“La dittatura del Si” in Heidegger

La società contemporanea è sempre più dominata da un male dilagante che si dispiega nei più disparati ambiti della vita ordinaria. Un male che tacitamente ci domina imponendo inesorabilmente il suo regime dittatoriale, che oggi si può definire omologazione, ma che già nel 1927 Martin Heidegger, uno dei più noti filosofi del 900’, designava con l’espressione “dittatura del Si”, che non permette all’essere umano di emergere nella sua propria singolarità. Apparenza, impersonalità, inautenticità, livellamento, medietà, modus operandi e modus vivendi all’insegna di, non sono altro che epifenomeni della così detta “dittatura del Si” di cui oggi si fanno portavoce i media.

Per “dittatura del Si” Heidegger, in Essere e tempo al paragrafo 27 del capitolo secondo, intende lo stato di neutralità in cui l’Esserci, il modo heideggeriano di chiamare l’essere gettato nel mondo, vive nella vita inautentica caratterizzata “dall’irrilevanza e dall’indistinzione”, ponendosi sul piano della semplice presenza, sul piano delle cose. Uno stato in cui l’Esserci è sgravato della sua singolarità e in cui inconsapevolmente si confà alle coercizioni promulgate dal Si contro il quale non c’è appello perché la sua parola è irrevocabile. Anche le nostre banali azioni quotidiane, che Heidegger pone sotto il termine di medietà nel senso di immediate, medie, cioè comuni a tutti e a nessuno quindi “improprie” e “inautentiche”, sono dettate dal Si dice, si fa, e quando pensiamo di andare contro corrente non sostenendo le opinioni della maggioranza, in realtà non facciamo altro che seguire la linea di pensiero aperta e perseguita da altri: siamo già sempre gettati nell’inautentico, il Si ci domina e “decide per noi”. Il Si è dappertutto e in ogni luogo e nella sua impersonalità è irresponsabile, perché nel Si non c’è nessuno che risponda delle proprie azioni in quanto compiute pedissequamente.

Scrive Heidegger: “ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si vede e si giudica. Ci teniamo lontani dalla “gran massa” come ci si tiene lontani, troviamo scandaloso ciò che si trova scandaloso.” Queste righe risuonano oggi più che mai veritiere. La tecnica profana l’essere riducendolo ad un semplice ente e conducendolo al suo oblio, sopraffacendo il suo stesso creatore il quale sembra somigliare ad uno stregone che non riesce a tenere sotto controllo le forze soprannaturali da lui stesso evocate. La nostra vita, in questa dittatura, sembra esser diventata un intero set nel quale il Si scrive un copione dettando le azioni, le parole e talvolta anche i pensieri e i sentimenti.

“The Truman show” di Peter Weir

Un esempio lampante di questa condizione di recitazione e di cristallizzazione in prototipi dettati dal Si, è un bellissimo film del regista australiano Peter Weir uscito nel 1998, “The Truman Show”, il cui protagonista è Truman Burbank che alla nascita fu adottato da un network televisivo rendendolo protagonista di uno show in diretta mondiale 24 ore su 24. Truman non sa di vivere in un set cinematografico ben programmato né tantomeno di esserne il protagonista. Le persone che incontra e i suoi affetti più cari quali la moglie Maryl, il suo migliore amico Marlon e persino i genitori, sono degli attori che manipolano la vita di Truman secondo le esigenze della produzione. Sull’isolotto su cui abita, Seahaven, il giorno e la notte sono artificiali, così come il mare e tutti i fenomeni atmosferici poiché in realtà si tratta di un gigantesco studio televisivo dove dalla cupola del finto cielo dirige lo show il regista Christof. Tutto è artificiale, solo Truman, che si trova gettato nella non-realtà del set che a lui pare vera poiché non conosce l’autentica realtà, è reale. 

Egli inizia a dubitare della sua vita nel momento in cui cominciano ad accadere insoliti avvenimenti come la caduta dal cielo di un faro di proiezione dovuta al fatto che l’intero set si sta deteriorando. Inizia a vivere una condizione di estraneità poiché non riconosce più i suoi affetti più cari, cercando di evadere nelle memorie del passato riguardando fotografie della sua famiglia e della sua infanzia e ripensando al suo primo amore, Lauren (che nello show aveva il ruolo di comparsa silenziosa e che mossa dalla compassione per la condizione in cui l’amato Truman viene fatto vivere, gli rivela la realtà delle cose senza però riuscire a capire nell’immediato), non riuscendo a inibire la sua crescente irrequietezza che si traduce in un desiderio spasmodico di evasione verso un luogo lontano. Questo suo imprevedibile desiderio si scontra con la volontà della produzione che è costretta a creare nuove soluzioni per impedirgli di allontanarsi dal set.

Alcuni inconvenienti tecnici uniti a delle gaffe commesse dagli attori, trasformano le illazioni di Truman in certezza, ma soprattutto l’incontro con il padre, morto in una gita in barca con lui quando era bambino, organizzato dalla stessa produzione come espediente per far rinascere in lui la paura del mare aperto, che affondava le sue radici in quel drammatico episodio, al fine di non farlo allontanare dall’isolotto. Nonostante ciò, Truman temerariamente si avventura su una piccola barca e Cristof, pur di riuscire a celare la verità, è disposto a mettere in pericolo la sua vita provocando una tempesta, nella speranza che il protagonista, sopraffatto dalla paura, ritorni sull’isola. Ma le cose non vanno come previste, perché Truman rimane sulla barca affrontando la tempesta e scontrandosi con il finto cielo che gli diede un’ulteriore e definitiva certezza di quanto aveva dedotto. In conclusione, Crsitof dialoga con Truman usando fallaci parole finalizzate a persuaderlo di non abbandonare l’isola spiegandogli che la sua vita sarebbe più sicura sul set in cui tutto è programmato, piuttosto che nel mondo reale in cui si intrecciano eventi contingenti. Truman non cade nella tentazione e oltrepassa la porta che divide il mondo scenografico da quello reale.

Riflessione

La trama del film appena narrata riflette, a mio avviso, la condizione dell’essere umano gettato in una realtà fittizia, quella dei social, che ci pongono in una condizione di alienazione e di esposizione infondendo in noi sicurezza ma offuscando la realtà delle cose e del nostro essere.Cristof, rappresenta il Si, dispotico, irrevocabile, intransigente, che detta le azioni degli attori, contro il quale non c’è appello poiché con la sua forza riesce a tenere sotto controllo la vita di ciascuno presentandosi sotto forma di un affettuoso creatore che per noi desidera soltanto il bene. Gli altri (gli attori), sono complici e vittime  del Si, poiché, nonostante sappiano della irrealtà delle cose, continuano a tacere e a recitare. Solo una scelta audace, come quella di Truman che affronta il mare in tempesta, può permetterci di liberarci dalle catene invisibili che ci legano a ciò che riteniamo certezza, ma che in realtà prima o poi si rivelano essere, falsità. L’uscita dal set è sinonimo dell’uscita dalle nostre paure, da tutto ciò che ci rende schiavi, dai prototipi e  l’entrata nella realtà è una sfida carica di responsabilità che ci pone di fronte alla grandezza del nostro essere capace di scegliere se stesso.

Giuseppe Caracciolo

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