La Disney e la geopolitica: Mulan apre il dibattito sulle violazioni dei diritti umani in Xinjiang

Il 4 settembre è uscito il nuovo film di Mulan, prodotto dalla Disney e diretto dalla regista Niki Caro. L’opera non è stata esente da polemiche, poiché, alcune scene del film erano state girate nella regione cinese dello Xinjiang, dove da anni è in corso una repressione nei confronti della minoranza etnica uigura. 

Alle prime critiche legate alla scelta della sceneggiatura, vanno aggiunte le dichiarazioni pro repressione delle rivolte di Hong Kong da parte della  protagonista del film, Liu Yifei, schieratasi con la polizia cinese. Riapparse sui social in queste settimane, le parole di Liu Yifei hanno portato alla nascita di un movimento online che, al grido (e all’hashtag) di #BoycottMulan, ha preso piede soprattutto in Thailandia, Taiwan e nella stessa Hong Kong.

Manifestanti pro Hong Kong protestano contro il film Mulan

Quando un film diventa un caso politico

Mulan, dunque, è diventato un caso politico. Soprattutto, ha aggiunto ulteriore dinamismo alla rivalità tra Stati Uniti e Cina, dopo che la Disney aveva ringraziato la Cina per le riprese della produzione cinematografica del momento. Le critiche per il film sono andate quindi ben oltre l’aspetto cinematografico. Il ringraziamento alla Cina, che secondo le stime ha rinchiuso oltre un milione di Uiguri nei campi di internamento, è stato visto come uno scandalo, con la Disney che implicitamente implementa le politiche di genocidio. In particolare, nei titoli di coda si ringraziano sei agenzie governative cinesi operanti nello Xinjiang, regione dove il governo ha creato dei campi di internamento, anche se ufficialmente chiamati ‘Centri di istruzione e formazione professionale’ con lo scopo di ‘rieducare’ forzatamente la popolazione degli uiguri, un’etnia turcofona di religione islamica.  Shawn Zhang, un  ricercatore residente in Canada, ha fatto notare dal canto suo come la sequenza temporale della produzione di “Mulan” coincida con il picco della campagna di “rieducazione” nello Xinjiang e ha calcolato che la produzione del film dovrebbe essere passata nei pressi di sette dei centri di detenzione lungo la strada che porta dall’aeroporto di Turpan alla ‘location’ delle riprese nel deserto. Interpellato sulla reazione alle riprese del film nello Xinjiang, il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian ha ribadito la posizione di Pechino che nega l’esistenza di campi di lavoro forzato nella regione, e le definisce istituzioni professionali e rieducative accusando le forze anticinesi di diffamare la sua politica nello Xinjiang.

Cosa è successo nella regione dello Xinjiang

Pechino è accusata di portare avanti una campagna di violazione dei diritti umani eseguita attraverso detenzioni di massa, scomparse, lavoro forzato, sterilizzazioni forzate nonché la distruzione del patrimonio Uiguri. Nella regione dello Xinjiang si sono avute detenzioni arbitrarie di massa, torture, maltrattamenti, controlli pervasivi su tutto il territorio. Un’operazione imponente di de-islamizzazione per cancellare storia, cultura, lingua uigura e origini di un intero popolo. Gli Uiguri venivano considerati, insieme ai kazaki, come nemici della Cina. Fino a qualche mese fa si aveva un’idea approssimativa degli effetti collaterali di “Strike Hard”, la campagna contro “l’estremismo religioso” che aveva colpito duramente gli uiguri lanciata da Pechino nel 2014, dopo una serie di attentati in questa lontana regione della Repubblica Popolare. Ma il documento presentato oggi da Human Rights Watch non sembra lasciare alcun margine ai fraintendimenti. Il rapporto, che parla di oltre un milione di detenuti nei cosiddetti campi di rieducazione, si basa principalmente sulle testimonianze di 58 ex residenti, tra cui 5 ex prigionieri e 38 parenti di detenuti, raccolte tra marzo e agosto del 2018. Il livello di repressione nei confronti degli uiguri è aumentato con l’arrivo nel 2016 dell’ex segretario del Partito Comumista in Tibet, Chen Quanguo, trasferito qui due anni fa. Da allora, gli agenti hanno intensificato le detenzioni arbitrarie di massa nei centri di reclusione preventiva e nelle carceri, entrambi strutture formali, ma anche nei campi di rieducazione politica, che invece non hanno alcun fondamento secondo la legge cinese. Qui i turco-musulmani sono costretti a imparare il cinese e a lodare il Partito comunista. Coloro che resistono o che si ritiene non abbiano “imparato” vengono puniti.

Qual è, dunque, il comportamento della Disney?

A questa domanda è bene rispondere con la critica dell’ONG Amnesty International, sempre attenta e puntuale quando si parla di diritti umani. L’associazione ha fatto richiesta alla Disney di mostrare un loro rapporto sulla tutela dei diritti in Cina e di motivare la loro visione del mondo, staccandola dalla fantasia e ancorandola al mondo della realtà. Questa loro mancanza di visione con l’enorme complessità del mondo, sostengono gli attivisti, ha condotto la multinazionale cinematografica a piegarsi all’imponente mercato cinese, sempre più appetibile per le imprese estere. Pertanto, si nota una radicale svolta nella politica della casa che ha dato origine a Topolino: da strumento di diffusione di etica, di lieto fine, a gigante assetato di profitto, che, però, trascura anni di genocidio e di negazione dei diritti umani.

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