“I Limoni”: la poetica di Montale alla costante ricerca di Simboli e Scorci

 

Eugenio Montale ci fa immergere totalmente in un’ altra dimensione, assegnando un profondissimo significato a qualcosa di apparentemente semplice ed innocuo.

Il poeta genovese, amante del paesaggio arido, brullo e dissecato di quella fascia di terra a picco sul mare, ci ha lasciato poesie stupende che giocano sul piano dell’ irrazionale e al contempo, tramite oggetti poveri e semplici,  tentano un approccio razionale col mondo circostante.

 

 

La dichiarazione di una poetica che punta al disvelamento:

Per catturare l’attenzione del lettore, il poeta decide di rivolgersi direttamente con il “tu”, con l’imperativo che faccia entrare direttamente in sintonia con i versi. Montale si mette esattamente sullo stesso piano di colui che darà voce ai suoi versi, è uno di noi comuni mortali, non più l’ albatro baudeleriano che si distingue e sovrasta la massa. Con questa poesia, il maestro del cosiddetto “Correlativo Oggetivo”, al seguito della scia lasciata da Thomas Elliot, ci presenta ed illustra quella che è, a tutti gli effetti,  una forma specifica di cultura che sta fra il “Romanticismo” ed il ‘900, il Simbolismo. A prevalere, come d’altronde suggerisce il nome stesso, è la sfera dell’ Illuminazione, di un istantaneo disvelamento di un “Varco” che consenta di uscire dalla prigionia esistenziale. Montale prende subito le distanze da quei poeti “coronati di alloro”, celebri esponenti della poesia gloriosa e sublime, che vanno alla costante ricerca di nomi difficili ed altisonanti. Montale predilige quelle strade che sbucano ai “Fossi”, il simbolo di una realtà secca e povera quale è quella ligure. Viene a profilarsi quello che è un viaggio verso il basso, in discesa, nella prima strofa: le vie strette ed anguste che costeggiano le sponde di quei fossi, ci portano agli “orti”, quegli spazi fertili di paesaggio ordinato dove la Natura può essere sfruttata a scopo di nutrimento. Per il fatto che attraverso il lavoro umano l’orto sfugge alla violenza della Natura ( che si profila per tutta la raccolta degli “Ossi”) , esso diventa il simbolo ” tra gli alberi dei Limoni”.  In queste zolle di terreno, contrassegnato da spaccature provocate dal sole, anche “Noi poveri” ( noi comuni esseri umani ) possiamo godere di un momento di pura e suggestiva felicità, possiamo illuderci del fatto che potrebbe verificarsi un’ “Epifania” che ci ponga nel mezzo di una verità, che le cose e gli oggetti intorno a noi, sempre carichi di quel significato profondo che celano, possano svelare il loro segreto e quindi aprire uno squarcio in quel “punto morto del mondo”. La poesia di Montale gioca sempre sul piano del razionale contro quello dell’irrazionale, sulla possibilità di spezzare quel ferreo determinismo delle leggi che regolano la natura per poi attingere ad un significato ulteriore rispetto alla pura e semplice apparenza delle cose. Il “divino” fa sentire costantemente la sua presenza ed il “suo svelarsi ma non troppo” fa sì che la nostra immaginazione venga alimentata di continuo. Negli spazi dedicati a noi comuni mortali, in cui la nostra “mente indaga” stabilendo dei veri e propri legami e delle distinzioni fra gli aspetti della realtà, dietro lo stimolo del profumo dei limoni che si diffonde per l’aria tutto intorno, molto spesso “l’ illusione” viene meno, svanisce nel nulla indistinto… E ritorna in maniera brutale quella realtà monotona che siamo costretti a vedere tutti i giorni: il cielo azzurro che si vede solamente a sprazzi tra il tetto di una casa ed un altra; il rumore quasi assordante che risuona per la città in cui il tempo non fa che scorrere inesorabile; il tedioso inverno che fiacca l’atmosfera tutt’ intorno, rende incolore la luce, e spruzza dell’amaro su tutti i contorni della nostra anima. Il poeta in cuor suo sa che “un giorno” si ritroverà in quelle circostanze ed in quei luoghi che sembrano poter svelare il segreto ultimo della prigione entro la quale viviamo, e sempre fra gli alberi di un cortile, “da un malchiuso portone”, segno ancora di uno scorcio, di un qualcosa che si rivela ma non troppo, tornerà a mostrarsi il colore giallo dei limoni, che si carica di un significato entro al quale possiamo vedere il colore oro del sole estivo, uno slancio di felice vitalità per l’animo, che sovrasti la tristezza invernale. Se la rivelazione metafisica resta impossibile e preclusa, rimane almeno la consolazione di un momento di gioia vitale, proprio a livello psicologico personale. Se si riesce a percepire lo straniamento di un semplice limone, in un paesaggio arido e grigio perlopiù, è possibile ricercare un senso profondo di verità.

 

 


La nuova poetica che vede negli oggetti qualcosa che va oltre il confine:

Stando alle parole dello scrittore francese Gustave Kahn, il Simbolismo ha come scopo principale quello di “oggettivizzare il soggettivo piuttosto che soggettivizzare l’oggettivo”. La sua fondazione si deve ad un altro scrittore francese, Jean Morèas, il quale decise di scrivere il “Manifesto del Simbolismo”, il 18 seteembre del 1886. In quegli anni emerse con una certa amarezza il disagio profondo dei poeti, sempre più emarginati dalla società sempre più attratta dal progresso, dalla scienza. Questo relegamento portò i poeti a voler vivere e provare estreme esperienze, spesso pericolose e provocatorie ( come abuso di alcol e droghe ), con lo scopo di celebrare l’ arte come valoreunico ed assoluto. Possiamo dire con assoluta certezza che il più grande promotore di questo particolare movimento è stato Charles Baudelaire, che con la sua celebre raccolta “I Fiori del Male”, ci presenta la figura dei cosidetti “poeti maledetti”, protagonisti di vite così sregolate da essersi completamente opposti al conformismo borghese. Sulla scia di Baudelaire si sono imposti poeti del calibro di Rimbaud, Verlaine, Mallarmè e Valery ( autore del “Cimitero Marino”, motivo di profonda ispirazione per il “Mediterraneo” di Montale)… L’ intuizione, la grande intuizione innovativa apportata da questa corrente, destinata a perdurare nel resto dei secoli, è stata quella di provare a trovare e a segnalare quella realtà misteriosa e profonda che si cela dietro la realtà apparente delle cose. E la scienza non può essere in grado di farlo, in quanto troppo cinica e razionale, incapace di indagare nelle profondità umane, di sondare la voglia di ignoto ed infinito insita dentro ad ognuno di noi, di far emergere il nostro inconscio. Per portare alla luce del sole i legami, le corrispondenze, le affinità innumerevoli che esistono fra le cose, è stato necessario trasformare il linguaggio da Logico ad Analogico, perchè la parola mette in gioco una sua particolare e misteriosa virtù grazie alla quale è possibile evocare quella realtà remota insita dentro le cose. La realtà, dunque, viene indagata tramite l’ Intuito, non più attraverso logica e ragione, il quale viene chiamato ad esprimersi attraverso il suo mezzo più consono, ovvero la Poesia.  Quest’ultima, basandoci su ciò che è stato detto, assume il valore di “via privilegiata per la conoscenza”, poichè scopre ed intusice intuisce gli arcani che si insinuano tra l’ apparenza delle cose e i loro significati più reconditi. Ed è anche la metrica stessa a trovarsi mutata,  allontanandosi sempre più da quella rigidità romantica e sposando il “verso libero”, il quale crea un ritmo tale da richiamare il fluire delle emozioni e delle sensazioni che scorrono dentro di noi.

Gli oggetti come veri e propri protagonisti di una raccolta:

“Ossi di Seppia” è la primissima raccolta, redatta nel 1925 per le edizioni di Piero Gobetti, ad aver portato Montale nell’ Olimpo della nostra millenaria letteratura. Già il titolo, quei reidui calcarei di molluschi che il mare deposita a riva, allude a quella condizione vitale impoverita, ridotta all’aridità minerale, quasi inconsistente. Viene sottolineata, per tutta la durata della raccolta, quella necessità mista a volontà di descrivere le realtà minime, marginali, detriti che la vita lascia dietro di sè, puntando ad una dizione secca e spoglia e dunque priva dell’ ornamentazione tipica della lirica tradizionale. Quella degli “Ossi” è una vera e propria “poetica degli oggetti”, in quanto questi ultimi vengono citati come equivalenti di concetti astratti o addirittura della condizione interiore del soggetto. Il celeberrimo “male di vivere” Montale lo incontrerà fisicamente, rappresentato da un rivo, da un cavallo, da una foglia, non viene presentata in forma direttamente concettuale o esplicativa. Questi oggetti, queste presenze, queste cose della vita, resteranno sempre lì ad incarnare le complesse vicende del destino umano. Montale sposa e si trova su quella strada percorsa dal Simbolismo, ma con qualche eccezione: sel’ analogia simbolista giocava sul piano dell’ irrazionale, la poetica degli oggetti montaliana tende ad approcciarsi al mondo circostante tramite un rapporto razionale, fondendo in un legame unico poesia e pensiero. E’ straordinario come Montale sia riuscito a trovare una correlazione così intensa e così irresistibile tra gli oggetti. “La maglia rotta nella rete”, “l’ anello che non tiene” simboleggiano quel “varco” tanto atteso e sperato che ci slanci fuori da questa prigione esistenziale che ci attanaglia; “la muraglia”, “lo scalcinato muro” richiamano quella estrema difficoltà ad andare oltre le cose, a valicare quel grande mistero che potrebbe porci nel mezzo di una pienezza vitale e condurci ad una verità ultima e certa; “la statua nella sonnolenza del meriggio” viene ad essere quella “divina Indifferenza”, tramite la quale per l’ uomo è possibile trovare una forma di salvezza dal perpetuo chiedersi e domandarsi… La realtà non è solamente quella che si vede, ma anche ciò che germina dentro di noi, ciò che si percepisce e non si vede.

Eugenio Montale, con la sua poetica, i suoi versi, è riuscito a scavare nelle profondità di noi lettori, facendoci per lo meno sentire quell’ alone di mistero che volteggia intorno alla nostra anima, a dirci di non aver paura di guardare ciò che ci circonda con uno sguardo più attento ed accurato, a farci vedere la vita come è ma anche come potrebbe essere se in essa proiettiamo i nostri sentimenti più ancorati al nostro animo. Forse anche noi un giorno, “da un malchiuso portone”, riusciremo a vedere quel varco che ci slanci fuori da questa tediosa monotonia.

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