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Il movimento femminista attraverso l’arte di ieri e di oggi

 

La donna fin dai tempi antichi è stata posta in una condizione di inferiorità: molti pregiudizi radicati ancora oggi nell’immaginario collettivo, hanno radici molto lontane.

“La donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell’uomo. L’esercizio dei diritti naturali della donna non ha altri limiti se non la perpetua tirannide che le oppone l’uomo. Questi limiti devono essere infranti dalle leggi della natura e dalla ragione.”                                                     (dalla “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina” di Olympie de Gouges )

Femminismo rivoluzionario

La rivoluzione francese segnò la nascita del movimento femminista: si formarono le prime corporazioni di donne unite per combattere le discriminazioni di una società maschilista. Borghesi e popolane cominciarono ad agire concretamente, rivendicando pari condizioni tra uomo e donna, dai diritti civili, all’educazione e al lavoro. Mary Wollstonecraft, filosofa britannica dal pensiero rivoluzionario, fu una delle prime persone a sostenere la necessità di riconoscere maggiori diritti alle donne, ed ebbe il coraggio di opporsi ai costumi misogini dell’epoca: compilò la famosa “A Vindication of the Rights of Woman”, considerata una specie di Bibbia del movimento femminista, dove non solo veniva contrastata la “natura domestica delle donne”, ma veniva criticato il servilismo imposto alle donne nei confronti degli uomini, e si affermava che anche la donna potesse, in maniera pari all’uomo, contribuire al progresso della storia. Anche Olympe de Gouges è parte attiva nella rivendicazione della libertà femminile durante la Rivoluzione, con la sua “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, rivendica il diritto di voto, necessario per una piena cittadinanza della donna.

“A Vindication of the Rights of Woman” di Mary Wollstonecraft, filosofa britannica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una femminista ante litteram

Quasi due secoli prima della Rivoluzione francese, nasceva Artemisia Gentileschi, una bimba incredibilmente sveglia e ribelle, diventata poi pittrice fiorentina, e un’icona del femminismo moderno: la sua immagine di donna impegnata rappresentò un esempio di indipendenza per molte donne del suo tempo. In un’epoca in cui la pittura era considerata una pratica esclusivamente maschile, Artemisia dovette fronteggiare numerosi ostacoli per inseguire il suo sogno di pittrice, ma nonostante ciò diede prova della sua indole fiera e risoluta: nei suoi quadri la donna non è più raffigurata come un’avida tentatrice e ammaliatrice di uomini, ma come eroina coraggiosa e forte. “Giuditta e Oloferne” è uno dei tanti dipinti realizzati da Artemisia in cui si nota il forte desiderio di ribellione al patriarcato. La storia narra che l’eroina ebrea Giuditta ordì un complotto per uccidere il generale assiro Oloferne che assediava la città: ella, adorna dei suoi abiti più belli, entrò nell’accampamento fingendo di voler sedurre il generale, e questo, abbagliato dalla sua bellezza, la invitò a cenare con lui. Durante la cena, Oloferne, ebbro di vino, si addormentò, e Giuditta, approfittando del momento, afferrò la spada e gli tagliò la testa.

“Giuditta e Oloferne”, Artemisia Gentileschi, 1620 ca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuditta simbolo di forza morale

La pittrice rappresentò l’esatto istante della decapitazione di Oloferne, che disperato cerca di liberarsi come può, aggrappandosi alla veste dell’ancella, fedele seguace di Giuditta, che partecipa attivamente all’omicidio, schiacciando prontamente il petto del tiranno. Giuditta viene rappresentata come una donna dalle braccia robuste, con le maniche della veste arrotolate, e incarna la figura dell’eroina, con uno sguardo sicuro: non prova nessun rimorso per quello che sta facendo, piena di determinazione, concentrata nell’atto violento. La pittrice si discosta dalla versione Caravaggesca: la Giuditta di Caravaggio sfida la credibilità di assassina poichè si avvicina alla vittima con circospezione, è quasi disgustata, meno coinvolta e passiva.

A sinistra la Giuditta dipinta da Artemisia Gentileschi, a destra quella di Caravaggio

L’arte femminista contro gli stereotipi di genere

Le discriminazioni di genere non sembrano affatto superate e l’arte è tutt’oggi un mezzo potentissimo per far sentire al mondo la voce delle donne e per consegnare allo spettatore il punto di vista femminile sulla società. Il polo attorno cui si concentrano alcune artiste femministe contemporanee è il corpo, attraverso la body art comunicano un messaggio in maniera diretta e potente, mettendo in scena il corpo in una varietà di valenze diverse: martoriato, frammentato, o luogo di scontro . Marina Abramovic, madre della performance art, ha contribuito a far diventare l’arte del corpo una vera e propria tipologia artistica, così come la scultura o la pittura. La sua performance più conosciuta è “Rhythm 0”, progetto concentrato  sulla sopportazione passiva di un’aggressione: l’artista restò in piedi, vestita, accanto ad un tavolo colmo di oggetti d’offesa, alcuni dei quali erano chiodi, aghi, forbici, aghi, coltelli, una pistola e un proiettile. Una scritta sulla parete invitava gli spettatori a fare qualsiasi cosa del corpo dell’Abramovich servendosi degli oggetti sul tavolo. Altra artista che si rivolge allo spettatore senza nessuna intermediazione è Barbara Kruger, donna che ha molto caro il tema del femminismo. Ella utilizza lo stile della pop art: si focalizza su temi accessibili a chiunque e li esprime con un linguaggio personale molto caratteristico, realizzando le sue opere attraverso fotografie estrapolate da riviste pubblicitarie anni ’50, usando frasi brevi e mirate su immagini in bianco e nero con soggetti prevalentemente femminili.

Barbara Kruger, arte e provocazione

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