La psicologia nasce all’inizio del ventesimo secolo per mano di leggendari pionieri come Freud e Wundt, e da allora se espansa accostandosi a qualsiasi settore di ricerca, di cura e di promozione possibile. Oggi parleremo proprio di uno di questi settori, forse uno tra i più moderni ed allo stesso tempo tra i più sottovalutati: la psicologia positiva, nota anche oltreoceano come “the Psychology of the Empowerment”. Le caratteristiche di questa disciplina mi permetteranno di portare avanti un discorso parallelo legato ad alcuni stereotipi molto forti che ancora oggi pervadono la psicologia. Partiamo dalle origini, la psicologia del benessere nasce negli anni 70′, grazie agli studi autonomi di Seligman, Kabat-Zinn e Fordyce; tuttavia solo con l’inizio del XXI secolo e essa diventa popolare nella società moderne. Fino ad allora la psicologia era una disciplina orientata alla cura delle malattie mentali, le nevrosi e le deviazioni psicotiche; come la medicina dei popoli antichi, la psicologia entra sul panorama mondiale con l’arroganza non solo di poter diagnosticare le malattie mentali, ma anche di poterle curare con efficienza. I manicomi e la terapia con la camicia di forza sono solo alcune delle tecniche pionieristiche di “cura” del secolo passato, i cui presupposti teorici gettano un’inquietante ombra sulla storia della psicologia.

Probabilmente proprio a causa di queste metodologie radicali, tutt’oggi la seduta terapeutica è vista come un malessere tanto grave da etichettare il paziente come un “matto”. Tra i compiti della psicologia positiva viene anche quello di scardinare questo fastidioso lo stereotipo che tiene le persone lontano dagli studi terapeutici: infatti i clienti che beneficiano di questo tipo di cura non sono effettivamente malati, tuttavia la loro vita può migliorare allontanando lo stress, ricercando la felicità, e migliorando il proprio benessere soggettivo e la propria qualità di vita percepita. Questi due ultimi fungono proprio come unità di misura per valutare quanto una persona sia effettivamente felice della propria vita, e permettono di stimare con precisione il lavoro necessario per portare i valori ad un livello ottimale.

Esiste un termine nel settore che esprime appieno l’obiettivo della disciplina: l’empowerment è una condizione psicologica dove l’individuo riesci a trovare dentro di sé, grazie all’aiuto dello psicologo, le risorse necessarie per potenziarsi (la desinenza -power nella parola inglese si riferisce proprio al potere, alle possibilità) e raggiungere un benessere soggettivo ideale se non ottimale.

La psicologia positiva può essere applicata come percorso assistenziale affiancato alla riabilitazione (psichica o fisica) di un paziente; può essere utilizzata per prevenire un esaurimento nervoso per chi compie un lavoro ad alto rischio di burnout; può anche semplicemente fornire risorse extra ed aiutare chi vive una quotidiana condizione stressante. Potenzialmente chiunque trarrebbe beneficio e alla psicologia positiva perché chiunque, con le giuste risorse, può accrescere il proprio benessere soggettivo. Tuttavia nulla di tutto ciò può essere raggiunto se non mediante una mutua collaborazione tra terapeuta e il paziente: questa caratteristica contraddistingue la psicologia da tutte le altre applicazioni mediche con le quali è stata paragonata per troppo tempo. Infatti un secondo grande stereotipo domina la scena moderna: la patologia mentale è spesso trattata alla stregua di una malattia infettiva, dove il paziente non è più che una vittima impotente di un male curabile solo mediante l’intervento medico. Ancora una volta questa falsa credenza ha origine dai trascorsi storici legati alla cura sperimentale della neonata disciplina: la pratica di terapie tanto misteriose quanto delicate come l’elettroshock o la lobotomia elevavano psicologi e psichiatri a livello di chirurghi esperti i quali solo loro potevano intervenire sul malessere. Fortunatamente queste aberranti pratiche sono state bandite in tutto il mondo, ed oggi si praticano terapie più coinvolgenti che ridistribuiscono la responsabilità ed il successo tra lo psicologo ed il paziente. In questi casi parlare di paziente, è quasi scorretto in quanto la parola riconduce facilmente a un ambiente di cura di un malessere, è più corretto parlare di cliente o di utente. Attraverso questa collaborazione si riesce non solo a superare il problema e raggiungere un benessere soggettivo migliore, ma sì fornisce l’utente di una serie di risorse nuove efficaci per mantenere la qualità della vita ad un livello superiore e nell’eventualità di una ricaduta, anche a rialzarsi.

I presupposti pratici che stanno alla base della psicologia dell’empowerment sono una fonte d’ispirazione per tutta la psicologia moderna, ed il superamento degli stereotipi legati alla psicologia del secolo passato rappresentano la più grande conquista che questa disciplina deve portare al termine.