“La canzone di Marinella”: storia e significato del grande successo di De Andrè

Tra le canzoni di esordio di uno dei cantautori italiani più apprezzati, Fabrizio De Andrè, colpisce il cuore dei più sensibili “La canzone di Marinella”.

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Questa, pubblicata nel ’64 è resa celebre da un’interpretazione della già affermata Mina, risalente al 1967. La canzone è dedicata con molta probabilità a Maria Boccuzzi, il cui corpo è stato ritrovato nel 1953 in un fiume milanese.

Il fatto di cronaca a cui è ispirata la canzone

Tale supposizione è maggiormente plausibile se pensiamo al fatto che la giovane donna fosse una ballerina/prostituta, uno dei soggetti preferiti dal cantautore genovese (un chiaro esempio è “Bocca di rosa”). Il fatto di cronaca, ancora irrisolto, aveva tenuto occupati i media per qualche settimana e aveva colpito il giovane De Andrè, il quale, in un’intervista con Vincenzo Mollica aveva dichiarato:
“La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita

e di addolcirle la morte.”

Allo psicologo astigiano Roberto Argenta, autore di un libro sulla suddetta canzone, intitolato “Storia di Marinella…quella vera”, si deve il merito di aver gettato un po’ di luce sull’antico caso. La sfortunata ma anche fortunata ragazza, perché dedicataria della canzone, era una bellissima ragazza calabrese, di Taurianova, emigrata a Milano in cerca di lavoro. A causa di un amore sbandato e “ballerino” lascia l’umile lavoro da operaia per dedicarsi allo spettacolo. Assume, da ballerina, il nome d’arte Mary Pirimpò, ma la carriera non prosegue secondo le sue aspettative e in men che non si dica si ritrova in un brutto giro di prostituzione… sino alla sua morte. La canzone è stata interpretata dallo stesso autore insieme a Mina, in un duetto del 1997, che è stato successivamente inserito nella raccolta “Mi innamoravo di tutto”, l’ultimo lavoro pubblicato prima della sua improvvisa scomparsa.

 

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Il genio emotivo

La chitarra viene suonata molto lentamente, come d’accompagnamento per un racconto in una nottata estiva. Eppure la melodia solletica dolcemente l’orecchio, e a tratti pare sia più espressiva delle parole. Il suono diventa incalzante man mano ci si avvicina alla dolce fine. L’atmosfera, nonostante il fatto a cui è ispirato, è scevra da ogni elemento mortuario. L’omicidio si trasforma in uno sfortunato “scivolone” e il vigliacco criminale, mai costituitosi, diventa un romanticone che non crede a ciò che ha visto e continua a bussare alla porta della sua amata, ormai morta. Il tutto è avvenuto dopo un appuntamento perfetto, idilliaco, che si distacca dalla macabra realtà dei fatti. Dove non arriva la vita, lì ci arriva la musica, in questo caso creatrice di una realtà altra, che non intende certamente cancellare l’episodio di cronaca, ma ridargli dignità, offrire l’occasione a noi spettatori di viverci la sventurata ragazza non come protagonista della tetra vicenda ma in un’ideale dimensione di spensieratezza. Ed è proprio questa operazione effettuata da De Andrè che riesce a liberare le nostre menti in un transfert emotivo veramente intimo. Anche il fiordaliso, citato all’interno del brano, insiste sull’idea di leggerezza, dolcezza e felicità.

De Andrè conclude la canzone affermando:

“e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno come le rose.”

Senza dubbio è un pensiero a cui non si vuol dar retta…nessuno si azzarderebbe mai a contraddire l’amato cantautore, ma un’osservazione è bene farla: Marinella continua a vivere tuttora nei cuori di chi l’ascolta.

 

Mattia Vitale

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