La pioggia di Allen con lo sguardo di Sartre: l’inferno sono gli altri

Mascherato da elogio alla città che non dorme mai, “Un giorno di pioggia a New York” presenta un intenso conto filosofico, pieno di domande esistenziali che rimandano a Sartre. 

Il fascino sottile e struggente di un perfetto giorno di pioggia nella Grande Mela

La perfetta distruzione di un sognante fine settimana romantico è l’occasione per ripensare a tutte le dimensioni dell’umano, dall’incapacità di conoscere davvero le persone che scegliamo di avere a fianco, alla maggiore o minore capacità di accettare i limiti (i propri e quelli degli altri), fino a toccare il continuo e sfinente dialogo con la propria percezione del sè (e quella sociale) e con la propria creatività. Nella frase forse più nota e manipolata dei suoi scritti, Sartre ci vuole far scontrare con le stesse domande, destinate a rimanere mute, stante l’impenetrabilità dell’altro. 

Autumn in New York, why does it seem so inviting?

Il perfetto week end che il giovane protagonista Gatsby (sul cui nome non si spreca una parola ma che rimanda a un cotè letterario chiaro e determimante) progetta per la fidanzata Ashleigh (che, si scoprirà, suona come un altro nome molto simile e questa impercettibile variazione della corretta grafia del nome comprometterà anche l’integrità del personaggio) si presenta sin da subito come un confortevole e delicato rumore di fondo che garantirà l’emergenza del sottotesto. Il fascino di New York complicato\esaltato dall’autunno, dalla stagione del decadimento, dalla fecondità di pioggia di cieli plumbei e nuvole minacciosamente basse è il sofisticato imbellettamento dietro cui si nasconde il vero messaggio, mai predicatorio e mai compiaciuto, di un autore maturo che con noi vuole condividere la sua riflessione sull’umana parabola in questa terra. fuoco, né zolfo, né torture, né infinti e strazianti lamenti: l’inferno che aspetta l’uomo (e che molti incontrano già in terra, dietro le fattezze apparentemente rasserenati della routine) è una banale ripetizione di un quotidiano piatto e patetico, dove il sentimento affoga nel conformismo e le passioni diventano peccati e le virtù non si discernono dai vizi. L’inferno è quel bon ton borghese che annichilisce le differenze ed è il modo geniale con cui J. P. Sartre descrive la condanna alla vita (e alla morte) dell’umano nella pièce “A porte chiuse” (Huis Clos, del tempestoso 1944). Gli altri (o meglio il loro sguardo) sono una costante minaccia di annullarci, perché il nulla è la forza della coscienza dell’uomo che ha facoltà di negare il dato dall’esterno (l’essere per sè delle cose, noi compresi) per ricostruire, in sè, la realtà a piacimento. Questo sguardo, per Sartre mai pacifico, ci abbassa a cose tra le altre cose ed è un dato ineliminabile. L’egoismo ontologico dello sguardo dell’uomo ci porta a dipendere dalle opinioni degli altri e costruire l’intera esistenza sulle aspettative, mai nostre, che la società si aspetta da noi. Non ci sono demoni in questo inferno che scontiamo ogni giorno, perché l’uomo è boia dell’uomo stesso, come dice Inès nel terrificante salotto buon borghese dell’eternità.

La vera Giudecca è la routine anodina della buona borghesia contemporanea

“O sei a New York o non sei da nessuna parte”

Dovrei? O non dovrei? Quello che si chiede a voce altra Ashleigh quando sta per cedere al fascinoso attore di blockbuster a forte carica testosteronica Vega è l’eterno scontro tra quello che la gente si aspetta da noi e le nostre stesse, intime aspettative (calibrate anche -se non del tutto- a partire dalla percezione che gli altri mostrano di noi). Tutto convola verso quella soluzione (finirci a letto), il suo stesso assecondare l’onda che dal set porta al bellissimo loft di downtown non lascia dubbi: infatti lei si presta e lascia che le cose succedano, per poi ritrovarsi con tutta la pioggia (della colpa? Del pregiudizio? Della bella favola borghese dei due piccioncini?) addosso, nuda di vestiti e di senso, letteralmente spogliata, esaurita dallo sguardo degli altri. Anche il breve colpo di scena legato al protagonista è segno tangibile della ineluttabilità di questo annullamento: siamo quello che pensano gli altri e la nostra esistenza esibisce dolorosamente i nostri tentativi per assecondare questa visione, la vita è una proiezione di significato che giunge da un altrove arroccato e impenetrabile, dove lo sguardo esterna imprigiona il singolo e gli rende infernale la propria autocoscienza e la propria sincera, verace profilazione psicologica.

La zona dello scontro tra le nostre coscienze è il quieto inferno che scontiamo in vita

E’ impossibile impedire a se stessi di esistere?

Il giudizio di Gatsby sulla madre è netto e definitivo, in grado di farci comprender le sue scelte e le sue psicosi, ci fidiamo di quella oggettivazione come seguiamo l’eroe nel suo cammino di consolidamento (chi l’avrebbe detto, un bildungsroman ambientato allo Zoo di NY), salvo poi ricredersi, riavvolgere un nastro di pessime valutazioni e capire come l’indipendente logica della mia coscienza è la vera condanna dall’umano. Per assurdo, Allen pare voler confermare Sartre: non esiste uscita all’inferno, ma se per il filosofo francese è l’odio verso l’altro a essere il vagito di svincolo dalla società e dall’affrancamento dello sguardo altrui con la conseguente speranza di un’autonomia assiologica, per Allen l’odio cade proprio quando le due percezioni di noi (in se interiore e per se esteriore) dialogano e si scaricano a vicenda, facendo sgonfiare la tensione e il risentimento (almeno fino alla prossima volta).

 

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