Le città parlanti: come la street art sia riuscita a sopravvivere a Bari

Pennelli e bombolette spray possono raccontare una storia (tanto quanto cicatrizzare una ferita).

Sottopasso del Marconi, Bari.

Comunicare attraverso graffiti e colori accesi? Se sì, che cosa? Ma soprattutto, a chi? Ecco che quindi la street art si trasforma in un’occasione imperdibile non solo per compiere un atto politico senza offendere nessuno, ma anche per contrastare il degrado urbano dei quartieri limitrofi al centro cittadino. Cerchiamo di trovare quindi le risposte che cerchiamo attraverso un’analisi introspettiva fino ad approdare nel capoluogo pugliese, uno dei pochi posti in Italia dove la steet art sembra aver assunto un senso.

“L’ARTIVISMO” DEI PITTORI CONTEMPORANEI

C’è chi reputa che l’arte sia morta con Michelangelo e che pittori quali Picasso e Magritte facessero soltanto ‘scarabocchi’. Eppure tra i banchi ci insegnarono che l’arte fa parte dell’uomo e che nasce e muore con esso. Quindi, finchè l’uomo sarà in vita, l’arte sopravviverà tra le sue mani. Ciò nonostante i libri scolastici si fermano al futurismo, classificandolo inequivocabilmente come ultima forma d’arte prodotta dall’uomo. Questa espressione delegittima l’operato di chi pratica la street art, da sempre nel mirino dei cittadini. Di fatto, considerano questa forma d’arte come un atto vandalico. Gli stessi artisti, d’altronde, convivono con l’etichetta di ‘vandali’. La loro arte? Semplici ‘scarabocchi’. Lo dicono i residenti quando passeggiano non solo per le strade periferiche, ma anche per le vie del centro. La street art infatti, nonostante i detrattori, non solo sopravvive tutt’oggi, ma continua a diffondersi tra le arterie della città, colorandola e abbellendola. Eppure, i disegni sono cambiati. I tag e i writing non raccontano più nulla, ma servono soltanto per combattere il degrado urbano utilizzando colori accesi e pennelli di grande misura. Un tempo la propria opinione la si poteva soltanto esprimere attraverso una bomboletta spray. Fu così che i graffiti vennero chiamati ‘oscenità’ mentre il responsabile un ‘teppista scappato dai centri sociali. Internet non aveva ancora l’uso domestico che conosciamo oggi. Ecco che quindi negli anni ’90 se il tuo intento era quello di raccontare qualcosa usando come supporto la parete di un edificio, il tuo ‘atto politico’ veniva sanzionato economicamente e moralmente. Soltanto di recente con autori quali Bansky la street art è riuscita ad acquisire una propria reputazione. Merito di chi ha visto nei graffiti non soltanto le ferite e le cicatrici di un luogo in via di guarigione, ma come cura per combattere il degrado urbano. Teoria delle finestre rotte? Forse, scopriamo come attraverso il caso emblematico della città di Bari.

Writer posa davanti l’opera ‘Benvenuti in questo Inferno’, Bari.

DALLA CARRÀ AL SANTO SURFISTA: COME BARI SIA DIVENTATA IL CAPOLUOGO DEI WRITERS NELL’ERA DEL POST-GRAFFITISMO

Sulla facciata dei condomini di San Paolo, quartiere barese che da anni aspetta ancora il suo riscatto, si possono scrutare immagini talmente belle da intenerirti se pensi al posto in cui sono state dipinte. Oggi si vive così a Bari, una città Pop la cui storia è frammentata tanto quanto i luoghi che la costituiscono, come se dalle loro costituzioni i quartieri avessero vissuto epoche diverse. Tra il centro murattiano e altri quartieri che sono i cuori pulsanti del capoluogo pugliese, tra le sue strade arteriose scorre un sangue a colori la cui onda è finita col colpire inevitabilmente ogni angolo della città. Da questo punto di vita, Bari ha vissuto due fasi significative per la street art:  la prima, negli anni ’90, quando i graffiti approdano in Puglia e chi li realizzava veniva soprannominato ‘l’americano’; la seconda negli anni duemiladieci, quando furono le istituzioni a radunare i writers sotto un’unica parete. Esiste persino un albo la cui iscrizione garantisce all’artista di poter praticare la sua arte senza ostacoli. Le critiche, tuttavia, non sono rimaste al secolo scorso. Basti pensare alle lamentele raccolte dai cronisti circa le considerazioni dei residenti in Via Brigata da Bari il cui sottopasso, a detta loro, sarebbe stato ‘deturpato’. Eppure tanti altri, dai turisti ai cittadini, hanno elogiato la presenza sempre più cospicua dei murales in giro per la città. Molti hanno apprezzato, ad esempio, le immagini di Morricone, della Carrà e di Gino Strada, rappresentate come se fossero una pellicola di un cinema su una parete storica che divide il centro murattiano dagli altri quartieri. Per non dimenticare poi la figura del Santo Patrono, un volto sempre più Pop rappresentato in mille modi doversi. Infatti è possibile osservare persino un San Nicola surfista. Ma se tutto questo a Bari è possibile a chi è dovuto?

A CHI TOCCA SPORCARSI LE MANI?

Il Santo in chiave Pop ha fatto sorridere molti, mentre i vagoni ‘vandalizzati’ delle Ferrovie Appulo Lucane ha fatto storcere il naso ad altri. Tutt’oggi non si sa bene come definire il writer, se teppista locale o genio incompreso. Molti degli artisti baresi hanno raccolto esperienze grazie alla frequentazione dei tanti centro sociali che verso la fine del secolo scorso tappezzavano la città. Oggi con attività quali Free walking Tour Barie associazioni come ReTake la street art è stata legittimata in tutta la città. Resta tuttavia definire di chi sia il compito di contrastare il degrado urbano, se attraverso processi di riqualificazioni o a colpi di vernice.

 

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