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La storia della religione è antica tanto quanto, almeno, quella dell’uomo. Anche fra le civiltà più primitive, non progredite, si è trovata traccia di una qualche forma di culto, non c’è mai stato, in nessun luogo e in nessun tempo, un popolo che non fosse in un certo qual modo religioso. La religione, come fenomeno antropologico, è stata uno dei primi sintomi del fatto che l’uomo avesse iniziato a pensare per simboli, che fosse quindi capace di pensiero astratto. In realtà, egli ha cercato prima un modo per relazionarsi a fenomeni empirici incontrollabili e poi un modo per dominarli, elaborando talvolta esseri soprannaturali, antropomorfi e onnipotenti. E’ stato ed è un modo per esorcizzare la continua paura della vita e della morte, attribuendo ad un dio caratteristiche simultaneamente umane e sovrumane, in grado di combinare sicurezza e rassicurazione da ciò che non si conosce, che non si può conoscere e che, di conseguenza, non si può controllare. La religione deriva, quindi, dalla stessa religiosità degli uomini, laddove la religiosità sia credere che tutto abbia avuto origine da un mondo divino, che sostiene la vita di tutti e che dà ad essa un significato. Basti pensare al fatto che il termine religione deriva dalla lingua latina, ma che per quanto riguarda il suo significato dobbiamo far fronte a due diverse ipotesi: re-ligione potrebbe derivare dal verbo re-legere, cioè raccogliere, oppure da re-ligare, che significa letteralmente legare insieme. In entrambi i casi, l’etimologia della parola fa riferimento ad una visione d’insieme, coincidente con il ruolo che la religione ha da sempre rivestito, quello di unificare, controllare, mitigare, talvolta mediante la spontanea dedizione al culto, talvolta mediante il timore e la paura. Ma che cosa sono, alla luce di queste riflessioni, il timore e la paura? Entrambi attanagliano l’uomo contemporaneo, erede di epoche precedenti, sempre sospeso sul baratro dell’ignoto, del terrore, dell’insicurezza. La reazione alla manipolazione psicologica è sempre la stessa, dal principio ad oggi, e oscilla tra il sadismo e l’esorcismo della paura: da un lato, c’è il sottile e inconfessato gusto masochistico di guardare al proibito, correndo il rischio contemplato dell’assuefazione amorale, dall’altro vi è lo sforzo apparente di vaccinarsi dal peccato, ripristinando l’aspirazione alla moralità, ad un certo tipo di moralità. D’altronde, se facciamo un resoconto della storia umana, ci si accorge che la paura è stata una componente spesso decisiva della vita sociale e proprio per questo motivo è il punto cardine dell’ideologia religiosa, in funzione di causa e di motore. Non si fa riferimento, tuttavia, al luogo comune dell’arma dell’inferno brandita dalle fedi come strumento di soggezione umana, arma impropria, sicuramente usata nella storia e spesso per fini nascosti e interessati. La paura è in realtà strutturale alla religione genuina, scardinata da qualsiasi sovrastruttura, funzionale al suo stesso autoporsi. Ma abbiamo parlato sia di paura, che di timore, pertanto è necessario effettuare una distinzione. La paura è, come si è detto, più generalmente una reazione irrazionale che continuiamo a sperimentare nel nostro travagliato presente, che la si riferisca al fenomeno religioso o no, e che ci attanaglia quasi come se fosse un vizio. Il timore è, invece, il rispetto nei confronti dell’epifania divina, è la consapevolezza del limite umano e della grandezza dei misteri che ci avvolgono e ci riguardano. Il timore vince la paura e, per certi versi, ne costituisce lo stadio successivo e fossilizzato. Oggi la religione esprime un significato blando e secondario per le masse del mondo occidentale, non occupa più il posto centrale e pervasivo che ricopriva nell’esistenza degli uomini del passato (fatta eccezione per alcune ristrette frange conservatrici e tradizionaliste dei paesi occidentali e le masse islamiche). Fermandosi a riflettere su questo particolare, si ha l’impressione che il fenomeno religioso costituisca e abbia costituito, in epoche precedenti, primitive e spoglie dalle moderne distrazioni, una valvola di sfogo, un porto sicuro, un capro espiatorio. La religione viene quindi, in definitiva, a costituirsi come una necessità, un bisogno: essa è frutto dell’ideologia umana e questo è così vero che, passando in rassegna tutte le religioni a noi note, riscontriamo differenze nei contenuti, nei popoli, nei tempi e soprattutto nel concetto (oggetto di fede), ma non nel modo di esplicitarlo, che ricorre seguendo delle costanti facilmente rintracciabili.

Karl Marx e Ludwig Feuerbach

Nell’evolversi della storia umana, il filosofo Karl Marx distingue fattori operanti di duplice ordine, strutture e sovrastrutture: le prime sono individuate in rapporti di produzione economica, che determinano (o almeno sostanzialmente condizionano) le seconde, costituite dalla filosofia, dall’etica, dall’arte, dalla letteratura, dal diritto e da altre manifestazioni del pensiero, compresa perfino la scienza. Nell’ambito della cultura, un ruolo fondamentale viene riconosciuto proprio alla religione, che ingloba la funzione culturale più importante, intorno alla quale ruotano le altre: essa convinceva (e continua a convincere) gli uomini dell’esistenza di un mondo ultraterreno, nel quale la giustizia e il bene trionfano, e permette di sopportare le ingiustizie e il male di quello in cui viviamo. La religione, quindi, trasporta in un mondo fittizio di benessere, impedendo, d’altra parte, di agire concretamente in questo mondo. Il concetto marxiano appare più chiaro se esaminato nel suo formarsi: Marx prende le mosse da Ludwig Feuerbach, contro il quale polemizza proprio sul concetto stesso di religione. Per Feuerbach, l’ateismo costituisce una sorta di dovere morale: l’uomo che crede nell’aldilà viene meno ai suoi doveri nell’aldiqua. Fare proselitismo di ateismo, quindi, significa richiamare gli uomini ai propri doveri morali.

religione e paura
Karl Marx (Treviri, 5 maggio 1818 – Londra, 14 marzo 1883)

Tuttavia, Marx rimprovera a Feuerbach l’astrattezza di tale posizione, che va a ridurre il fenomeno religioso ad una sorta di errore comune dell’umanità, una svista immensa durata millenni, una tesi improponibile: condivide pienamente, invece, il discorso che Feuerbach ha sviluppato sull’essenza della religione come alienazione, perdita. Per entrambi è l’uomo che crea Dio e non viceversa. Feuerbach ha però spiegato l’alienazione religiosa senza analizzarne le cause, prendendo le mosse dall’esistenza dell’uomo, dalla coscienza umana. Marx si domanda, a tal proposito, se sia corretto parlare dell’uomo e della sua coscienza: effettivamente, in che misura è possibile influenzare l’uomo e la sua coscienza, costituito, nel suo insieme, da costanti antropologiche immutabili? Marx non sarebbe d’accordo, poiché a suo dire esistono solo epoche storiche e uomini vissuti in epoche storiche differenti, con poco in comune. La coscienza, nella quale Feuerbach ha collocato l’alienazione religiosa, non è un qualcosa che non abbia una storia, è anch’essa un prodotto sociale, non è qualcosa che può pretendere l’autonomia, poiché strettamente legata al suo contesto storico-sociale. Ma se è vero che il cuore pulsante e il motore del fenomeno religioso è la paura, come abbiamo visto, sarà anche più accettabile la teoria proposta da Feurebach, il quale intende l’alienazione come prodotto personale, rivolgendo l’attenzione verso l’uomo più che verso l’uomo sociale.

Bird Box (2018)

E’ interessante volgere lo sguardo a Bird Box (2018), film diretto da Susanne Bier e tratto dall’omonimo romanzo di Josh Malerman, un horror fantascientifico che vede Sandra Bullock, nei panni di Maloire, lottare contro un’invasione aliena. La donna, madre di due bambini, farà di tutto per mettere in salvo i propri figli dalle sinistre creature extraterrestri, che tramite il contatto visivo causano una furia violenta negli esseri umani, mettendoli faccia a faccia con le loro paure più insiste, portandoli alla pazzia. Con gli occhi bendati, la famiglia dovrà imbarcarsi in un viaggio di sopravvivenza per non soccombere alla minaccia, che incombe sulla Terra. Anche qui la paura, anche se non incastonata nel contesto del religioso, fa da motore e il punto chiave del film risiede proprio nella centralità dello sguardo, che è necessario occultare per garantirsi la sopravvivenza. È una rappresentazione della paura per ciò che non si spiega, che non ci si può spiegare o che non ci si riesce a spiegare, e che infatti non viene esplicitato per tutto il film. E’ la trasposizione cinematografica della lotta alla sopravvivenza in un mondo che diventa nocivo per la vita stessa, che preme sulla paura e sulla debolezza umana fino ad una condizione estrema, provocando una regressione per cui l’umanità è costretta a difendersi da se stessa. Viene messa in scena una condizione estrema, post apocalittica, ma estremamente significativa: paradossalmente, il peggior nemico dell’uomo è l’uomo stesso, in tutto il suo corredo estremamente umano di paure, necessità e bisogni. Se è vero e se si assoda che la religione, dunque, sia un prodotto umano, è anche vero che è l’uomo ad aver fatto leva sulle sue stesse paure, strumentalizzandole, poi, come mezzo di controllo di massa. E pur assodando che essa sia nata come necessità di fornire una spiegazione a fenomeni empirici, sempre all’uomo va attribuita la colpa di aver corrotto l’innocenza e l’ingenuità di un fine talmente naturale.

religione e paura
Bird Box (2018)

Valeria Parisi

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