Il Superuovo

La nascita dell’America capitalista rappresentata ne “Il petroliere” di Paul Thomas Anderson

La nascita dell’America capitalista rappresentata ne “Il petroliere” di Paul Thomas Anderson

Attraverso la parabola di un uomo, Paul Thomas Anderson ci mostra l’altra faccia della nascita del capitalismo americano.

il regista Californiano prosegue il discorso iniziato da Kubrick con “2001 Odissea nello spazio” sulla natura umana, riprendendone lo stile e le tematiche.

L’alba dell’America moderna

“Il petroliere” (There will be blood) è un film del 2007 scritto e diretto da Paul Thomas Anderson ispirandosi al romanzo “Oil!” di Upton Sinclair. Tratta la storia di Daniel Plainview (uno strepitoso Daniel Day-Lewis), un cercatore di petrolio agli inizi del 1900. La sua fame di ricchezza si scontrerà con il fanatismo religioso di Eli, un prete di una piccola comunità formatasi durante le trivellazioni degli stabilimenti del petrolio. Daniel ha un figlio, adottato da un suo collega morto. I primi 15 minuti del film sono privi di parole. Si sentono solo i rumori del lavoro svolto dai cercatori di petrolio e la musica estraniante di Jonny Greenwood. Come Kubrick dona “all’alba dell’uomo” in “2001 Odissea nello spazio” uno scenario desolato e silenzioso, lo stesso fa Anderson con il suo Daniel. L’alba di un uomo all’inizio dell’epoca capitalista, della modernità e della civiltà. Gli scenari naturali desolati fanno da sfondo alla ricerca del successo dell’uomo dei primi del ‘900. Solo i più determinati riescono, e Daniel lo è. L’inizio del film è da manuale del cinema. Da lui che esce dal pozzo con una gamba rotta e riesce a salvarsi nel silenzio delle lande desolate americane di inizio secolo, fino al momento in cui finalmente trova il petrolio e alza la mano sporca al cielo, inaugurando una nuova epoca per l’essere umano.

L’animo violento dell’uomo

Ma, come ci ha già insegnato lo stesso Kubrik, ammiratissimo da Anderson, l’uomo nella sua conquista è intrinsecamente violento egoista e sopraffattore. Anche quando gli si presenta l’opportunità di dividere la sua ricchezza e di aiutare il prossimo, Daniel rifiuta. Vuole tutto per sé.

“Io sento la competizione in me, io non voglio che gli altri riescano!”

Così la sua iniziale collaborazione con Eli sfocerà in una atroce lotta tra i due, a colpi di vendetta. Anche il predicatore esaltato, falso profeta, sfrutterà la fede dei seguaci della sua chiesa per raggiungere i suoi scopi. In questo film non ci sono buoni né innocenti, ad eccezione del figlio di Daniel, H.W. che è una vittima del sistema spietato nel quale si ritrova. Un bambino che dovrebbe giocare e vivere la propria infanzia in mezzo ad altri bambini, viene inglobato nel mondo del lavoro e privato dell’infanzia.

Daniel nonostante tutto non è cattivo, è solo umano. Prende con sé il bambino rimasto orfano, gli vuole bene, protegge una bambina amica del figlio e rimane un uomo con dei principi. Anche le sue cattive azioni possono essere giustificate, spesso se ne pente, come nel caso dell’abbandono del figlio malato per poi riconquistarlo. Perde la fede in tutto e in tutti. Tra chi tenta di approfittarsi di lui e l’incidente del figlio lo porteranno a perdere la fiducia nelle persone e in Dio. Attaccherà il falso predicatore Eli, accusandolo di essere un falso profeta, non avendo salvato il figlio con la fede e infine lo schernirà umiliandolo. L’unica cosa che gli rimane è l’amore per il figlio che ha amato e cresciuto, con cui ha giocato, la sua avidità lo porterà ad allontanarsi ancora da lui nonostante il bene che gli vuole.

L’altra faccia dell’America

La fame di Daniel che diventa competizione lo porta a una misantropia, odia gli altri. Diventa violento e spietato, non guarda in faccia a nessuno. Ma ha grande rispetto di sé, rifiuterà i contratti delle compagnie di distribuzione per amore del suo lavoro. Lui è un uomo che si è fatto da sé, sporcandosi le mani arrivando a rinunciare a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo.

 “Io guardo le persone e non ci trovo niente di attraente. Io vedo il peggio delle persone. voglio guadagnare così tanto da stare lontano da tutti”

Così alla fine Daniel si ritrova solo, abbandonato da tutti, nella sua enorme dimora costruita con il suo sangue (e anche quello degli altri), vecchio e mezzo rotto. Ed ecco che si ritorna a Kubrick e alla sua “Alba dell’uomo” che si trasforma nella caduta dell’uomo e dei suoi valori, con un incredibile sfogo di violenza, Daniel che replica la scimmia con l’osso. L’uomo nasce violento e finisce violento, perché è nella sua indole. Perché la violenza nel nostro mondo è un modo per ottenere ciò che si vuole. È così che nasce l’America, sul sangue dei più deboli (gli indiani per primi) per conquistare il primato dell’uomo sull’uomo.

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