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La mostruosità di Lovecraft e i Bestiari medievali: l’universo si nasconde dietro la natura

La mostruosità di Lovecraft e i Bestiari medievali: l’universo si nasconde dietro la natura

Lo studio della realtà e della mostruosità come immagini del metafisico unisce Lovecraft ai medievali.

Lovecraft si è imposto nel panorama della letteratura internazionale per il suo impeto visionario e orrorifico. I suoi racconti e romanzi  sono un tripudio di elementi oltre l’immaginario umano. Dietro di essi, si nasconde uno sguardo inquietante sulla realtà.

UN IMMAGINARIO MOSTRUOSO PER  CONOSCERE L’UNIVERSO: LA METAFISICA DI LOVECRAFT

Chiunque abbia letto qualche racconto di Lovecraft o abbia visto un film basato su di essi, non può dimenticarlo. Le creature e le atmosfere partorite dallo scrittore statunitense non affondano nel folklore e nelle leggende popolari. Non ci sono streghe, vampiri, lupi mannari.

I mostri lovecraftiani non hanno una forma definita, né terrena. Sono creature approssimate, fuori da ogni logica.

Nel suo romanzo breve, Le montagne della follia, si racconta di uno sfortunata spedizione in Antartide. Durante ricerche scientifiche sui residui fossili nel continente ghiacciato, l’équipe si trova faccia a faccia con creature inimmaginabili.

Nel corso di una lunghissima descrizione onirica e surreale, si apprende che, sepolta tra i ghiacci dell’Antartide, nascosta da una cinta di invalicabili montagne, vive un’antichissima civiltà aliena. Progrediti milioni di anni prima dei dinosauri, questi mostruosi individui multiforme risultano essere i primi abitanti della Terra e parzialmente fautori della vita terrestre. Convinti di essere soli, i due esploratori rimasti vivi si avventurano per la metropoli sepolta, fino a trovarsi al cospetto dell’orrore. Un orrore talmente oltre la comprensione umana da risultare ineffabile. Uno dei due, Danforth, perde la ragione. Per tutta la vita, continuerà ad avere visioni di un mondo alieno e misterioso. Un mondo pronto a divorare il nostro.

Leggendo Lovecraft, si percepisce come tutto il suo immaginario mostruoso non sia altro che una profonda speculazione metafisica. Una ricerca filosofica che punta a dare una risposta alle grandi domande della vita.

In effetti è un’esperienza simile a quanto vivevano i primi scienziati medievali, il cui studio di creature fantastiche e animali sconosciuti si accompagnava all’esigenza di scoprire il senso dell’universo.

CLASSIFICARE LA NATURA PER CONOSCERE DIO: I BESTIARI

A dispetto di quanto ancora alcuni credano, il Medioevo è stato uno dei periodi più prolifici e speculativi della storia umana. Non c’è  ambito della conoscenza che non sia stato indagato, approfondito, scandagliato. Quello che forse è più carico di fascino è lo studio della natura, in particolare degli animali.

A partire dalla Tarda Antichità, infatti, cominciarono a proliferare in Europa numerosi Bestiari, enciclopedie del mondo animale. Dalla Grecia all’Islanda, dalla Russia all’Italia, le biblioteche dei monasteri e delle università si riempiono di giganteschi volumi illustrati in cui alla descrizione degli animali si accompagnava il resoconto sul loro significato simbolico. Il cui, come è facile immaginare, affonda le radici nella concezione cristiana.

In effetti, tutta la ricerca medievale prende l’avvio  dalla famosa citazione di San Paolo, secondo cui:

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia.

Così, gli scienziati e gli uomini del Medioevo leggevano la mano di Dio in filigrana dietro ogni elemento della storia e della natura. Non facevano eccezione gli animali. I Bestiari sono ricchissimi di affascinanti, per quanto assurdi, richiami alle Scritture. Riportiamo alcuni esempi particolarmente divertenti.

Lo scorpione, per esempio, è considerato simbolo del demonio e delle sue tentazioni. Infatti, uccide con la coda invece che con la bocca. Così come la tentazione promette bontà ma agisce nel male. Anche l’avvoltoio è accostato ai peccatori. Si ciba dei cadaveri, così come il peccatore insegue i perversi per imitarne i costumi. Simbolo assoluto del demonio è, tuttavia, la vipera. Secondo i medievali, infatti, la vipera nasce attraverso un parricidio e un matricidio. Questa doppia realtà la assimila all’azione del demonio in terra: l’uccisione di Cristo e la distruzione della Gerusalemme terrena.

Oltre agli animali conosciuti ed esistenti, non è raro trovare nei Bestiari anche animali fantastici. Creature mutuate dalle Scritture, dalle mitologie  greca e nordica, dai resoconti di viaggio in terre esotiche. Alcune di queste creature hanno oggi un nome, come la “mucca d’acqua” che oggi chiamiamo ippopotamo. Ma altre sono puramente di fantasia: chimere, idra, sirene e, soprattutto, l’unicorno, simbolo di Cristo.

DALLA NATURA ALLA METAFISICA: LOVECRAFT È L’ULTIMO DEI MEDIEVALI

Sono molti i punti comuni tra i ricercatori medievali e i protagonisti dei racconti di Lovecraft. I due sfortunati viaggiatori de Le montagne della follia somigliano molto ai viaggiatori dell’Età di Mezzo. Persi in luoghi sconosciuti e remoti, testimoni di meraviglie, o meglio mirabilia oltre la propria immaginazione, consapevoli di dover scrivere resoconti che saranno giudicati privi di fondamento.

Ma soprattutto, ciò che unisce Lovecraft ai medievali, è il profondo simbolismo che sottende la descrizione e la speculazione. In modo probabilmente inconsapevole, lo scrittore statunitense agisce da perfetto medievale, facendo suo un assunto cardine: fisica e metafisica sono indissolubilmente legati. A partire dalla natura, si legge l’universo.

Certo, completamente diverso è il quadro metafisico. Per i medievali, la natura era simbolo di Dio e della sua Provvidenza e perfezione. In Lovecraft, l’opposto. La natura lovecraftiana, composta da creature repellenti e aliene, da mostri divoratori e distruttori, mostra una metafisica indifferente all’umanità. L’uomo non è che un  granello all’interno di una realtà sconfinata e superiore.

Nel Medioevo l’uomo studiando la realtà scopriva la sua superiorità rispetto alla sua casa-Creato. In Lovecraft l’uomo si scopre insignificante, inferiore e inerme.

Forse è questo ciò che  Danforth comprende quando si trova di fronte al mostro dei ghiacci. E questo, lo fa impazzire:

Danforth si rifiuta di dirmi quale orrore finale lo avesse fatto gridare così follemente. Un orrore che, ne sono certo, è stato il principale responsabile del suo crollo nervoso. […] Tutto quello che ha accennato è che l’orrore finale era un miraggio. […] In rare occasioni ha mormorato parole incoerenti: “l’abisso nero”.

 

 

 

 

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