Il Superuovo

35 anni dal disastro nucleare di Chernobyl: come la natura ha ripreso i suoi spazi

35 anni dal disastro nucleare di Chernobyl: come la natura ha ripreso i suoi spazi

Era il 26 Aprile del 1986 quando ci fu l’incidente nucleare di Chernobyl, il più grande della storia e i cui effetti sono ancora oggi tangibili.

Ma quanto ha impattato questo disastro nucleare sulla natura e la biodiversità? Vediamo come è cambiato l’ecosistema e come si è adattato alle condizioni estreme nei pressi della centrale.

Quanto è stato grave l’incidente?

La centrale nucleare di Chernobyl si trova in una località a circa 100 km da Kiev, Pryp”jat’ è la municipalità di cui faceva parte, che oggi rappresenta una città fantasma, dove il tempo sembra essersi fermato a quella notte del 26 Aprile. L’incidente sembra sia stato innescato da una serie di errori umani durante un test di sicurezza del reattore, che a causa di una serie di fatalità ha portato alla sua esplosione. Successivamente all’evento esplosivo si alzò una nuvola di materiale radioattivo che si riversò immediatamente nelle zone circostanti. Ci furono numerosi tentativi d’ interventi per arginare le radiazioni, che però raggiunsero livelli tali da uccidere un uomo in meno di cinque giorni.

Come l’incidente ha danneggiato l’ecosistema circostante

Nel 1986 ci sono stati una serie di incendi nelle zone forestali che ricadevano nella porzione contaminata del territorio, che hanno coperto più di 24 chilometri quadrati. Andando avanti con gli anni questi incendi aumentarono e riportando i livelli di cesio-137, isotopo radioattivo emesso dall’esplosione, nel pulviscolo atmosferico. In prossimità della centrale si trovava una pineta, che a causa delle radiazioni ha preso una colorazione rossastra e per questo venne chiamata poi Foresta Rossa. Gli animali vicini alla zona di esplosione, come i cavalli, morirono poco dopo per problemi tiroidei dovuti all’assorbimento di sostanze radioattive. Gli effetti delle radiazioni che sono stati misurati sugli animali nel corso degli anni sono stati: una diminuzione del livello di antiossidanti, aumento di stress ossidativo negli individui, con conseguente aumento della morte cellulare, mutazioni genetiche particolarmente gravi soprattutto per quanto riguarda uccelli migratori come le rondini, che  non solo hanno diffuso questa radioattività, ma hanno mostrato una riduzione del volume del cervello causata dallo stress ossidativo, portando anche danni cognitivi e comportamentali in questi animali.

Le condizioni ambientali e faunistiche 35 anni dopo

Da come descritto in precedenza, immaginiamo le zone circostanti la centrale nucleare deserte e aride, dove nessuna forma di vita sia effettivamente rimasta. In realtà, la natura si è ripresa interamente i suoi spazi, non essendoci più macchine o tracce del passaggio antropico, le radici degli alberi si sono appropriate delle strade deserte, lupi, alci e anche bisonti popolano questi territori ormai ricchi di verde. Anzi, la completa assenza dell’uomo ha portato ad un aumento nelle popolazioni animali, soprattutto quelle del lupo. Ci sono opinioni contrastanti sulla totale resilienza dell’ecosistema, perché indubbiamente gli effetti delle radiazioni a livello della fisiologia animale ci sono stati, e continuano a perdurare, anche se i livelli delle radiazioni si sono abbassati, ma comunque la vita ha vinto e continua a prosperare in quelle zone che si pensava ormai rase al suolo per sempre.

Questo scenario deve farci riflettere, l’uomo prende territori con prepotenza, ma la natura con la sua pazienza aspetta e lentamente si riprende i suoi spazi. L’incidente di Chernobyl ne è un chiaro esempio, e dovrebbe insegnarci a considerare di più la nostra Terra, perché l’estinzione non sarà di certo del pianeta se non lo rispettiamo, ma la nostra.

 

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