L’angoscia della possibilità: Kierkegaard ci spiega perchè Novecento non è mai sceso dal Virginian

Novecento non è mai sceso dalla nave sulla quale è nato. L’angoscia davanti al mondo lo ha bloccato per sempre

L’attore Tim Roth nei panni di Novecento nel film di Tornatore (lyceum2017.altervista.org)

Søren Kierkegaard, in “Il concetto dell’angoscia“, espone uno dei sentimenti più misteriosi dell’animo, definendone le cause e proponendone una soluzione. Lo scrittore Alessandro Baricco da vita a un personaggio che incarna perfettamente questo sentimento: Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento.

Una vita a bordo di una nave suonando il pianoforte

Avete mai letto la storia di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento? L’ha raccontata Alessandro Baricco, in un libro che è un racconto breve sotto forma di monologo teatrale. Nel 1998 il regista Giuseppe Tornatore ha realizzato la pellicola “La leggenda del pianista sull’oceano”, ispirata a questa storia. Novecento è il più grande pianista che sia mai esistito e la sua musica riesce a incollarti alle pagine, fino all’ultima, tutto d’un fiato. E fidati, la musica la senti, mentre leggi. Novecento è nato su una nave, una delle tante che attraversavano l’Atlantico cariche di gente da portare in America nei primi decenni del secolo scorso. E su quella nave è rimasto tutta la vita. Suonava il pianoforte, Novecento. Lo suonava da dio, come nessuno prima e come nessuno dopo. La sua storia la racconta Tim Tooney, il trombettista che ogni sera suonava con lui nella band che allietava le serate sul piroscafo Virginian, per distrarre i migranti dal fatto di trovarsi in mezzo al gelido oceano. La musica per Novecento era una cosa speciale, gli permetteva di viaggiare, senza mai scendere dalla nave, mai un piede a terra. Novecento suonava e mentre le mani viaggiavano leggere sui tasti del pianoforte, la sua mente viaggiava per il mondo, leggendo le persone a bordo del Virginian. Leggeva le persone, i segni che ciascuno di noi si porta addosso, i rumori, gli odori. E così costruiva la sua personalissima carta geografica del mondo. Una volta aveva pensato di scendere, ma arrivato sulla scaletta si era fermato, aveva lo sguardo fisso davanti a sé. Ma alla fine non scese: ritornò sulla nave e lì rimase fino alla sua morte. Come avvenne? Beh, il piroscafo Virginian ne aveva viste tante. Durante la guerra era diventato un ospedale viaggiante e quando il conflitto finì era piuttosto malandato. Così lo avevano riempito di dinamite per farlo saltare. Tim Tooney, il trombettista, era sceso da tempo. Quando seppe che volevano far saltare il Virginian sapeva che Novecento era ancora a bordo. Lo trovò seduto su una cassa di dinamite e lì Novecento gli confessò la sua storia, le sue paure, come aveva fatto a stare tutta la vita su una maledettissima nave. Tim provò a convincerlo a scendere, ma niente da fare. Il Virginian fu portato al largo e fatto esplodere. L’ultimo viaggio di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento. Il più grande.

L’attore Pruitt Taylor Vince nei panni del trombettista Tim Tooney (pinterest.com)

Il terrore per ciò che non si vede

C’è un momento decisivo nella vita di Novecento. Parla con un uomo che gli racconta di aver sempre vissuto in campagna, lontano da tutto e da tutti. Un giorno però si era trovato a guardare il mare per la prima volta e quella visione aveva acceso un grido nella sua testa: “La vita è immensa!”. Una cosa che quel contadino non aveva mai pensato. E nemmeno Novecento. Così aveva preso una decisione: voleva scendere, vivere da qualche parte, dimenticarsi tutto il mare che aveva visto e poi tornare a guardarlo. Il Virginian arriva a New York e Novecento è pronto, con valigia, cappello e cappotto. Inizia a scendere la scaletta, mentre tutto l’equipaggio lo sta a guardare. Non si gira a salutare, guarda dritto davanti a sé. Poi l’imprevisto. Al terzo gradino si ferma, si toglie il cappello, lo lascia cadere nell’acqua, si volta e rientra nella nave. Perché? Cosa ha visto? Cosa lo ha spaventato? Lo spiega lui stesso, seduto sulla dinamite, in un monologo che è struggente e fantastico. Novecento si era trovato davanti a una città sterminata, di cui non vedeva la fine. Milioni e miliardi di possibilità tra cui scegliere. Scegliere una strada, una donna, una casa, una terra. Quell’enormità lo destabilizza, al solo pensiero si sente andare in mille pezzi. E così non era sceso. Era rimasto sul Virginian, a suonare il pianoforte, dove su 88 tasti poteva diventare infinito.

Un ritratto del filosofo danese Søren Kierkegaard (ft.com)

La vertigine della libertà davanti alle infinite possibilità

Il sentimento che Novecento prova alla vista di New York è quello che Søren Kierkegaard ha definita come angoscia. Un sentimento che per il filosofo danese si scatena quando l’uomo, l’io, si mette in rapporto con il mondo e diventa cosciente della libertà delle possibilità. La possibilità di agire liberamente, in infiniti modi, in un mondo in cui nessuno sa cosa accadrà da un momento all’altro genere una vertigine, un senso di vuoto che è proprio l’angoscia. Le possibilità che abbiamo davanti, che la nostra esistenza ci offre, non hanno quindi una notazione positiva, ma negativa. La possibilità ci mette sotto scacco, ci proietta nel nulla. È un sentimento tipicamente umano, che non può essere provato dagli animali, in quanto questi non hanno un’esistenza, ma vivono solamente. Non solo, ma è un sentimento derivante dall’innocenza: nella condizione dell’innocenza infatti posso sperimentare pace e quiete, ma comprendo che c’è sempre altro oltre a questo. Questo altro è proprio quel nulla che genera l’angoscia. Novecento fugge da questa angoscia riparandosi nella sua unica sicurezza: la musica che sa creare al pianoforte. In definitiva chiudendosi in se stesso tanto da farsi esplodere con la nave. La soluzione proposta da Kierkegaard è la fede religiosa, l’affidarsi a Dio, che tutto può, lasciandosi guidare da lui attraverso l’esistenza.

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