L’Amore come un vizio: Eros e Thanatos in “Morte a Venezia”.

La Venezia del 1900 ospita la storia drammatica di Gustav von Aschenbach, incredibilmente narrata da Thomas Mann, e del suo amore inconsueto per il giovane Tadzio. Quali sono i reali temi del capolavoro manniano e delle sue ispirazioni successive?

Gustav von Aschenbach è uno scrittore cinquantenne, celebre al punto di essere stato nobilitato. La vita di Aschenbach è segnata dalla ricerca della bellezza e della compostezza delle forme, tale da trasformarsi in un’ossessione. Avvertendo il desiderio di viaggiare parte verso Pola, in Istria, ma a seguito di una strana spinta del suo animo si sposta a Venezia. Lì incontra un giovanissimo nobile polacco, tredicenne, del quale ignora persino il nome. Lo chiamerà Tadzio, nome che arriva alle sue orecchie fra i suoni confusi della lingua polacca a lui ignota. Gustav si ammala d’amore, Venezia si ammala di colera. Dall’idea pura che lo lega a quell’efebico Narciso lo scrittore passa ad un dionisiaco desiderio carnale, che mai tuttavia vorrà o potrà attuare. Nel dono di un ultimo sguardo del giovane la morte diventa prepotentemente la protagonista dell’opera, classificandosi come il vero tema e trascinando dietro di sé Gustav. Morto di colera o della fiamma dell’amore, il cinquantenne viene ritrovato esanime sulla spiaggia.

Eros, Thanatos e realtà nell’opera.

In questo racconto lungo, o romanzo breve che dir si voglia, emerge dunque l’antico legarsi dei concetti di Eros, l’amore, e Thanatos, la morte, iniziato dai Greci e ripreso da Freud nel 1920. Generalmente una è pars costruens, l’altra pars destruens. Nell’opera, a tratti resa impervia ed aperta a continui flussi di coscienza, sia l’Amore che la Morte sono parte distruttiva per Gustav, che ne è irrimediabilmente vittima. Secondo alcuni l’attempato scrittore si potrebbe ricollegare alla figura di Gustav Mahler, secondo altri al poeta tedesco August von Platen. Katia Mann, moglie dell’autore, scrive nelle sue Memorie dell’ossessione del marito per un giovinetto polacco (all’epoca dei fatti undicenne) conosciuto in vacanza a Venezia in dinamiche molto simili a quelle descritte dal libro. Władysław Moes, questo il nome del ragazzino, è il fiore della bellezza in mezzo al tetro incedere delle sorelle, vestite “come delle suore”, immagine di austera convenzionalità. Tadzio non è dunque, probabilmente, oggetto di un desiderio puramente carnale o ideale. Il suo fiorire, la sua giovane vitalità che lo rende un fair youth di shakespeariana memoria, è l’immagine della Bellezza che l’artista cerca per potersi nutrire e generare arte. Non a caso il viaggiatore innamorato è uno scrittore, un artista. Gustav non è, forse, innamorato di Tadzio. Sembra più innamorato della Bellezza che ha perso e che in lui rivede. Innamorato al punto di ricercarla presso il salone di un barbiere, che gli tinge i baffi e i capelli e lo trucca invano: la Bellezza sfiorita non ritorna più.

Luchino Visconti e il suo confronto con l’opera.

Nel 1971 esce nelle sale internazionali Morte a Venezia di Luchino Visconti. La trama non si discosta in maniera eccessiva dall’opera, ma vi sono differenze sostanziali da rimarcare. Se nel libro von Aschenbach è uno scrittore nell’opera di Visconti abbiamo un compositore dallo stesso nome, interpretato da Dirk Bogarde. La scelta di questo cambio di mestiere per il protagonista scaturisce principalmente dalla volontà di esplicitare il collegamento sopracitato tra le figure di von Aschenbach e del celebre Mahler. Persino la colonna sonora, costituita perlopiù da brani del repertorio mahleriano, rimanda a questo nesso. Nel film il focus pare spostarsi più verso Eros che verso Thanatos: se in Mann il vero tema è la lenta decadenza del protagonista, in Visconti la lente dell’obiettivo appare puntata sull’amore e sul forte sentimento che arde nel senescente compositore. La tematica omosessuale, molto più marcata, si fece infatti motivo di scandalo. Il filtro della cinepresa sembra ripulire il romanzo da quelle digressioni e da quei pensieri che l’autore non manca di esplicitare. Emerge qui, quasi a sopperire a questa mancanza, la figura di Alfred. Anche questa ispirata ad un personaggio manniano (Adrian Leverkühn del Doctor Faustus), darà origine a discussioni meravigliose, quasi estranianti, sull’arte e sulle profondità dell’anima. Un grande esempio è il dialogo riportato in questo estratto.

Il confronto obiettivo tra questo grande testo della letteratura tedesca e questa opera immensa del cinema italiano, nonostante partano dalla stessa storia, è difficile da fare. La storia e i personaggi sono gli stessi, ma il focus è totalmente differente.

“La Bellezza” di Vecchioni: cosa collega questo brano a Gustav e Tadzio?

Nel 2002 Roberto Vecchioni incide il suo album Il lanciatore di coltelli. Uno dei brani fra i più noti dell’album è La Bellezza (Gustav e Tadzio). Nonostante il sottotitolo, contenuto attentamente fra parentesi, all’interno del brano non ci sono citazioni esplicite. Semplicemente, per comprendere il brano bisogna aver letto Mann. Il testo è una chiarissima narrazione della storia, con il focus stavolta orientato alla Bellezza, pane e musa degli artisti.

“Venezia, inverosimile più di ogni altra città”, ospita il drammatico amore di quest’uomo, che piange la bellezza persa rivedendola negli occhi neri del suo giovane amato. Questo folle amore è sconvolgente, distruttivo, impossibile.

“Se avessi vent’anni ti verrei a cercare,

se ne avessi quaranta, ragazzo, ti potrei comprare,

a cinquanta, come invece ne ho ti sto solo a guardare”

L’ultima strofa, quasi a ricordare gli ultimi minuti della pellicola viscontiana o l’ultimo capitolo di Mann, parte dall’immagine del giovane che si muove verso il mare, leggera ombra danzante che occulta persino lo splendido sfondo. Quasi in un’ultima, finale confessione, il von Aschenbach di Vecchioni esplicita le sue paure:

“Ho paura della fine non ho più voglia di un inizio

ho paura che gli altri pensino a questo amore come a un vizio

ho paura di non vederti più, di averla persa…

Tutta la bellezza che mi fugge via e mi lascia in cambio i segni di una malattia

tutta la bellezza che non ho mai colto,

tutta la bellezza immaginata che c’era sul tuo volto,

tutta la bellezza se ne va in un canto,

questa tua bellezza che è la mia muore dentro un canto.”

La bellezza del giovane, che il cinquantenne ricerca e irrefrenabilmente fra le calli di Venezia, il saffico “Eros che scioglie le membra (…) dolceamara invincibile belva”, lo sconvolge e lo fa appassire fino all’ultimo respiro.

Mille altre storie, ispirazioni e suggestioni hanno seguito la scia di Morte a Venezia, un autentico e controverso, per quanto puro, inno d’amore che ha segnato la storia della penna.

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