Tra i grandi autori italiani a cavallo tra XIX e XX secolo spicca sicuramente Giovanni Pascoli, principale esponente del decadentismo italiano. Figura particolarmente interessante in quanto è stato in grado di trasferire nella sua arte la sua psiche tormentata, a partire dalla morte del padre con le liriche “Temporale”, “Il lampo” ed “Il tuono”, fino ad arrivare alla parte più ‘patologica’ di sé, visibile ne “il gelsomino notturno”.        

La morte del padre

La prematura scomparsa del padre ha segnato Pascoli nel profondo, tanto che in quasi ogni suo componimento è possibile trovare un richiamo a tale avvenimento. Oltre alla famosa  “X Agosto”, scritta proprio in memoria del padre, le tre liriche che possono essere interpretate come rappresentazione su carta dell’esperienza di Pascoli sono “Temporale”, “Il lampo” ed “Il tuono”; delle tre quella più significativa è “Il tuono”:

Il tuono

E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d’arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s’udì di madre, e il moto di una culla.

Il tuono in questa poesia può essere interpretato proprio come il dolore provato da Pascoli a causa della morte di suo padre, che rimbomba durante la notte nera (la vita di Pascoli) e si protrae per molto tempo, il climax discendente “rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo”,  tacendo infine solo per poi ripresentarsi di nuovo. La poesia termina con il canto di una madre, che cerca di calmare un fanciullo svegliatosi a causa del rumore. Tale verso rappresenta il ‘fanciullino’ pascoliano  presente nel poeta, che si agita al solo pensiero della morte, e che viene tranquillizzato da una figura materna, ovvero la sorella del poeta, che vivrà con lui nella ‘casa nido’ fino alla fine dei suoi giorni.

Impossibile, però, non analizzare brevemente anche “X Agosto” nelle sue parti più importanti:

[…]

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

[…]

Queste quattro strofe sono il punto focale di tutta la poesia: Pascoli esplicita, anche grazie alla metafora della rondine, l’effetto terribile che la morte del padre ha avuto su di lui e sulla sua famiglia, che lo aspetta invano mentre lui, nei suoi ultimi attimi cerca di additare il cielo, quindi il divino. L’ elemento cristologico è particolarmente presente in questo componimento (“Ora è la come in croce”) in quanto la figura del Pascoli cerca nella figura del padre divino una sorta di sostituto del padre umano.

La ‘casa nido’ e il rapporto con le sorelle Ida e Maria

In un primo momento Giovanni e le due sorelle vissero insieme, fino al momento in cui Ida si sposò. Dopo il matrimonio di Ida, Giovanni e Maria si trasferirono a Castelvecchio di Barga dove venne instaurata definitivamente la ‘casa nido’. Per Pascoli il nido è un luogo accogliente, una cellula calda, come a confermare che nel nido si può vivere, mentre all’esterno vi sono solitudine e incomprensione. Il nido difende chi sta dentro, è il tentativo di recuperare l’età d’oro, ovvero dell’infanzia, l’unico tempo davvero sereno della sua vita.

Pascoli e la sorella Maria a Castelvecchio

Con l’inizio della convivenza, tra Pascoli e le sorelle si instaura un rapporto molto particolare: Maria e Ida sono per Giovanni una figura materna, allo stesso tempo però Pascoli si sente in dovere di prendersi cura delle stesse, diventando per loro quasi un padre. Con il passare del tempo questo rapporto si evolve in un’ossessione del poeta per le sorelle, tant’è che Pascoli vive il matrimonio di Ida come un vero e proprio tradimento, che lo porterà ad escludere la sorella dalla propria vita. Nella casa nido si ha un’ulteriore mutamento nella psiche di Pascoli: il rapporto, già problematico, con la sorella si trasforma in un vero e proprio amore incestuoso ed ossessivo tra i due, altro elemento particolarmente dannoso per la mente del poeta.

Il lato voyeuristico di Pascoli

Per concludere questo veloce escursus sulla psiche pascoliana è importante sottolineare come Pascoli fosse represso da un punto di sessuale, repressione che sfociò in una sorta di voyeurismo del poeta, particolarmente evidente nella poesia “Il gelsomino notturno”.

 […]

Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…

[…]

In questa lirica Pascoli osserva una casa dall’esterno durante le ore notturne. Negli ultimi due versi il poeta osserva una luce che sale la scala per poi spegnersi in camera da letto, ciò che accade poi viene taciuto, ma è palese che il poeta stia osservando l’intercorso dalla distanza della sua repressione, rappresentata dall’ape tardiva che non trova nessuna cella libera: Pascoli (l’ape) è troppo vecchio (tardivo) per poter trovare una donna con cui condividere la sua vita (trova le celle già prese).

Per concludere è importante sottolineare come l’elemento incestuoso e quello voyeuristico convergano nel componimento “digitale purpurea”, in cui Pascoli, partendo da un episodio dell’infanzia della sorella mette a confronto Maria e un’altra ragazza: la prima non ha mai annusato l’odore della digitale purpurea, chiaro riferimento sessuale, mentre la seconda, nonostante gli ammonimenti della madre superiora lo ha fatto, perdendo quindi  quell’innocenza che invece ha conservato Maria.

[…]

quel segreto canto
misterioso, con quel fiore, fior di…?»

«morte: sì, cara». «Ed era vero? Tanto
io ci credeva che non mai, Rachele,
sarei passata al triste fiore accanto.

Ché si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria l’aria; un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblìo dolce e crudele.

[…]

-Valto, A.G.