Siamo in guerra contro il Covid-19? La retorica bellica e la letteratura della guerra vera

Da mesi sentiamo utilizzare, tanto dai giornali quanto dalla politica, l’associazione dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo con la situazione bellica. Quanto è accettabile questo paragone?

Il titolo di un approfondimento di Repubblica pubblicato giovedì 8 ottobre 2020 (La Repubblica)

Quando cerca di spiegare l’inspiegabile, o semplicemente ciò che è difficile da spiegare in fredde parole, l’uomo utilizza dall’inizio dei tempi alcuni espedienti retorici, tra cui uno dei più conosciuti è la metafora. In questo periodo d’emergenza, chi si è trovato nelle condizioni di spiegare a parole le fasi della pandemia ha fatto spesso ricorso alla metafora della guerra, come possiamo vedere anche dal titolo di un recente articolo di Repubblica. Ad una prima analisi potrebbe sembrare un’associazione particolarmente efficace, ma già all’inizio dell’emergenza sanitaria c’è  stato chi si è apertamente opposto a questo tipo di retorica.

La retorica guerra-pandemia e i dubbi sui suoi effetti

In un articolo (consultabile qui) pubblicato il 22 marzo, Daniele Cassandro prende atto della regina delle metafore per quanto riguarda l’emergenza Covid: la guerra. Non si dimostra particolarmente stupito di questo, dicendo che anche il primo libro dell’Iliade, parlando di un’epidemia diffusasi nell’accampamento degli Achei, utilizza questa figura: “Nove giorni volâr nel campo acheo le divine quadrella” (il “quadrella” della traduzione del Monti sta per “frecce”). Tuttavia il precedente omerico non giustifica l’utilizzo abbondante di questa figura: Cassandro utilizza le parole di Susan Sontag per dimostrare che non solo pensare alla malattia come una guerra porterebbe più facilmente all’accettare una sconfitta, ma rischierebbe anche di perdere il fuoco sul superamento dell’emergenza: una guerra presuppone la presenza di fazioni, di nemici, di scontri; l’esatto contrario dell’unione e della collaborazione di cui abbiamo bisogno in situazioni come queste. Cita di nuovo la Sontag per proporre una figura alternativa, quella di cittadinanza:

Appena nasciamo abbiamo una doppia cittadinanza, nel regno dei sani e nel regno dei malati. Sebbene tutti preferiremmo usare sempre il passaporto buono, presto o tardi saremo obbligati, anche se per breve tempo, a identificarci come cittadini di quell’altro posto.

Pochi giorni dopo sullo stesso giornale, Annamaria Testa rilegge l’articolo di Cassandro e fa il punto su tutti coloro che, nei giorni precedenti, si erano apertamente opposti alla retorica bellica in ambito epidemiologico (Per una visione d’insieme consiglio di leggere l’articolo cliccando qui). Propone anche una serie di esempi positivi:

Pandemia. Pericolo globale. Tragedia collettiva. Difficile emergenza (come dice il presidente Mattarella). Tempesta che smaschera le nostre false sicurezze (come dice papa Bergoglio).

Ciò che riguarda il Covid-19 è tutto questo, ma non è una “guerra”

A maggio, questa volta sull’Espresso (in un articolo consultabile qui), Massimiliano Panarari attribuisce a questo fenomeno retorico una spiegazione storica:

A ben guardare, l’infettivologo versione aggiornata della figura del tecnico-tecnocrate, oppure consacrato come star dei talk show, non cade come un fulmine a ciel sereno nel luttuoso panorama pubblico contemporaneo. Ma rappresenta, sotto più di un profilo, l’erede di un importante movimento scientifico-culturale dell’Italia dopo il 1861.

Quello dell’igienismo ottocentesco e primo-novecentesco, di fatto un filone del positivismo che fornì una pagina di rilievo della tribolata storia dello Stato postunitario, durante la quale alcuni medici puntarono ad assumere direttamente cariche politiche per cercare di influire sui processi di modernizzazione e sul progresso sanitario di un Paese reale assai gracile e malaticcio.

Mario Rigoni Stern
(Il Mattino di Padova)

Guerra e letteratura: come reagisce l’uomo di fronte alla guerra vera

Per cercare di comprendere meglio la naturalezza dell’associazione guerra-Covid, potremmo tornare indietro a coloro che, in una reale situazione di guerra, hanno cercato di descriverla. Leggendo alcune poesie di Giuseppe Ungaretti, ad esempio, emerge una certa difficoltà a descrivere la guerra in sé e per sé. Si preferisce, tra le altre cose, descriverla per i suoi effetti sulle cose e sulle persone, casomai rifacendosi alla retorica della morte:

Sono una creatura (Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916)

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata


Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede


La morte
si sconta
vivendo

Mario Rigoni Stern, nel suo celebre Sergente della neve (1953), tenta di descrivere con estrema lucidità la sua visione della guerra. Come Ungaretti la descrive per gli effetti che sente su sé stesso, spiegando anche il senso di irrealtà che caratterizzava quei momenti:

Rimanevo poco nella tana; ero sempre nelle trincee sulla scarpata del fiume con le bombe e il moschetto. pensavo a tante cose, rivivevo infinite cose e mi è caro il ricordo di quelle ore. C’era la guerra, proprio la guerra più vera dove ero io, ma io non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano più vere della guerra. Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro e si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose.

Ma quindi, quella contro il Covid è una guerra?

Perché, tra tutte le figure che si sarebbero potute scegliere, il dialogo pubblico ha insistito così tanto sulla retorica della guerra? Ci sono sicuramente alcune affinità delle due situazioni critiche, la guerra e l’epidemia, che spingono molti ad associarle: la diversità dalla vita ordinaria, la situazione di ristrettezza e di impedimento. Tuttavia guardando ai mesi passati, nonostante siano stati pesanti e sicuramente difficili, in pochi potranno dire di essersi sentiti realmente come in guerra, se non altro perché diversamente si sarebbe forse verificato quel senso di sospensione dalla realtà di cui parlava Rigoni Stern. Al di fuori di qualsiasi spiegazione, letteraria e non, da tutto questo emerge con chiarezza quanto l’Uomo abbia bisogno di utilizzare questi strumenti retorici per esprimersi.

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