“Fugerit invida aetas”: l’inesorabile fluire del tempo da Orazio ai Bon Jovi

L’uomo, così come ogni altro essere che si trova al disotto di quella che Aristotele chiamava sfera sublunare, è soggetto a quell’astratto e fumoso concetto a cui diamo il nome di “tempo”.


Il concetto di tempo e il come quest’ultimo influisca sulla vita e sui comportamenti umani è stato da sempre al centro delle attenzioni dei maggiori filosofi, letterati e scienziati di ogni epoca, che hanno prodotto le riflessioni e le teorie più disparate. È davvero abbastanza il tempo che abbiamo a disposizione?

La concezione ciclica del tempo nel mondo greco

Mai come in questo caso il modo più efficace per introdurre l’analisi su questa tematica consiste nel ricorrere all’etimologia del termine: tempo si ricollega al verbo greco τέμνω (tèmno) che significa “tagliare”, “dividere”, il che rende molto bene l’idea di arco temporale come serie di eventi, fatti, istanti separati tra di loro. Ma come lo concepivano i Greci il tempo? E soprattutto, avevano la stessa visione concreta che è alla base delle moderne interpretazioni del tempo che pura sequenza? Non del tutto. Nel mondo greco, infatti, vi erano due diversi modi per definire il tempo, che si esprimevano tramite due termini semanticamente molto diversi: χρόνος (chrònos), usato per indicare la natura quantitativa, cioè l’effettivo scorrere dei minuti, delle ore, dei giorni, ma anche uno un po’ più astratto e affascinante καιρός (chairòs), che si utilizzava per marcarne la natura qualitativa, soggettiva, indeterminata. Se il primo guarda dunque alla ripetitività e alla ciclicità degli eventi senza lasciare alcuno spazio all’indefinito, il secondo si esplica pienamente nel momento, in quell’istante propizio da cogliere nella sua istantaneità e che i Greci sostenevano potesse aprire la porta della propria interiorità. Concentriamoci un attimo sul χρόνος (chrònos). Quest’ultimo, dal momento che consiste nella semplice successione temporale, permette di distinguere tre grandi quanto ben poco concrete fasce temporali che siamo soliti definire passato, presente e futuro. Bastino poche considerazioni per dimostrare l’aleatorietà di questi tre termini. Se ci riferiamo al presente, ad esempio, esso non può essere colto in nessuna maniera dato che nel preciso istante in cui sto scrivendo queste parole esso è già volato via diventando così passato. Il concetto diventa ancor più chiaro se pensiamo al futuro, un qualcosa che non può essere colto in nessun modo dato che la sua semantica è strettamente legato a quella di “passato”: sin dalla sua etimologia latina, infatti, il termine futurum è il participio futuro del verbo essere, che i latini utilizzavano non per marcare un tempo in senso stretto, bensì una modalità, cioè la volontà nel presente da parte di un individuo di compiere una determinata azione; futuro si delinea in tal mondo come indicazione di una volontà, non di uno spazio temporale (i latinisti sapranno, a sostegno di tale affermazione, che il participio futuro in latino non è altro che la forma presente della perifrastica attiva la quale, lungi da individuare una temporalità, era utilizzata per marcare un’intenzione, una volontà da parte del soggetto). Accanto a questa visione di tempo lineare, poi, i Greci ne affiancavano un’altra ben più particolare: quella del tempo ciclico. In quest’ottica, il futuro tende ancor di più a perdere i suoi connotati perché resta intrappolato in quella concezione che è passata alla storia col nome di “eterno ritorno dell’uguale”, che è stata poi ripresa secoli e secoli dopo dal filosofo Nietzsche: tutto muta e si rinnova secondo una legge razionale che porta gli eventi a ripetersi costantemente, una ciclicità che prevede l’infinito ripresentarsi di situazioni nel complesso analoghe. Nel Timeo di Platone, ad esempio, il tempo è visto come “l’immagine mobile dell’eternità”: il continuo ripresentarsi delle stagioni in un ciclo costante destinato a durare per sempre è spiegata dal filosofo come parte di un disegno più grande che prevede una ciclicità e immutabilità propria dell’essere eterno.

Cogliere il “καιρός”: Orazio ci invita a sfruttare a pieno il tempo

Come spero sia emerso dal primo paragrafo, parlare di tempo e cercare di concretizzarlo in una definizione univoca appare fuorviante perché non ci permette di coglierne appieno la sua essenza. Più che usare la parola “tempo”, sarebbe forse meglio parlare di istanti, di attimi inestricabilmente uniti gli uni agli altri che compongono quel grande puzzle chiamato vita. E allora forse la parola χαιρός appare più che mai preziosa perché riesce ad arricchire un arido concetto come quello di istante temporale tramite una visione etica-morale, cioè la necessità di cercare in quell’istante l’occasione propizia da cogliere prima che l’istante sia volato via. Il momento da cogliere…. in tanti riconosceranno in queste parole la celebre Ode XI di Orazio, incentrata su un invito compiuto dal poeta latino a tutti gli uomini e nel quale si possono scorgere molti aspetti già toccati precedentemente. Negli otto asclepiadei maggiori che compongono l’ode, infatti, Orazio esorta l’uomo a non cercare di sapere quanti altri giorni di vita gli dei gli abbiano riservato, ma di accettare pienamente qualsiasi sia il destino che gli toccherà in sorte. La saggezza, al contrario, consiste nel “filtrare il vino” e nel limitare le speranze a lungo termine che gli uomini spesso si prefiggono a tempi molto più brevi. L’ode si chiude poi con i due versi più celebri dell’intera storia poetica latina:

Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam            minimum credula postero.

Mentre parliamo sarà fuggito inesorabile il tempo: cogli il giorno confidando il meno possibile in quello successivo.

 

L’uso dei sostantivi e dei tempi verbali è qui davvero straordinario: l’opposizione maggiore che crea qui Orazio è quella tra l’ “aetas” ed il “diem”: mentre il primo termine indica il tempo nel suo complesso che non si lascia mai afferrare da noi data la possibilità dell’uomo di interagire solo con gli istanti, il secondo, lungi dal rappresentare “l’attimo”, come il termine è spesso erroneamente tradotto, indica la giornata, che è ancora uno spazio temporale troppo lungo per poter essere colto dall’essere umano. È per questo che ad esso Orazio associa il verbo “carpo”, che non indica la possibilità dell’uomo di cogliere quel “diem”, ma il suo tentativo costante, l’azione insistita e lo sforzo che compie nel cercare di afferrarlo e la possibilità di coglierne solo una parte. Solo così possiamo capire al meglio l’invito oraziano: l’uomo deve sforzarsi, deve provare a strappare dalla giornata il più possibile, ma questo lo deve fare in ogni istante, perché nell’istante successivo quello precedente se ne sarà già andato.

”It’s now or never, I ain’t gonna live forever”: Bon Jovi e la caducità della vita umana

Correva il lontano maggio del 2000 e la band statunitense Bon Jovi pubblicava “It’s my life”, il primo singolo tratto dal loro settimo album in studio, “Crush”. La canzone riscosse subito un successo incredibile soprattuto in Europa giungendo al primo posto delle classifiche di moltissimi Paesi. È proprio il tema dello scorrere del tempo il fulcro della canzone che, con una forza a dir poco esorbitante preannunciata già dai due colpi di batteria sovrapposti a due accordi di chitarra subito seguiti da cinque note di tastiera dell’intro, sprona l’ascoltatore a non essere un semplice volto indefinito all’interno di una vaga folla, ma ad emergere e a risalire la china anche quando la vita sembra sferzargli i colpi più duri possibili perché nonostante tutto, come diceva anche Seneca, nella vita c’è tempo per ogni cosa: per l’impegno, per lo studio, per lo svago, per l’amore, basta non lasciarsi cullare dall’apparente bellezza del fluire del tempo che ci porta ad incanutire prima che ce ne possiamo rendere conto con un conseguente rimpianto al quale non sarà più possibile porre alcun rimedio. La nostra vita è quella che stiamo vivendo ora, non quella che vivremo domani, e soprattutto non ne avremo un’altra in cui potremo rimediare al tempo perso in quella precedente. La fine di tutto un giorno verrà per tutti, ma perché guardare ad essa con paura? Perché piuttosto non provare ad essere spronati dall’idea di una fine per poter vivere nel miglior modo possibile l’istante di cui stiamo godendo ora? Sarebbe bello se ci fosse effettivamente un eterno ritorno dell’uguale come pensavano gli antichi Greci… ed effettivamente non possiamo nemmeno escludere che esso esista perché il buon Kant ci insegna che l’idea della morte, connessa a ciò che verrà dopo di essa, è un qualcosa di completamente inconoscibile all’uomo. Tuttavia di certezze non ne abbiamo, e allora non possiamo fare altro che vivere il giorno nel modo migliore possibile, ricordandoci di ciò che il professor Keating consiglia ai suoi alunni nel film “L’attimo fuggente”: “Cogli la rosa quando è il momento, perché il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà”.

 

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