La scelta esistenzialista delle infinite possibilità, nucleo centrale del film ‘American Animals’ di Bart Layton

Uno dei migliori heist movie degli ultimi anni per raccontare l’angoscia dell’agire da Kierkegaard a Sartre, passando per la figura del rapinatore

Una locandina alternativa del film. (pinterest.com)

Tremate, tremate, le iene son tornate. E’ quanto devono aver pensato gli spettatori dell’ultima edizione del Sundance Film Festival, la rassegna dedicata al cinema indipendente facente capo all’omonima organizzazione fondata dall’attore Robert Redford – che dal suo personaggio in Butch Kassidy and the Sundance Kid (1969) di George Roy Hill prende il nome. A più di un quarto di secolo di distanza da quel primo lungometraggio di Quentin Tarantino, Reservoir Dogs (1992), che lasciò esterrefatto il pubblico del Sundance e che avrebbe rivoluzionato completamente i canoni del cinema contemporaneo, un nuovo gruppo di ‘iene’ viene chiamato a interpretare il film d’apertura del Festival di Redford. Un heist movie che, pur nella sua consapevolezza d’inserirsi in un genere già fortemente inflazionato da giganti del calibro di Tarantino, riesce ad aggiungere qualcosa di originale, quella freschezza che solo le opere prime – se ben fatte certo – sanno regalare. Anche se poi la pellicola in questione, sia formalmente che qualitativamente non ha proprio l’aspetto di un’opera prima. Non ce l’ha affatto.

Gli uccelli, di Bart Layton

American Animals è un incrocio fra documentario e heist movie che porta la firma del regista inglese Bart Layton, già autore nel 2012 de L’impostore, sua opera prima. Dopo sei anni di assenza dal grande schermo, Layton torna alla carica con lo stesso, inedito pastiche di generi per raccontare l’incredibile storia del furto di alcuni di libri d’epoca conservati nella Biblioteca della prestigiosa Transylvania University di Lexington, Kentucky (USA). Il colpo, organizzato da un gruppo di quattro universitari neanche maggiorenni, aveva come obiettivo principale una raccolta di illustrazioni del naturalista e pittore John James Audubon dal titolo Gli uccelli d’America, del valore di svariati milioni di dollari. Ma la rapina, pianificata per mesi e fissata per il Febbraio 2005, non andò a buon fine, portando i ragazzi ad abbandonare le tavole di Audubon durante la fuga, accaparrandosi soltanto alcune opere minori per un bottino di mezzo milione di dollari, fra cui un’edizione originale de L’origine delle specie di Charles Darwin. Nel tentativo di farle valutare da Christie’s, la più rinomata casa d’aste al mondo, commisero poi alcuni imperdonabili errori da dilettanti – come utilizzare la stessa mail e lo stesso numero di telefono sia per il colpo che per la valutazione – che li condussero all’arresto e a una condanna a sette anni in un carcere federale.

Una tavola tratta da Gli uccelli d’America di John James Audubon. (audubonart.com)

Fra i volti più noti scelti per interpretare i quattro rapinatori troviamo Evan Peters, già interprete di Quicksilver nella saga degli X-Men, e Barry Keoghan, da poco consegnato al grande pubblico da registi del calibro di Cristopher Nolan (Dunkirk) e Yorgos Lanthimos (Il sacrificio del cervo sacro). A fianco di questi vale la pena citare un glaciale cameo del sempre gradito Udo Kier. Ma non è tutto. Ai quattro attori si aggiungono i protagonisti reali della rapina, chiamati a raccontare di persona lo svolgersi degli eventi di fronte a dei primi piani frontali che costituiscono la parte documentaristica della pellicola. Una sezione che non stona affatto né sottrae alcunché al preponderante contorno narrativo del film, un po’ come tentato recentemente, seppur in modo fittizio, dal Climax (2018) di Gaspar Noé. Che insomma non scatena quella noia scaturente, di norma, in coloro che agognando un facile intrattenimento da heist movie si ritrovano davanti un intellettualistico documentario.

Un’altra tavola dal libro di Audubon. (flickr.com)

In ultima analisi, il tutto è riconducibile a tre possibili fattori, nell’elencazione dei quali v’invito a partecipare a una sorta d’indovinello, quasi si trattasse di un test a crocette.

  1. La già citata onnipresenza della finzione narrativa raccontata con gli occhi di Layton lascia, come detto, poco spazio alle tanto vituperabili interviste originali.
  2. La sezione di documentario non è poi così insignificante in termini di occupazione della bobina, ma ciò che la riempie per la restante durata del film è talmente godibile da far passare in sordina le tanto vituperabili interviste originali.
  3. Le tanto vituperabili interviste originali non sono affatto vituperabili. Sia per il fatto di amalgamarsi perfettamente al film nella loro capacità di creare degli intermezzi semi-pedagogici senza però interrompere ritmo e suspance, ma anzi alimentandoli e conferendo a essi un carattere frastagliato in modo tutto particolare. Sia perché la scelta di conferire alle interviste un aspetto cinematografico, con tanto di set, luci e abbigliamento adatti – che si contrappone all’usuale scelta registica di distinguere, soprattutto in termini di qualità d’immagine, la parte narrativa da quella documentaristica per segnalare dove termini l’una e dove cominci l’altra – ne abbellisce oltremodo l’estetica. La quale, aggiungendosi alla capacità dei quattro di assumere tempi e pause di livello attoriale, fa quasi dubitare della veridicità delle interviste.
  4. Tutte le altre opzioni di cui sopra sono vere.

Ora immaginate di sfogliare questo quiz fino alla sezione ‘Risultati’ a esso collegata, e che l’opzione corretta sia la No. 4. A questo punto, prendetevi il tempo che vi serve per capire cosa intendessi dire quando parlavo di un “inedito pastiche di generi […] fra documentario e heist movie”. E quanto l’esito possa risultare apprezzabile.

La mise-en-scène

American Animals non è però solo questo, e trae anzi la propria riuscita da molteplici fattori. A una fotografia che ben pondera sull’uso di luci e colori, si affiancano delle inquadrature che vincono scommettendo sullo sperimentalismo – penso al buon minuto e mezzo di fotogrammi della provincia statunitense capovolta, ripresa da un’auto in corsa. Una sceneggiatura gustosamente ironica che sfrutta invece alcuni originali espedienti per aggiungere un tocco di realismo magico al tutto. Una colonna sonora originale fatta di suoni ambientali e ticchettii che amplifica la già ben gestita suspance, ma che lascia altresì lo spazio a pezzi originali del calibro di Peace Frog de The Doors, I’m alive di Johnny Thunder e Little Less Conversation di Elvis Presley. Canzoni queste, che fuse a un montaggio che le segue pari passo, hanno il sapore della spavalderia di chi, di fronte al ‘vorrei ma non posso’ dei tanti che temono di non essere all’altezza come del brano così del costo eccessivo del copyright, decide d’inserirle in una produzione indipendente, arricchendola notevolmente. Tutti aspetti che nella loro riuscita potrebbero essere semplicemente riassunti in un aggettivo che solo l’anonimato del regista potrebbe portare a considerare esagerato, quando invece, se in locandina ci fosse stato scritto il nome di un regista navigato, nessuno avrebbe avuto il timore di metterlo per iscritto: American Animals è un film bellissimo.

La scena de Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan ripresa in American Animals. (sf.co.ua)

Commovente non tanto per i temi trattati quanto per una mise-en-scène che sfiora la perfezione. Un film che lascia esterrefatti per la sua grazia. E il fatto che Layton debba fare i conti con una già citata pletora di giganti che si sono appassionati al genere dell’heist movie, non toglie nulla alla sua bellezza, ma anzi gli conferisce una marcia in più. Perché la consapevolezza da parte di Layton di non poter girare un primato, si trasforma nel punto di forza di ciò che tanti, nel primissimo Tarantino del Sundance, avevano scambiato per plagio: la citazione. Partendo da un diretto riferimento ai nomi ‘cromatici’ dei protagonisti di Reservoir Dogs – coronato da un apprezzamento alla pellicola da parte di uno dei personaggi – e passando per alcuni fotogrammi di Rapina a mano armata (1956) di Stanley Kubrick che invadono di bianco e nero la fotografia del film, si arriva persino a un remake dell’inconfondibile inquadratura del Joker di Heath Ledger mentre si apprestava a compiere la rapina introduttiva de Il cavaliere oscuro (2008) di Christopher Nolan.

L’angoscia del rapinatore

Commovente non tanto per i temi trattati”. Mai parole suonarono più fintamente false. Giacché se un ottimo apparato tecnico poteva assurgere Layton a ennesimo studentello perfezionista, ultimo dei tanti aspiranti Kubrick che freschi d’accademia credono di poter basare un intero film su qualche capovolgimento di cinepresa e un paio di pezzi Rock immortali che gli rendano gioco facile, il suo American Animals nasconde ben altro, una maturità cinematografica che ben calibra i tempi emotivi del film. E non solo perché i suoi 44 anni gl’impediscono, ahilùi, di passare per l’ennesimo studentello perfezionista. Ma perché già alla sua seconda regìa, Layton dimostra di saper maneggiare abilmente come il profano così il sacro. O meglio: come il comico così il drammatico. Se a divertire è quella prima ora di film carica di ritmo da vendere e tempi comici degni di uno Snatch (2000) di Guy Ritchie, la seconda stupisce e commuove, aggiungendo quello che a molti film di genere manca: una morale. E lo fa senza abbandonarsi a facili condanne – ché sette anni di carcere bastavano e avanzavano – ma comprendendo il senso di un gesto tanto avventato e riuscendo a inculcarlo persino al più bigotto degli spettatori: un errore di gioventù – di questo si tratta – giustamente punito con la pena, espiato col tempo e rimpianto con la maturità. Non c’è spettacolarizzazione, nessuna forzatura per rendere la storia più accattivante – e forse in questo è proprio il documentario che assolve. Ci sono solo quattro ragazzi che hanno intrapreso una strada piuttosto che un’altra non sapendo a cosa questo avrebbe potuto portare. Di questo si tratta.

Il filosofo danese Søren Kierkegaard. (jrbenjamin.com)

E di questo tratta una delle dottrine costitutive del pensiero esistenzialistico nell’opera del suo più vecchio antesignano, Søren Kierkegaard: dell’Uomo come ente aperto a infinite possibilità, a molteplici strade che ogni giorno gli si palesano davanti e fra le quali è costretto costantemente a scegliere senza sapere a cosa questo potrà portarlo, a come modificherà la sua esistenza, per non dire il suo stesso essere. Giacché con l’esistenzialismo si ha un completo ribaltamento della lezione tomistica dell’operari sequitur esse – secondo la quale ogni ente è innanzitutto dotato di un’essenza che gli è propria costitutivamente, e in base alla quale decide poi di agire in un modo piuttosto che in un altro – sostituita dal contraltare dell’esse sequitur operari. A valere sono solo le azioni, le cui conseguenze ci caratterizzano per ciò che siamo e vanno a modellare il nostro essere. Dirà Jean-Paul Sartre nell’imprescindibile conferenza del 1945 L’esistenzialismo è un umanismo, poi pubblicata l’anno seguente: “Che significa […] che l’esistenza precede l’essenza? Significa che l’uomo esiste innanzi tutto […] e che si definisce dopo. L’uomo, secondo la concezione esistenzialistica, non è definibile in quanto all’inizio non è nienteSarà solo in seguitò, e sarà quale si sarà fatto“. Così non c’è modo di sapere che futuro le nostre azioni ci riserveranno se non intraprendendole, se non “scopr[endo] cosa succede dopo“, come invita a fare il personaggio di Evan Peters a quello di Barry Keoghan, in procinto di mollare la rapina.

Il filosofo francese Jean-Paul Sartre. (blog-lavoroesalute.com)

E’ proprio alla figura del rapinatore che bisogna guardare per comprendere uno degli esiti più soffocanti del pensiero eisistenzialistico in generale e kierkegaardiano in particolare: il sentimento d’angoscia. Agli occhi di Kierkegaard, a ogni piccola scelta corrisponde una gigantesca rinuncia: la rinuncia alle infinite altre possibilità che non si sono scelte in virtù di quell’unica che si è deciso di seguire. Così i protagonisti del film, scegliendo la via di una rapina che può – in un senso come nell’altro – cambiargli la vita per sempre, si chiedono costantemente se non stiano rinunciando a tutte le altre infinite occasioni di cui la loro giovane età sarà senz’altro costellata. Si comportano come un gruppo di funamboli soggetti a ogni mutamento del vento, bloccati o spronati nell’agire da coincidenze più o meno insignificanti che di fatto ne determinano le scelte, ne delineano le strade da percorrere. E questo loro dubbio angoscioso serpeggia pressante lungo tutto il film: è palpabile, lo si avverte attraverso lo schermo. Poiché quella del rapinatore, si rivela come la più angosciosa delle scelte esistenzialiste, in quanto capace più di ogni altra di plasmare per sempre, nel bene o nel male, l’essere di colui che se ne assume il peso. La figura del rapinatore diventa così un modello mancato, l’ultimo tassello di quegli pseudonimi tanto cari a Kierkegaard e ora così calzante per comprendere quel sentimento d’angoscia che tutti attanaglia e tutti soffoca. Ma che finisce sempre per logorare alcuni più di tutti gli altri.

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