Il Superuovo

L’abbigliamento sessualizza e discrimina? Rispondono la ginnasta Sarah Voss e “Orlando” di Virginia Woolf

L’abbigliamento sessualizza e discrimina? Rispondono la ginnasta Sarah Voss e “Orlando” di Virginia Woolf

L’abbigliamento determina le possibilità sociali degli individui? Scopriamolo attraverso il caso di Sarah Voss e “Orlando” di Virginia Woolf.

(style.corriere.it)

Sarah Voss è la ginnasta che ha gareggiato con un body a gamba lunga per contrastare la sessualizzazione nello sport. Già  cento anni fa Virginia Woolf, dietro la voce del/della sua Orlando,  aveva intuito quanto i vestiti fossero limitanti e coercitivi per una donna.

Sarah Voss: basta una tuta per fare una rivoluzione

Perchè a una donna si addice il rosa e a un uomo il blu? Perchè le donne possono portare una gonna e gli uomini solamente i pantaloni? Perchè in una competizione sportiva una ginnasta indossa una tutina succinta e un uomo una tuta lunga e coprente? Sicuramente sono queste le domande che si è posta Sarah Voss prima di esibirsi agli Europei di Basilea di ginnastica artistica. Ma sono interrogativi che si può porre chiunque il mattino, di fronte al proprio armadio, prima di vestirsi per uscire di casa.

Preferendo la tuta lunga, al body sgambato usato normalmente nelle competizioni sportive dalle atlete, la ventunenne e campionessa nazionale tedesca del 2019 ha compiuto una piccola ma importante rivoluzione. Infatti le ginnaste, e le sportive di qualunque disciplina, portano in gara sia la pressione della competizione che l’angoscia di attirare sguardi indiscreti a causa dell’abbigliamento che sono tenute a indossare. L’uso di body essenziali, in unione all’esecuzione di determinati esercizi e movimenti che la ginnastica artistica impone, può causare disagio e vergogna nelle atlete. E allora perché non sdoganare l’uso di tute lunghe altrettanto tecniche ed eleganti? Da ora, la coraggiosa azione di Sarah permetterà alle ginnaste di tutto il mondo di dare prova delle proprie capacità con maggiore sicurezza, senza la preoccupazione di essere viste come oggetti sessuali.

Sarah Voss (ticinonews.gh)

“My dress doesn’t mean yes”

Quella della sessualizzazione della donna nello sport non è di certo una problematica nuova. I timori di Sarah Voss, e chi come lei, sono fondati e non biasimabili. Basti pensare a Simone Biles, quadruplice campionessa olimpica statunitense, che nel 2018 aveva denunciato gli abusi subiti dal dottore della nazionale, Larry Nassar, un uomo talmente ripugnante e senza scrupoli da aver rovinato la vita di più di dieci atlete professioniste.

Essere donna spesso fa paura, ancora di più se scegli di indossare un abito un po’ meno coprente. Quell’abito ti piace, ti fa sentire bella, sexy e sicura di te, eppure ti espone inevitabilmente al giudizio e all’eventualità di udire fischi animaleschi a te rivolti mentre passeggi per le vie. Ma i vestiti che indossiamo non parlano per conto nostro, non sono un’espressione non verbale delle nostre volontà. Eppure per la società è così ed è una costrizione che limita le donne tanto quanto gli uomini. Come alle donne viene richiesto attraverso l’abbigliamento di mantenere integro il mito della femminilità, ugualmente gli uomini non possono sottrarsi a quello della virilità.

(internationalwebpost.org)

Orlando: siamo noi a portare gli abiti o viceversa?

La questione della coercizione che l’abbigliamento ha su di noi, si sposa bene con il romanzo “Orlando” di Virginia Woolf, autrice molto attenta e sensibile alla condizione femminile il cui pensiero avevo già introdotto qui.

“Orlando”, pubblicato nel 1928, è il titolo dell’opera nonché nome del/della protagonista. Non è facile identificare l’identità di Orlando poiché nei primi secoli della sua vita, dal ‘500 al ‘700, rivestirà i panni di un brillante giovane, mentre, dal ‘700 al ‘900, quelli di una dama. Dopotutto non ci interessa assegnare a Orlando l’etichetta di ‘maschio’ o ‘femmina’, perché ciò che conta è la sua fluidità sessuale, il suo sentirsi sempre lo stesso nonostante il cambiamento di sesso. La trasformazione, avvenuta nel ‘700, non è vissuta da Orlando come un fatto sconvolgente, ma con naturalezza e indifferenza.

Sarà invece la questione del vestire a far riflettere e turbare Orlando. Appena divenuto donna si rende presto conto di quanto i vestiti limitino le proprie possibilità sociali: “un uomo può brandire una spada, una donna no perché deve mantenersi il vestito“. Giocherà così sul proprio aspetto androgino, scegliendo abiti maschili per muoversi liberamente di notte e abiti da dama per il giorno. Ciò conferma che “non siamo noi a portare gli abiti, ma sono gli abiti a portare noi”. L’immagine di donna e uomo non sono altro che una costruzione artificiale, uno stereotipo fissato attraverso gli indumenti, i gesti e le abitudini sociali, che si tramanda di generazione in generazione.

Oggi come secoli fa, il nostro modo di vestire determina se siamo uomo o donna e, di conseguenza, il nostro agire nel mondo. Orlando, come Sarah Voss, rappresenta il tentativo di abolire questa triste verità reintroducendo l’uguaglianza e la possibilità di performare la propria identità prescindendo da qualunque canone di costume e aspettativa sociale.

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