La posizione italiana sul Venezuela: Maduro-Guaido e le forme del potere

Qual è la posizione italiana riguardo alla situazione in Venezuela? Il caso Maduro-Guaido consente di parlare del potere e delle sue forme.

L’agenzia internazionale stampa estero (AISE) parla di un fatto di estrema importanza, ovvero della posizione italiana riguardo alla faccenda venezuelana Maduro-Guaido. In particolare cita la risposta del sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo all’interrogazione del deputato Andrea Dalmasto Delle Vedove (Fratelli d’Italia) in Commissione degli Affari Esteri alla Camera. Merlo afferma infatti che “La circostanza che il Governo italiano non abbia formalmente riconosciuto Guaido come Presidente ad interim non significa affatto equidistanza fra le parti. Riconosciamo che l’Assemblea nazionale, di cui Guaido è Presidente, è l’unico organo democraticamente legittimo, mentre il secondo mandato di Maduro non lo è”. Merlo prosegue poi affermando che l’Italia segue con impegno attivo la questione e sostiene il dialogo di Oslo, ovvero un tentativo di facilitazione portato avanti dalla Norvegia. Il sottosegretario prosegue poi affermando che “Il Governo italiano condanna fermamente ogni tipo di violenza e repressione, violazione delle libertà fondamentali e dei diritti umani” e che l’Italia “non ha mai riconosciuto la legittimità delle elezioni presidenziali del maggio 2018 in Venezuela”. In effetti non sono mancati interventi italiani, quali aiuti economici, interventi della Croce Rossa e dell’Alto Commissariato per i rifugiati, tuttavia la comunità internazionale dovrebbe agire più compatta e più coalizzata per dimostrarsi forte e credibile. Il rapporto fra Maduro e Guaido introduce un discorso sul potere piuttosto ampio, che però consente di comprenderne le dinamiche.

Il potere

Se si parla di potere non si può prescindere dalla definizione del politologo statunitense Robert Dahl, il quale afferma che il potere è la “capacità di A di far fare qualcosa a B che B non avrebbe fatto senza l’intervento di A”. Quella descritta è una situazione di squilibrio, in quanto uno dei due gode di una posizione in qualche modo privilegiata. A questo punto è lecito chiedersi perché e come l’individuo B obbedisca all’individuo A (dove per A e B si possono intendere sia attori individuali che collettivi). È possibile dunque descrivere due classi fondamentali di situazioni: quella in cui B non mette in dubbio il diritto al comando di A (potere legittimo) e quella in cui B si piega alla volontà di A senza interpretarla in termini di diritto (potere illegittimo).

Il potere legittimo

Per comprendere appieno la questione è possibile considerare il caso limite in cui B compia un comportamento controvoglia poiché costretto da A. Per fare un esempio pratico è possibile immaginare un individuo che, parcheggiando la macchina in divieto di sosta, viene costretto a pagare la multa dal vigile. In questo caso l’individuo, che magari sperava nella clemenza del vigile o nel fatto che quest’ultimo non se ne accorgesse, non mette in discussione l’autorità del vigile in quanto quest’ultimo ha esercitato un potere legittimo. La legittimità di questo potere e la disposizione ad obbedire a questo affondano le radici nella ricostruzione idealtipica di Max Weber, il quale afferma che il fondamento della legittimità può essere di 3 tipi. Il primo è di carattere razionale, ovvero il potere poggia sulla credenza nella legalità di ordinamenti statuiti, di norme legislative o contrattuali. Il secondo fondamento della legittimità è di carattere tradizionale , ovvero si subisce l’autorità dell’ “eterno ieri“, cioè di un costume consacrato risalente a tempi immemori al quale si è portati all’osservanza. Il terzo, infine, è di carattere carismatico e si basa sulle qualità personali del capo.

Il potere illegittimo

Può succedere che chi non è legittimato ad avere potere riesca tuttavia ad esercitarlo, pur non avendone il diritto. È questo il caso esaminato dai sociologi Crozier e Friedberg, i quali affermano che un ruolo importantissimo nelle relazioni di potere è svolto dall’incertezza. Da ciò scaturiscono due modi di definire il potere: l’imprevedibilità del comportamento e lo scambio asimmetrico di risorse. In particolare ha più potere chi riesce a rendere il suo comportamento più imprevedibile di quello dell’altro in un contesto di rapporto squilibrato. Ad esempio se un capo-reparto ordina all’operaio della manutenzione di riparare una macchina, quest’ultimo deve obbedire, ma potrà metterci un’ora o una giornata. Come sempre, anche in questo caso c’è uno scambio di risorse: l’operaio avrà più potere se per il capo la riparazione della macchina è davvero importante, così come il capo avrà più potere se per l’operaio è davvero importante ciò che può ricevere in termini di retribuzione straordinaria od opportunità di carriera. In questo contesto dunque la macchina burocratica weberiana non ha più nessuna autorità e lascia il posto a un quadro instabile dove gli attori negoziano continuamente per ottenere ragioni di scambio migliori. La legittimità del potere dunque non ha più senso di esistere e viene ignorata.

Il potere hard: la violenza

Tenendo sempre a mente il caso limite in cui B compie un’azione controvoglia a causa di A, si può prendere ad esempio la situazione in cui un individuo viene costretto da un rapinatore a cedergli i suoi averi, magari tramite l’uso di un’arma. In questo caso molto probabilmente l’individuo cederà i suoi averi, ma non considererà mai l’atto legittimo. In questo caso Weber attribuisce allo Stato la colpa, in quanto quest’ultimo dovrebbe essere il solo ed unico detentore della forza. In uno Stato debole questo monopolio non è più indiscusso, portando ad un’estensione dell’uso della violenza da parte di attori non legittimi, il che può anche portare ad un aperto scontro e ad una forma organizzata del potere non legittimo (come ad esempio la mafia). La differenza fra l’uso della forza da parte dello Stato e quello di altri attori sta nel fatto che il primo gode della legittimazione burocratica, la quale delega a degli organi ufficiali (come ad esempio le forze dell’ordine) che vengono percepiti come legittimi.

Il potere soft: l’influenza

Esistono infine casi in cui non si può parlare né di legittimità di potere né di disposizione all’obbedienza, in quanto B fa quello che desidera A ma senza accorgersene (magari ignorando la stessa esistenza di A). Ferrante Zan forniscono una definizione di tale fenomeno, ovvero: “Quando l’intrusione di A nella mappe cognitive di B è intenzionale, deliberata, consapevole e dà luogo a comportamenti di B attesi da A, siamo in presenza di un’ulteriore forma di potere: definiamo questo tipo di potere come influenza“. Un esempio di questo potere può essere trovato nella pubblicità (ad esempio associando l’acquisto di un certo tipo di prodotto al successo sessuale o sociale) o nella propaganda politica. In ogni caso, attori od organizzazioni che mirano a raggiungere i loro obiettivi attraverso l’uso dell’influenza necessitano di tecnologie adeguate che mirino alla persuasione (palese od occulta).

Quale forma di potere utilizzare?

A questo punto del discorso è lecito chiedersi quale sia la forma di potere più efficace. In realtà le definizioni fino a qui espresse funzionano solo a livello teorico in quanto, nella realtà, esse si combinano rendendo molto sottili i confini fra loro, se non del tutto inesistenti. Pertanto sarà possibile osservare un capo con piena legittimità di potere cercare comunque di operare un certo tipo d’influenza così come un sottoposto, pur riconoscendo l’autorità legittima del suo superiore, cercherà sempre di negoziare una condizione migliore.

“Il potere è una parola di cui non capiamo il significato” – Lev Tolstoj

Pietro Salciarini

 

 

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