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La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani compie 70 anni: capiamone storia e procedimenti di formazione

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani compie 70 anni: capiamone storia e procedimenti di formazione

Il 10 dicembre 1948 fu proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e nel 1950 venne indetta la Giornata Mondiale dei Diritti Umani.

 

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è un documento sui diritti della persona adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione, il 10 dicembre 1948 a Parigi con la risoluzione 219077A. Dopo questa solenne deliberazione, l’Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

Storia della Dichiarazione dei Diritti Umani

La Dichiarazione è frutto di una elaborazione secolare, che parte dai primi principi etici classico-europei stabiliti dalla Bill of Rights e dalla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, ma soprattutto dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino stesa nel 1789 durante la Rivoluzione francese, i cui elementi di fondo (i diritti civili e politici dell’individuo) sono confluiti in larga misura in questa carta. Molto rilevanti nel percorso che ha portato alla sua realizzazione sono i Quattordici punti redatti dal presidente Woodrow Wilson nel 1918 e i pilastri delle Quattro libertà enunciati da Franklin Delano Roosevelt nella Carta Atlantica del 1941. Votarono a favore 48 membri su 58. Nessun paese si dichiarò contrario. Tuttavia, fin dall’inizio del dibattito, emersero diverse criticità. Diversità di storie nazionali, sistemi filosofici ed economici ostacolarono il tentativo di trovare un comune denominatore e l’applicazione della dichiarazione da parte di alcuni Stati. L’approvazione della versione definitiva della dichiarazione vide l’astensione di otto Stati ed incontrò forti riserve da parte di altri Paesi. Tra gli astenuti vi fu il Sud Africa. La posizione di questo Stato può essere attribuita al tentativo di proteggere il sistema dell’Apartheid, che violava chiaramente diversi articoli della dichiarazione. Altro Stato ad astenersi fu l’Unione Sovietica. Nel corso del dibattito, durante la Sessione del gennaio 1947, i rappresentati di Stato discussero delle libertà di parola, riunione, associazione e stampa (futuri articoli 19 e 20). In questa occasione emerse come il sistema sovietico, così come la sua Costituzione di recente approvazione, prevedevano libertà di espressione solo in conformità con gli interessi dei lavoratori e per rafforzare il sistema. Altra criticità era rappresentata dalla libertà di culto (futuro articolo 18): nel sistema socialista, comunità religiose e Chiese erano osteggiate, la dottrina marxista rifiutava la credenza nel soprannaturale. Questo documento è la base di molte delle conquiste civili del XX secolo e doveva essere applicato in tutti gli stati membri. Alcuni esperti di diritto hanno sostenuto che questa dichiarazione sia divenuta vincolante come parte del diritto internazionale consuetudinario venendo continuamente citata da oltre 50 anni in tutti i paesi.

Contenuto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

La Dichiarazione universale si basa sul concetto di interdipendenza dei diritti umani e dunque affianca ai diritti civili e politici quelli economici, sociali e culturali, riconoscendo il diritto alla proprietà privata, alla sicurezza sociale, all’istruzione, al lavoro ed alla libera scelta dell’impiego, ad una remunerazione equa e ad un tenore di vita dignitoso. Proprio per questa sua caratteristica la Dichiarazione rappresenta un documento unico, adottato in un periodo storico assai complesso e caratterizzato dalla contrapposizione tra blocchi che ha segnato tutta la Guerra Fredda. Difatti, le diverse scuole di pensiero relative al concetto di diritti umani sono confluite nel documento ed hanno contribuito a creare una lista esaustiva di diritti che potesse accomodare le aspettative e richieste di tutti. La Dichiarazione è composta da trenta articoli, preceduti da un preambolo, che incorporano i diritti inalienabili dell’uomo e che, nonostante il carattere non vincolante del documento, sono stati trasferiti e sviluppati in successivi trattati giuridicamente vincolanti, strumenti regionali e costituzioni nazionali. Il preambolo della dichiarazione riconosce il valore intrinseco di ogni uomo, sottolineando che la dignità di ciascun membro della “famiglia umana” costituisce la base della libertà, giustizia e pace nel mondo. L’articolo 1 e l’articolo 2 ribadiscono i concetti fondamentali di dignità, eguaglianza, libertà e fratellanza, che costituiscono la chiave di volta dell’intero documento. Gli articoli successivi enunciano i diritti inalienabili di ciascuno, quali il diritto alla vita, la proibizione della schiavitù e della tortura, il diritto all’uguaglianza davanti alla legge e alla presunzione di innocenza, il diritto alla libertà di movimento, di pensiero, di espressione, di coscienza e religione. L’articolo 14, che garantisce il diritto di cercare e ricevere asilo da guerra e persecuzioni, e che riveste oggi una fondamentale importanza alla luce della grave crisi migratoria che si protrae da anni, verrà poi ripreso e reso vincolante dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati.

Una dimensione morale che supera ogni dimensione giuridica

Possiamo parlare, al riguardo, di un potenziale critico che i diritti umani hanno nei confronti dei modi e delle forme della loro recezione e attuazione. Va ricordato, a questo proposito, che la Dichiarazione non ha una efficacia giuridica diretta. Emerge, quindi, un elemento che contribuisce a definire la dimensione morale dei diritti umani e che si connette a quel senso di validità che li proietta al di là di tutti gli ordinamenti positivi. I diritti umani sono pretese giustificate, riguardanti tutti gli uomini che richiedono atti di rispetto e di tutela. Una tale validità universale, si pone come proprietà che tali diritti condividono con le norme morali, consentendo, inoltre, che il discorso ad essi relativo, esibisca in anticipo i criteri alla cui luce si possono scoprire e correggere le offese, anche latenti, alla propria pretesa. I diritti umani, così, esprimono una sorta di universale etico, che presenta una tensione tra irrinunciabilità e irrealizzazione. Una tensione manifestante un paradosso: alla ampia approvazione di cui essi godono, nel panorama etico e politico odierno, corrisponde una loro generalizzata violazione, incrementata da violenze, distruzioni, morte, sfruttamento, ma connessa anche alle strumentalizzazioni, alle applicazioni parziali che ne vengono compiute. Considerando la società internazionale, i diritti umani, in quanto positivi e riconosciuti ufficialmente, mediante atti giuridici appositi, svolgenti la funzione di essere condizioni necessarie per la legittimità di un regime politico e per l’accettabilità del suo ordinamento, partecipano alla determinazione del criterio normativo-regolativo di una legge dei popoli, che definisce i termini essenziali di una loro equa cooperazione.

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