nell’ambito delle strategie di comunicazione e di marketing”

Spieghiamoci meglio: se Cristiano Ronaldo pubblicizza un paio di scarpe da calcio descritte come “ultraleggere, ultra comode ed ultra performanti”, il consumatore medio pensa, “sono le scarpe che fanno per me?” o pensa “le ha pubblicizzate Cristiano Ronaldo quindi sono strafighe per forza”?

Stessa cosa si potrebbe dire per molti altri personaggi, che grazie o “no grazie” al materiale audiovisivo da loro pubblicato, contribuiscono a creare bisogni in noi che siamo normalissimi consumatori, è così che funziona il marketing d’influenza in fin dei conti: esso letteralmente è un sistema di commercio che punta molto su persone influenti più che sul mercato di riferimento.

In conclusione possiamo quindi avvalorare una tesi: Joseph Goebbels fu il primo social media manager, ed anche bravo pare, ribadisco, peccato per l’aver messo questa bravura al servizio del più malvagio e lunatico tra i dittatori (non che Goebbels fosse meglio).

In ri-conclusione: le forme artistiche ed i mass-media controllavano le coscienze e le decisioni delle persone già nella Germania degli anni 30 e 40, è impensabile pensare che le immagini pubblicate dalle web-star con fine pubblicitario, non riescano in qualche modo ad instillarci il tarlo che quelle determinate scarpe da calcio o quel determinato vestitino debba in qualche modo essere nostro.

Insomma le 11 leggi della propaganda di Goebbels, vengono usate ancora oggi sia per la propaganda politica (e se seguiamo certi politici, la cosa è palese), sia per il far aumentare i consumi di un determinato bene adoperando a modello persone con gran seguito in rete, ma quindi, è davvero un bene seguire persone pagate per farci acquistare qualcosa che probabilmente non ci serve o che non ci si addice? ci fa davvero bene rosicare vedendo lo stile di vita che le persone arricchitesi con i social network conducono? think on, take care, goodbye.

 

 

 

 

 

 

 

 

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