L’arte di (non) guardarsi: ce ne parlano Lévinas, Magritte e Sacks

Come ci relazioniamo all’esperienza del volto dell’Altro? Lévinas, Magritte e Sacks ci aiutano a fare chiarezza.

Folla di volti (Photo by Topical Press Agency/Getty Images)

 

Entrare in contatto con visi e sguardi, porte d’ingresso di quel mondo che è l’individuo, costituisce una delle nostre esperienze quotidiane ed esistenziali più significative. In questo incontro, fisico e visivo, ha origine il miracolo della comunicazione interpersonale, il celebre divenire nel mezzo di deleuziana memoria. La riflessione filosofica di Emmanuel Lévinas ci conduce alla riscoperta del senso profondo e rivelatorio di quella che egli definisce una vera e propria epifania. L’arte di Renè Magritte e i racconti clinici di Oliver Sacks  ci accompagnano verso il regno dell’insondabile: il mistero dell’incomunicabilità,dell’inaccessibilità.

 

Emmanuel Lévinas. filosofo lituano vissuto tra il 1906 e il 1995.(Fonte:Frammentirivista.it)

Il volto dell’Altro come fondamento dell’Etica:  il pensiero di Emmanuel Lévinas

Il pensiero dell’autore di Totalità e infinito, tra i più eminenti ed originali della seconda metà del secolo scorso, si struttura come un radicale rifiuto della tradizione metafisica occidentale, accusata di aver impropriamente eretto l’ontologia a primo e fondamentale baluardo dell’impresa conoscitiva umana. Secondo Lévinas, l’intima radice del pensiero filosofico, così come si è strutturato a partire dai suoi gloriosi fasti greci, risiederebbe nella volontà di ridurre l’Altro all’Identico, in un processo di conquista dell’Essere da parte dell’uomo attraverso la storia. Ciò si esemplifica perfettamente nella definizione  dello strumento filosofico par excellènce, il concetto, che in effetti si presenta come un tentativo di sussumere un molteplice nell’uno. Il problema ravvisato da Lévinas è che nella sussunzione sotto un concetto dell’essere estraneo si dissolve l’alterità dell’Altro. Come collegare tale riflessione teoretica con la viva esperienza dell’incontro con l’altro individuo? La risposta di Lévinas è che l’epifania del volto dell’Altro si sottrae ad ogni tentativo di oggettivazione, poiché il volto dell’Altro non si conosce, bensì si rivela nella sua inattingibilità, è immediato coinvolgimento in una dimensione etica. Particolarmente interessante è la riflessione levinasiana sull’amore e sul desiderio: a differenza del bisogno, che suggerisce il rapporto tra un soggetto ed un oggetto da questi fagocitatoinglobato per ragioni di sussistenza, l’autentico desiderio è sempre desiderio del desiderio dell’Altro, è custodia della sua inoggettivabilità. La carezza erotica cammina verso l’infinito, conclude il pensatore lituano. Soltanto aprendosi a tale esperienza si coglie la verità e la  pienezza incommensurabile dell’individuo che si mostra dinanzi a noi.

 

 

Les amants, René Magritte, 1928 (Fonte:artspecialday.it)

Catturare l’incomunicabilità:  i dipinti di René Magritte

Quando si parla di esperienza del volto dell’Altro, il pensiero corre veloce alle oniriche visioni di René Magritte, maestro del surrealismo novecentesco. La questione del viso, inteso come specchio oscuro di un’anima inaccessibile, torna con un’insistenza ossessiva nella produzione artistica del pittore belga, le cui rappresentazioni sembrano mostrarsi come il rovesciamento del paradigma etico levinasiano: nei dipinti di Magritte impera un’aura di silenziosa chiusura, di prigionia, incapace di generare dialogo. Celeberrima è l’opera Gli amanti, raffigurante una coppia di individui nell’atto di baciarsi. I due, le cui teste sono coperte da un panno bianco che impedisce loro di vedersi, pur nell’effettiva vicinanza appaiono condannati ad un destino di angosciosa incomunicabilità, di lacerante ed incolmabile distanza. Si consuma qui, come avrebbe forse detto Lévinas, una passione senza  desiderio, un contatto tra corpi incapaci di riconoscersi l’un l’altro. Lo stessa tema si ripropone nell’altrettanto famoso La riproduzione vietata, in cui è addirittura il volto del soggetto stesso a perdersi nell’irrealtà, in uno specchio che ormai tradisce persino la richiesta di identità dell’individuo. Quasi a volerci dire che lo smarrimento dell’Altro significa anche, ed in prima istanza, smarrimento di se stessi.

Oliver Sacks (1933-2015), neurologo di fama mondiale e autore di racconti clinici divenuti bestsellers (Fonte:labottegadihamlin.it)

 L’uomo che non riconosceva l’Altro: gli studi di Oliver Sacks

Finora ci siamo immersi in visioni filosofiche ed artistiche concernenti il modo in cui ci rapportiamo all’incontro con l’Altro, ma cosa ha da dirci la scienza a riguardo? Un contributo di notevole interesse ci è fornito dagli studi del celebre medico e neurologo Oliver Sacks, il quale è noto anche per la pubblicazione di numerosi libri di carattere divulgativo. Accompagnando all’acutezza scientifica una lodevole abilità narrativa, nei suoi scritti egli esorta il lettore a lasciarsi coinvolgere nella misteriosa meraviglia della mente umana. La sua opera più conosciuta, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, deve il titolo ad un incredibile caso clinico. Il protagonista del racconto, il dottor P., era un abile musicista e uomo dotato di una raffinata intelligenza, il quale iniziò a palesare gravi difficoltà visive riguardanti il riconoscimento di visi ed oggetti. Il deficit del nostro non risiedeva in un mancato funzionamento dell’apparato visivo, quanto piuttosto in un esteso intaccamento dei lobi parietali ed occipitali dell’emisfero destro. Il dottor P. era dunque in grado di vedere oggetti e persone, ma fatalmente impossibilitato ad identificarli. Tale forma di agnosia visiva mostrava i suoi più tragici effetti nell’incapacità del dottor P. di rapportarsi persino agli oggetti ed ai visi di più quotidiana familiarità, come quello della moglie. In una passaggio del suo testo, infatti, Sacks ricorda come il protagonista del suo racconto finì addirittura per scambiare la propria consorte per un cappello, senza nemmeno accorgersi delle conseguenze della propria patologia.

 

In un mondo in cui, per dirla con il Saramago di Cecità , siamo tutti diventati ciechi che, pur vedendo, non vedono, il triste caso del dottor P. potrebbe assurgere a modello paradigmatico dell’atteggiamento relazionale dell’uomo moderno. La cura? Si chieda a Lévinas.

 

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