“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”: l’Inferno di Dante per descrivere i lager

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate“. Quante volte abbiamo sentito questo verso? Spesso, ironicamente, è stato anche scritto sulle porte di alcune classi del liceo. È Dante a scriverlo per primo, nella Commedia: è così che si conclude la minacciosa frase sulla sommità della porta dell’Inferno. L’immutabilità della pena è ciò che caratterizza il regno dei peccatori non pentiti: non c’è salvezza per chi non ha ottenuto il perdono di Dio. Era diversa invece la scritta sul cancello di alcuni campi di concentramento e di sterminio, tratta dal titolo di un romanzo dello scrittore tedesco Lorenz Diefenbach: “Arbeit macht frei” – dal tedesco, “il lavoro rende liberi”. Una frase di tal genere, a differenza di quella dantesca, lascia un margine di salvezza, grazie al lavoro. In realtà siamo a conoscenza del fatto che il mondo dei lager comportava lavoro forzato, prigionia in condizioni disumane e, nella maggior parte dei casi, la morte. Non a caso scritti e testimonianze di chi ha vissuto l’orrore dei campi di sterminio non parlano di libertà, ma si servono di citazioni dantesche per descrivere una realtà drammatica e sconvolgente.

Le parole per dirlo

Dante offre a chiunque le parole per raccontare ciò che nessuno poteva raccontare, perché era un inaudito.” È un legame lungo oltre sei secoli quello che unisce le parole dantesche e quelle dei pochi sopravvissuti ai campi di sterminio, ed è tale legame l’oggetto della ricerca di Marina Riccucci, docente di Letteratura Italiana dell’Università di Pisa. Il lager è definito come un vero e proprio “inferno in terra”, ed è difficile trovare i termini per descrivere una tanto assurda realtà. È Dante che costituisce un automatico punto di riferimento, e grazie alle parole della Commedia è possibile trovare il lessico adatto. È Dante che con forte potenza espressiva esprime una grande pluralità di sentimenti, costituendo un lessico che si pone alla base della cultura italiana. La ricerca parte da fonti non letterarie, ossia da diari, lettere e anche da testimonianze orali. Ciò che più colpisce Marina Riccucci è che in tutti i casi viene detto che “non ci sono parole per dirlo”. L’indicibile trova poi espressione nelle parole dell’Inferno dantesco. Non si ricorre a Dante con pretese letterarie, e l’impiego di tale lessico non dipende dal livello di istruzione. Si tratta di un comune patrimonio linguistico a cui si attinge nella necessità di trovare un linguaggio adeguato.

Le immagini più utilizzate

Tra le immagini più utilizzate ci sono quelle del terzo canto, dove si assiste al vero e proprio ingresso nell’Inferno. Superata la minacciosa porta si assiste a “sospiri, pianti e alti guai”, che fanno piangere il protagonista, Dante stesso, e che possono anche descrivere l’orribile scenario all’interno dei campi di sterminio. Celebre è inoltre la figura di Caronte, che ha il compito di traghettare le anime dannate oltre il fiume Acheronte, che avvolge la cavità infernale, e che diventa l’immagine più utilizzata per descrivere i “trafficanti di morte”. Si parla di bolge, di gironi infernali, di diavoli e di “eterno dolore”. Anche nell’immagine della liberazione si ricorre a parole dantesche: i superstiti dicono di esser tornati a “riveder le stelle”: si servono cioè dell’espressione che conclude la cantica dell’Inferno.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle.” Inferno XXXIV

Evidenti differenze esistono però tra la Commedia e il contesto in cui vengono usate le stesse parole, sei secoli dopo, per descrivere la realtà dei campi di sterminio. Se nel poema del Sommo Poeta tutto avviene per opera della giustizia divina, che punisce i peccatori non pentiti ma consente agli altri la redenzione e la beatificazione nei regni del Purgatorio e del Paradiso, le vittime dei lager erano invece uomini innocenti che hanno subito, senza colpa alcuna, una realtà di carnefici.

Dante è la lingua di tutti” afferma Marina Riccucci. È Dante che riesce a fornire le parole adatte a descrivere l’indescrivibile, confermandosi al contempo il padre della lingua italiana e il fondatore di un vasto patrimonio culturale.

Chiara Maria Abate

 

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