Le “dottrine non scritte” di Platone sono i meme dell’Atene Classica

Il meme è particella di contenuto (conoscitivo o comportamentale) che si trasmette con grande rapidità e facilità e permette la propagazione della sua unità minima di sapere, esulando i tradizionali mezzi di comunicazione di massa.

Dalla Caverna alla rete il passo è breve

La radice semantica del termine meme non lascia scampo: rimanda alla mimesi greca, all’imitazione. Agli sgoccioli degli anni ’70 occorreva inquadrare quella particella minima di sapere o di comportamento che si tramanda con estrema rapidità. L’azione di riproporre quello slot di contenuto, in maniera identica o con infinite, minime declinazioni sul tema, indica dunque l’azione mimetica da cui eredita il lemma. Nelle innumerevoli varianti, i meme filosofici visualizzano (esemplificandolo più che semplicemente semplificandolo) un contenuto minimo che rimanda a precisi concetti che, per goderne appieno della forza dirompente e dell’acutezza, occorre aver già appreso in altra sede. Assumono la funzione ipomnematica (di breve rimando a qualcosa che già si conosce) che per Platone lo scritto deve avere. Pur avendo scritto molto e molto bene, infatti, il filosofo ateniese ha preferito lasciare alle sue lezioni orali le parti più importanti del suo pensiero, giustificando la sua scelta con la scarsa autonomia che i testi scritti hanno. Si tratta di concetti difficili, legati all’inveramento della teoria delle idee e della dottrina etico-politica, che però possono essere riassunti con pochi passaggi, a patto di averne a disposizione le basi, avendo cioè già ottima frequentazione con il suo pensiero. Da qui, la similitudine con i meme filosofici che necessitano una conoscenza a monte per poter essere compresi.

Come un parassita, come un virus. Letteralmente

La trasmissione di questo frammento può essere individuata come replica, il meme rimane nella memoria dell’emittente e si insinua in quella del ricevente. Dawkins, prima, e Moritz, dopo, non faticano a sovrapporre il ciclo vitale di un meme a quello di un gene. Questo spiega la scelta del termine: come il gene veicola informazioni, così il suo omologo teoretico si porta a spasso frammenti culturali e comportamentali. Questo contenuto atomico (cognitivo o comportamentale) e la sua azione rientrano a pieno titolo nel percorso evolutivo di una società. E, per questo, meritano altrettanta considerazione. Come quella biologica, anche l’evoluzione della conoscenza segue gli stessi principi basilari di variazione e selezione. Certo, la trasmissione genetica è solo parentale (o “verticale”), mentre quella memetica avviene tra individui posti sullo stesso piano (quindi è “orizzontale” o anche “multiparentale”). Il paragone più calzante nel mondo biologico, quindi, è quello con parassiti, con i virus (to go viral, appunto). Rimanendo nel dualismo meme-gene, il primo è molto facile da trasmettere, bastano pochi minuti e pochi click, mentre per il secondo abbiamo bisogno di un processo di generazione. Mentre il primo hanno maggior tasso di fecondità, il gene è più affidabile, la ratio di fedeltà all’originale, infatti, è più alta. Ed è esattamente in questo divario che prende posto la differenza reale tra gli schemi culturali e comportamentali riassunti nei meme virali e le strutture che presiedono alla conservazione e alla riproduzione della vita su questo pianeta (tanto che la genetica è diventata una scienza affidabile e fondata ben prima della scoperta del DNA, per dire).

Una delle immagini più replicate come base per i meme

Dalla memetica alla metafisica platonica

In coda alla nascita del termine e alla sua crescente presenza nel dibattito culturale, prese forma anche la memetica, una disciplina scientifica sperimentale che dei meme studia la genesi, l’evoluzione e la diffusione. Nei suoi studi tematici, Dawkins ritaglia tre caratteristiche per ogni replica o diffusione successiva dell’informazione memetica: la fedeltà all’originale, la fecondità e la longevità. Le fotocopie stampate all’infinito perdono sempre più dettagli e acquisiscono rumore di fondo rispetto all’originale: rimanere aderenti al modello originale garantirà alla nozione veicolata di essere coerente e stabile. Più un contenuto memetico è efficace, minore è il suo tempo di diffusione massiccia. La stabilità degli schemi di replicazione e diffusione aumenta il numero di copie, garantendone ovvia longevità. Nel giro di pochissimo tempo (mesi, settimane, se non giorni), meme consolidati vengono sottoposti a pressanti processi di ricombinazione, mutuazione e (anche minima) variazione sul tema. Le (spesso minime) differenze porteranno a una polifonia memetica che, purtroppo, farà a gara per essere ricordata, intasando la nostra memoria, fisica e virtuale. Anche i questo caso, i meme più adatti sopravvivranno. Come per l’adattamento evolutivo, si parla di fitness anche in questo caso. È esprimibile in forma matematica, la funzione dell’adattamento misura il numero medio di meme in un dato momento della storia sociale, diviso il tempo della comparsa della prima variazione.

La Rete conosce numerosissimi fenomeni virali

“Su queste cose un mio scritto non c’è e non si sarà mai”

Lirico e vernacolare, acuto e involuto, spiritoso e rigoroso, incalzante o laconico, feroce e docile, lo stile narrativo di Platone rimane inarrivabile per mirabile sintesi di profondità di pensiero e qualità stilistica, in grado di eseguire diversi spartiti stilistici. Colui che rimane la stella polare del pensiero classico ha scritto 36 opere, giunte intatte a noi, suddivise da Trasilo, in 9 tetralogie. Di fronte a simile, sterminata produzione letteraria, l’esegeta non può che perdersi, affidandosi alla lettura più fedele e rigorosa degli scritti, nelle convinzione che si tratti dell’espressione più piena e verace del pensiero del suo autore. Per secoli, è stato così. L’equazione è semplice. Tutti gli scritti di Platone sono giunti a noi, quindi, dovremmo esserne in grado di ricavarne tutto il pensiero (la teoria di Schleiermacher dell’autonomia dei testi). Solo pochi decenni fa, la scuola gadameriana di Tubinga, con la costola milanese dell’Università Cattolica ha proposto un nuovo modo di interpretare Platone. Questo nuovo modello di interpretazione affonda la sua validità nelle affermazioni, davvero esplicite, che Platone affida, qua e là, ai suoi scritti. Esistono verità profonde che fanno di un uomo un filosofo e che il sapiente non può mettere per iscritto. Questo nocciolo supremo del suo pensiero (di “maggior valore”) non è scientemente contenuto nei suoi scritti, anzi, come molte testimonianze attestano, è stato oggetto di lezioni, incontri e conferenze tenute dallo stesso filosofo. In due opere, poi, nel Fedro e nella Lettera VII, Platone suffraga questa tesi: lo scritto non è in grado di comunicare ai suoi lettori alcuni aspetti fondamentali del pensiero che illustra, per limiti di metodo e di contenuto. Platone è un immigrato, per usare la categoria odierna che indica quelle persone che hanno imparato a convivere con un decisivo mass-media, la cui diffusione, al momento della loro nascita, era assente o non massivamente diffuso. Il filosofo vive l’epoca che vede la scrittura democratizzarsi, farsi più economica per imporsi, per secoli a venire, come strumento per eccellenza di comunicazione di massa. Pochi decenni prima, il suo maestro Socrate non aveva voluto lasciare nulla per iscritto e, tra pochi anni, il suo allievo Aristotele (un nativo della scrittura) progetterà di scrivere tutto ma proprio tutto il suo pensiero. Platone non scrive le cose di maggior valore del suo pensiero. Ne sarebbe capace, eppure la scelta è chiara ed è dettata della scarsa portata comunicativa della scrittura. Non sfugge a Niezsche agli occhi di Platone “lo scritto ha il suo significato solo per colui sa, come mezzo di richiamo alla memoria”. Come quella categoria che abbiamo definito meme filosofici, lo scritto non insegna e non educa ma è un pro memoria. Occorre, per il sapiente, che sapere ed educazione arrivino per altri canali, in altre sede. La scrittura non accresce il sapere, ma solo l’apparenza. Non rafforza la memoria, è utile solo per riportare alla mente ciò che già si sa. Una tesi intrappolata in un libro è indifesa, si apre all’erronea interpretazione senza l’apporto dell’autore (che non può difendere ogni copia della sue opera, casa per casa, scrivania per scrivania). La tesi si difende, cresce e si incardina solo con il discorso vivente, affidato all’oralità, di cui lo scritto è una pallida copia. Con l’oralità si incide direttamente nell’anima di chi ascolta. Scrivendo, invece, si riempiono pagine di nozioni. Occorre quindi aver ascoltato la filosofia di Platone direttamente dalle sue lezioni per comprenderne appieno la portata. Solo ascoltando, discorrendo con costanza e in stretta comunione con docente e discente, si impara. Il dialogo è il mantice che dalla scintilla alimenta il fuoco del sapere. In un’amica così rorida di sapere pregresso, l’innesco dell’ultimo vertice del sapere è subitaneo e la combustione breve.

Questo metameme di Platone rimanda a un doppio livello di conoscenza

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