Il dibattito sull’aborto è da qualche anno tornato alla ribalta, specialmente dopo che un numero sempre più crescente di donne ha avuto il coraggio di denunciare un trattamento medico non professionale al limite dell’umiliazione. È forse l’inizio della fine per la legge 194?

Attraverso la testimonianza della musicista trentatreenne Linda Feki, scopriamo se la legge 194 sia realmente a rischio di estinzione.
LINDA FEKI
Alla già consistente lista di testimonianze e denunce rivolte a medici e professionisti “pro life”, si è da poco aggiunta quella Linda Feki, una musicista trentatreenne di origine napoletana che ha raccontato sui social la sua esperienza “drammatica e violenta”. La vicenda inizia con il ginecologo dell’ospedale a cui la giovane si è rivolta per l’interruzione volontaria di gravidanza, un uomo che non solo ha mostrato unico interesse per l’eventuale partner della giovane ed il lavoro di quest’ultimo, ma non si è nemmeno preoccupato di chiedere a Linda il suo nome. Come se non bastasse, il dottore si è mostrato sicuro nell’affermare che la ragazza fosse alla decima settimana di gravidanza ma “il suo conto non mi tornava” rivela Linda, “ero all’ottava settimana. Lo sapevo per certo perché il mio compagno abita in un’altra cità”. A questa affermazione il ginecologo fa riferimento ad una possibile terza persona che, secondo le infallibili macchine, sarebbe stata responsabile di un misfatto vecchio ormai settanta giorni e, di conseguenza, ormai impossibile da cancellare. Dopo che il suddetto professionista ha rifiutato di firmare l’ecografia, Linda ha deciso di rivolgersi ad un ginecologo privato che le ha rivelato l’inesattezza del calcolo del collega, confermando il conteggio della paziente e autorizzando di conseguenza l’avvio delle procedure di interruzione. E qui ha inizio forse la parte peggiore: la giovane in forzata solitudine è portata “ in una stanza con altre due donne proprio di fronte alle partorienti” non prima di aver condotto la navata della vergogna su una barella difronte alla madre, il compagno e tanti altri. Dopo aver subito un intervento doloroso la buon’anima del medico, dulcis in fundo, le ha consigliato di stare più attenta la prossima volta, sia mai che debba soffrire di nuovo!

LEGGE 194
Approvata in Italia il 22 maggio 1978, la legge 194 rappresenta una tappa fondamentale nella storia dei diritti delle donne. Grazie alla normativa dal titolo “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” infatti, per la prima volta viene legalizzato l’aborto entro i primi 90 giorni di gestazione nei quali deve essere calcolato un periodo di riflessione obbligatorio, durante il quale le donne possono ricevere consulenza e sostegno psicologico. La legge è stata il frutto di un acceso dibattito sociale e politico sullo sfondo di forti opposizioni sia da parte di gruppi religiosi, sia di movimenti conservatori dalla voce troppo fioca rispetto a quella del movimento femminista e delle forze progressiste, protagoniste indiscusse di una battaglia incentrata sul diritto all’aborto sicuro e legale. Uno degli obiettivi principali della legge 194 è la prevenzione dell’aborto tramite una migliore educazione sessuale e l’accesso ai contraccettivi, pur stabilendo che le strutture sanitarie pubbliche siano obbligate a garantire il servizio di interruzione di gravidanza. Nonostante la legge sia in vigore da oltre quattro decenni rimane ancora oggetto di controversie e dibattiti, tanto che in alcune regioni italiane l’alto numero di medici obiettori di coscienza rende difficile l’accesso all’aborto, sollevando critiche sia da parte di associazioni per i diritti delle donne sia da parte della stessa società. In definitiva la legge 194 ha avuto un impatto significativo sulla società italiana, riducendo il numero di aborti clandestini e migliorando la sicurezza delle donne ancora oggi pronte a scendere in piazza per il riconoscimento di un diritto che, in un Paese laico e democratico, dovrebbe essere lapalissiano.
MY BODY MY CHOICE
In un Paese che sembra viaggiare al contrario, più passa il tempo meno diritti vengono garantiti. A partire dalla libertà di espressione fino ad arrivare all’aborto, gradualmente si vedono scivolare via anni ed anni di lotte, morti e marce in nome di un ordinamento apparentemente scelto ma realmente imposto da chi si prende la libertà di parlare o agire per conto di altri. Ciò che sorprende è soprattutto il fatto che al centro di costanti polemiche e dibattiti ci siano tematiche di carattere intimo ed individuale affrontate con sufficienza, noia e fastidio da chi parla di vita ma finanzia la morte. Non è curioso che lo stesso governo “pro life” che demonizza l’aborto, continui ad armare Israele ed Ucraina alimentando due conflitti che necessiterebbero solo di una battuta d’arresto? A sfuggire sembra essere il nodo della questione: la possibilità di portare avanti una scelta libera. Rendere l’aborto una pratica facilmente accessibile infatti, significherebbe riconoscere alla singola persona il diritto di determinare il proprio essere, diritto universalmente esplicabile solamente attraverso la libertà di decidere il proprio futuro. Mettere al mondo un figlio è infatti una responsabilità talmente grande da necessitare un’attenta valutazione di benefici e rischi, valutazione in cui deve essere calcolata i primis la reale volontà della donna di essere responsabile in tutto e per tutto della vita di qualcun altro da lì a per sempre. Non è cosa da poco contrariamente a quanto (apparentemente) si possa pensare. Su questa problematicità si fondano le lotte portate avanti anche da chi, ad esempio, sogna la maternità sin da bambina o ha già costruito una famiglia propria con tanto di cane e portico con dondolo, tutte donne che pur non avendo necessità di usufruire di tale servizio, rivendicano la stessa libertà che loro hanno avuto nello scegliere una famiglia. Ebbene tutto si riduce nuovamente ad una questione di cui sono intrise le pagine della Costituzione, ad una possibilità (sulla carta) tutelata da una legge figlia di impegno e sacrificio prodigati in nome della volontà di non rientrare in un’ingiustificabile classificazione. E no, “concedere” una pratica umiliante e disumana mascherata da diritto non è la soluzione, è solo indice di un ulteriore fallimento promosso da pochi a discapito di tante altre.