Il Superuovo

La riscrittura dei generi attuata da Tarantino in funzione del suo amore per il cinema

La riscrittura dei generi attuata da Tarantino in funzione del suo amore per il cinema

Quentin Tarantino si è imposto come uno dei maggiori autori del cinema contemporaneo, riuscendo a creare un vero e proprio cinema d’autore impegnato fruibile anche per il grande pubblico.

Nonostante ciò, non sono poche le critiche rivolte a questo Maestro del cinema, spesso accusato di fare film senza contenuti, pieni di violenza e volgarità insensate. Beh, indovinate… non è così.

La riscrittura dei generi cinematografici

Sarebbe inutile parlare della tecnica registica di questo meraviglioso autore: essa è impeccabile, fatto inconfutabile anche dai suoi detrattori. Le principali critiche rivolte al regista non sono infatti relative a un’incompetenza tecnica, quanto a una mancanza di contenuti. Beh, se la pensate così vi invito a leggere l’articolo per ricredervi.

Data l’impossibilità di trattare tutta la sua poetica nel dettaglio, cercherò di dettare delle linee guida volte alla comprensione nel suo lavoro e darvi qualche spunto di riflessione interessante. Tarantino prima di esordire nel cinema lavorava in una videoteca. Un vero appassionato di film, un collezionista. È proprio l’amore per il cinema uno dei temi principali della sua poetica. Cinema inteso come arte, ma anche come luogo, espresso con citazioni di film del passato e a livello contenutistico.

“Gli artisti mediocri copiano, i grandi artisti rubano”

Tarantino è un ladro. I registi mediocri, a corto di idee, copiano scene, espedienti etc. così come sono, il genio ruba mettendoci la sua firma creando qualcosa di nuovo. Le citazioni vanno da singole scene, fino alle citazioni più ludiche e i camei tanto amati da noi cinefili.

Ne “Le iene”, debutto scoppiettante del regista americano, Tarantino riprende il genere del gangster movie e dei film sulle rapine (“Rapina a mano armata” di Kubrick) e lo evolve. Così come nel film di Kubrick vengono mostrati la preparazione e lo svolgimento della rapina (mediante l’uso del narratore onnisciente), in quello di Tarantino viene mostrato il momento successivo alla rapina, con quest’ultima narrata dai vari personaggi del film, ognuno con la propria versione (la verità nel film di Tarantino assume un carattere soggettivo). Aderendo al gangster movie porta una rivoluzione delle caratteristiche sul genere. I criminali tipici del cinema classico, cupi, silenziosi e professionali, ne “Le iene” diventano dei veri e propri cazzoni. Parlano di figa (Like a virgin), ridono e scherzano… sono autentici. È così che il noir si tinge di Black Humor. Quindi nessun suo film aderisce completamente ad un genere cinematografico prefissato. Le sue opere rispecchiano la vita, così com’è. Con le brutture, i difetti e le sue bellezze. Sono film eterogenei. Non si tratta solo di criminali che sparano e dicono parolacce, ma si parla di amicizia, di amore, si ride e si piange. I protagonisti non rispecchiano i canoni tipici del cinema americano dell’eroe senza macchia, ma sono personaggi fallibili, con i loro difetti come è giusto che sia. Spesso muoiono in modo indegno (John Travolta sul cesso in Pulp Fiction). Riesce sempre a rappresentare le proprie idee in maniera grottesca, pieno di ironia.

Tarantino crea mondi di finzione senza risultare artificioso. Nonostante siano surreali e grotteschi mantengono sempre una certa verità dettata dal carattere veritiero dei personaggi. Nessuno dei quali è costruito ad hoc per qualcosa ma ognuno ha una sua costruzione poetica perfetta.

In “Pulp Fiction” (Il pulp è un genere letterario che propone vicende dai contenuti forti, con abbondanza di crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre e che di norma viene apparentato con l’hard boiled, il poliziesco e l’horror) possiamo centrare l’apice della sua filmografia. Qui la mescolanza e la rivisitazione dei generi del passato, arriva a un climax definitivo, anche grazie alla destrutturazione della narrazione filmica. Nei vari episodi del film vedremo due gangster alle prese con eventi assurdi, storie d’amore impossibili risate e morti che si intrecceranno e finiranno per combaciare alla perfezione nel finale.

Così nei primi film, senza mai nominarlo, il cinema resta uno dei temi fondamentali.

Il cinema come rivalsa

Tarantino è un autore e come tale parla di sé, e riesce sempre a manifestare il proprio amore attraverso i suoi film. Partendo dalle più basilari citazioni cinematografiche, che vanno dalla Nouvelle Vague e Jean-Luc Godard, ai film di serie b fino ad arrivare al cinema orientale, da Hong Kong alla Corea e al Giappone.

Grande ammiratore del cinema orientale e di arti marziali (Bruce Lee etc.) realizzerà Kill Bill, ispirandosi anche agli anime giapponesi. Qui, come in Jackie Brown, la protagonista è una donna, super cazzuta, alla ricerca della vendetta. Ma esattamente come tutti gli altri personaggi ha una caratteristica fondamentale che rende il film un vero capolavoro. Non è perfetta, è un personaggio fallibile. Lei uccide, è un killer e fa cose discutibili. Non viene eretta a paladina solo perché è la protagonista. Così come la Pam Grier in Jackie Brown, o gli altri personaggi. Il fatto di essere donna non significa che debba essere perfetta, perché nessuno lo è. Tarantino è politicamente scorretto, e a noi piace così. Il suo amore per questi personaggi femminili smentisce le inutili accuse di sessismo espresse da certi depensanti. Con questi due film ridà potere alle donne che conquistano una rivalsa nei confronti del mondo maschile.

Le fontane di sangue, amate da alcuni e odiate da altri, non sono altro che il suo marchio di fabbrica con cui rende tutto più grottesco, divertente e fruibile. Nessuno potrebbe rimanere disgustato da una cosa tanto surreale, contribuendo a dare un gusto pulp al film. I film di Tarantino sono pieni zeppi di tinte forti, anche a livello cromatico.

Tarantino riscrive anche il genere western. Dopo esser cresciuto con i film italiani, i western di Leone e Corbucci, e gli horror di Bava e Argento, realizzerà “Django Unchained” e “The Hateful Eight”. Due veri e propri inni antirazzismo, a dispetto di chi lo accusa ancora ingiustamente. In Django uno schiavo nero, liberato da un dentista bianco (e tedesco) (che potrebbe rappresentare la visione dello spettatore odierno evoluto), ucciderà centinaia di bianchi schiavisti per cercare di liberare la moglie prigioniera. Meravigliose le citazioni al Django di Corbucci, con il cameo di Franco Nero, e nel finale a “il buono il brutto e il cattivo” fino ad arrivare alla commedia “Lo chiamavano Trinità”. Anche qui i personaggi fanno la differenza, sono veri, in particolare Steven, il nero, amico dello schiavista Calvin Candie, talmente stronzo e ipocrita da risultare addirittura peggiore di alcuni bianchi. Politicamente scorretto.

“The Hateful Eight” invece è ambientato dopo la guerra di secessione, in cui il protagonista, un cacciatore di taglie deve portare la criminale Daisy Domergue alla forca. Insieme al maggiore Marquis Warren, ex maggiore di colore dell’esercito del nord, si ritroveranno bloccati nell’emporio di Minnie a causa della tempesta, con altre sei persone, alcuni dei quali intenti a liberare la criminale, tra i quali un ex sudista (favorevole alla schiavitù).

Nel finale una scena meravigliosa, simbolo inequivocabile di fratellanza. (Spoiler Alert) L’ex sudista e il maggiore Warren, entrambi destinati a morire a causa delle ferite riportate durante lo svolgimento delle vicende per cercare di liberare la criminale, dopo l’intera durata del film passata ad insultarsi, si ritrovano distesi sul letto, abbracciati che ridono insieme mentre impiccano a modo loro la criminale Daisy Domergue. Ecco che nel surreale mondo di violenza e situazioni grottesche che i due, trovando argomenti comuni, dimenticano il colore della propria pelle, si lasciano alle spalle i propri errori e aspettano la loro fine.

Il luogo dove tutto è possibile

Dopo l’omaggio al cinema di serie B con “Grindhouse-a prova di morte” nel 2009 esce al cinema con uno dei suoi capolavori assoluti, apoteosi meta-cinematografica: “Bastardi senza gloria”. Film di guerra ambientato durante la Seconda guerra mondiale in cui un gruppo di ebrei di stanza in Francia si divertono a  fare a pezzi i nazisti. Così Tarantino esprime tutto il suo amore per il cinema e l’odio per i nazisti attraverso una rappresentazione dei gerarchi del terzo reich grottesca e ridicola evidenziandone le falsità e le idee ridicole. Come spesso fa, usa la divisione in capitoli e intreccia varie storie, tra cui una – non proprio corrisposta – Love-story un po’ particolare tra un’ebrea proprietaria di un cinema e un soldato tedesco. (Spoiler alert) Ed è proprio in una sala cinematografica che accade l’inimmaginabile: Tarantino cambia gli eventi storici a suo piacimento. Nell’unico luogo in cui è possibile fare ciò che si vuole, il cinema, uccide Hitler e pone fine alla guerra, concede, come dice Shosanna nel film, “la vendetta ebrea”. Ecco quindi, che ci mostra l’incredibile potere del cinema, cambiare la Storia e creare un mondo senza regole in cui sognare ciò che si vuole.

Lo stesso succederà in “C’era una volta a Hollywood”, ma con una visione più romantica. Qui vi è una vera e propria storia d’amore tra Tarantino e i suoi personaggi protagonisti, per la figura di Sharon Tate e, come dice il titolo, per Hollywood. Seguiamo una giornata dell’attore Rick Dalton e del suo stuntman Cliff e di Sharon Tate nell’anno 1969, anno che cambiò la storia della città degli angeli con l’eccidio di Cielo Drive e il successivo avvento della New Hollywood. L’amore con cui Tarantino guarda ai suoi personaggi e a quel periodo passato lo si può notare dal modo in cui inquadra la città, dagli avvenimenti del film, da ciò che viene mostrato: Bruce Lee, il Texas Ranch, feste dei vip di Hollywood, le auto le luci e la musica. Segue passo passo Sharon Tate, quando con un’estasi incredibile negli occhi che va a vedersi al cinema e ride insieme al pubblico con i piedi sporchi (grande passione del regista) sul sedile. Anche qui tarantino crea il suo mondo, ama troppo la Tate per lasciarla al suo tragico destino e sarà compito dei suoi protagonisti salvarla in un finale a dir poco delirante. Quando poi Rick Dalton dopo aver massacrato in pieno stile tarantiniano la Manson family, incontrerà finalmente Sharon come definitiva dichiarazione d’amore di Tarantino. E’ così che Tarantino crea il suo mondo dei sogni attraverso il cinema, un mondo in cui il tempo si è fermato agli anni 60, al cinema artigianale, agli hippie etc.; il mondo che Quentin viveva e amava da bambino.

“Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell’infanzia”

Francois Truffaut

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