Cosa si cela dietro un serial killer? Cosa li spinge a commettere sadici omicidi? Dove ha origine la loro spietata brutalità? È la conseguenza di un’infanzia violenta o forse di una predisposizione innata?

Jeffrey Dahmer, il figlio di Sam, il killer dello zodiaco, l’assassino del fiume Green, lo strangolatore BTK, Jack lo squartatore, Ted Bundy, sono tutte figure iconiche che rappresentano a pieno il profilo di quello che è stato definito dalla criminologia serial killer, ovvero un pluriomicida di natura compulsiva, che uccide persone spesso totalmente estranee senza o con regolarità nel tempo e con un modus operandi caratteristico. La natura compulsiva dell’azione, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera emotivo-sessuale. Ma qual è la scintilla che li ha trasformati in assassini seriali?

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Moltissimi fattori possono portare una persona a diventare malvagia. I fattori di rischio da considerare sono le dinamiche familiari turbolente, talvolta segnate da problemi nella sfera affettiva, disturbi mentali o dipendenze varie (droghe, alcolismo, ludopatie). Importantissimi, dunque, sono i rapporti che questi soggetti hanno avuto con il caregiver primario, o con i genitori in generale e i rapporti tra i genitori stessi. Molti profili di serial killer sono accomunati dalla presenza di madri dominanti e padri assenti. Spesso ciò potrebbe portare ad una repulsione nei confronti del predominio materno che viene successivamente sfogato su altre donne nel corso delle loro vite. Recenti ricerche evidenziano come le infanzie di questi assassini siano state segnate da continui abusi fisici, psicologici e/o sessuali. Spesso queste infanzie sono sconvolte e distrutte, nel senso che sia la loro vita in famiglia che il loro modo di socializzare sono atipici. Negli anni 60′ lo psicologo forense J.M. MacDonald rese popolare l’idea che i serial killer da bambini mostrassero tre campanelli d’allarme: enuresi, piromania e crudeltà verso gli animali. Questa era la triade della personalità omicida che però non ebbe grande riscontro, in quanto non è possibile, secondo l’opinione di molti psicologi, ridurre a soli tre fattori le cause scatenanti l’omicidio seriale. Non vi era alcun nesso e il tutto appariva riduttivo, quando invece molteplici e complessi sono gli elementi  da considerare. La triade omicida fu sostituita da studi comportamentali che teorizzavano come l’infanzia tormentata dei serial killer aveva causato una severa mancanza di empatia. Quest’ultima si sviluppa in parte tramite il modeling genitoriale, ma anche osservando come i genitori interagiscono tra loro. Bisogna avere le capacità di capire come sviluppare e dar luogo a delle relazioni sociali, sin da quando veniamo al mondo. Se quest’opportunità viene meno difficilmente si riuscirà a provare empatia o rimorso. E sono proprio questi due elementi che appaiono deficitari nella mente di un assassino. La mancanza di empatia è uno dei tratti più comune negli psicopatici: si manifesta come una carenza di interesse negli altri e nelle conseguenze delle proprie azioni.

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Sicuramente non tutti gli psicopatici diventano criminali, tuttavia è spesso un gran tratto distintivo dei serial killer. L’FBI definisce la psicopatia come un disturbo della personalità, che può manifestarsi nel fascino, nella manipolazione, nell’intimidazione, ma anche in atti di violenza per controllare gli altri e soddisfare i propri bisogni egoistici. Un altro tratto comune nei serial killer è la parafilia che implica comportamenti o impulsi sessuali atipici, caratterizzati da intense e ricorrenti fantasie sessuali. Questi comportamenti sono stati associati a vittime di abusi sessuali durante l’infanzia. In termini psicodinamici, la libido omicida è spesso una conseguenza della parafilia, accompagnata da precoci interessi per la pornografia e ossessionati dalla violenza e dal voyeurismo. Altro tratto terrificante sembra essere il fatto che questi soggetti non incutono timore. Si relazionano il più delle volte in modo cordiale, gentile, loquace. Contrariamente agli stereotipi e ai luoghi comuni che descrivono i serial killer come creature mostruose che dimorano negli angoli più nascosti e oscuri della città, ciò che colpisce di loro è che spesso hanno figli e riescono ad avere successo nella vita.

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Sembrano esserci diverse motivazioni che spingono un soggetto ad uccidere: la sete di potere, la paura del rifiuto o dell’abbandono, il senso di inferiorità, la frustrazione sessuale, la mancanza di approvazione da parte delle figure genitoriali sono tra i motivi più accreditati. La rabbia, così, diventa l’emozione pregnante che motiva il comportamento omicida il più delle volte. È quindi per colpa di un’infanzia orribile che sono diventati serial killer? La domanda che spesso ci si pone è com’è possibile che due bambini possano subire gli stessi traumi, ma mentre uno li supera l’altro uccide? È una domanda che ha portato per più di 250 anni ad un accesso dibattito in cui ci si chiede: Serial killer si nasce o si diventa? 

Ricerche all’avanguardia nel settore della neurocriminologia cercano di determinare se esiste una predisposizione innata ai comportamenti violenti. Esistono studi di neuroimaging e risonanza magnetica funzionale che identificano differenze neuroanatomiche sostanziali tra il cosidetto cervello normale e quello di uno psicopatico. Ci sono delle componenti neurobiologiche che rivelano come alcuni individui posano essere più predisposti di altri. Il dottor Adrian Raine, professore di criminologia dell’università della Pennsylvania, ha pubblicato uno studio sull’imaging neurocerebrale di criminali violenti e assassini  osservando un’attenuata attività nelle aree cerebrali associate alla consapevolezza, all’elaborazione di emozioni e alla sensibilità alle emozioni. Il killer denota compromesse funzioalità nella corteccia prefrontale, l’area che controlla e orienta il comportamento.

Raine chiama questa parte del cervello il nostro angelo custode comportamentale. In questi studi però furono analizzati assassini spinti dalla collera, si parlava di omici d’impulso e non degli spietati e metodici omicidi dei serial killer. Quest’ultimi al contrario, presentano una corteccia prefrontale altamente funzionale. Tuttavia compromesse sono le funzionalità di una piccola, ma essenziale parte del sistema limbico: l’amigdala. Essa gestisce emozioni, empatia, coscienza e rimorso. Nei serial killer questa parte anatomica è del 18% circa più piccola. Questo potrebbe spiegare perchè riescano ad uccidere senza provare rimorso. I neurocriminologi hanno scoperto un altro importante indicatore biologico di comportamenti pericolosi e antisociali: la ridotta frequenza del battito cardiaco a riposo. Teorizzano che grazie a questo il killer non esperisce la paura allo stesso modo. Sono quindi più violenti e disposti a correre rischi perchè meno impauriti dalle conseguenze. Un’altra teoria è che possano pensare che la vita sia così monotona da cercare stimoli più intensi che possano farli eccitare al punto di soddisfarli.

L’annosa questione rimane la stessa: è una cosa innata o acquisita? I neurocriminologi non sostengono che la biologia sia la sola causa di questi comportamenti, imputandola invece a molti fattori.

La natura gioca un grande ruolo, poichè predispone l’individuo ad essere in un determinato modo piuttosto che in un altro. Tuttavia, sono l’educazione, la socializzazione, il tipo di famiglia in cui si cresce e l’infanzia vissuta che attivano o inibiscono certi comportamenti.

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La scienza parla di una nuova anatomia, o biologia del crimine, che spiega come la combinazione tra predisposizione innata e ambiente educativo possa contribuire ad aggravare certi tratti individuali. Si può affermare con sicurezza che nessuno nasce cattivo, ma che tuttavia alcuni soggetti sono più a rischio di altri di diventare possibili criminali.

Le ricerche dello psicologo Joel Norris, hanno identficato come il serial killer passi attraverso diverse fasi:

  • Fase aurorale: il killer inizia a perdere contatto con la realtà
  • Fase di puntamento: il killer va alla ricerca di vittime che corrispondano alle sue fantasie da soddisfare
  • Fase di seduzione: il killer adesca la sua vittima
  • Fase di cattura: la vittima è intrappolata
  • Fase omicidaria: il killer conclude il proprio ciclo omicidario togliendo la vita alla vittima. Questa fase rappresenta simbolicamente il rituale che riunisce il killer con i ricordi d’infanzia a ruoli invertiti. A differenza dell’infanzia, adesso è lui ad avere il controllo della situazione, potendo fare ciò che desidera della vittima. Torture, stupro e umiliazioni spesso precedono l’omicidio. Queste pratiche depersonalizzano la vittima, rendendola priva di identità. L’omicidio è duplice: psicologico e organico. Alcuni di loro provano piacere nel rimanere con la vittima dopo averla uccisa, cosa che a volte degenera con atti sessuali (necrofilia).
  • Fase totemica: il killer spesso conserva ricordi o anche parti del corpo delle vittime nel tentativo di rimanere aggrappato a quella sensazione di controllo. Diventano trofei che ricordano l’atto di aver ucciso.
  • Fase depressiva: dopo l’omicidio la foga del killer si placa facendolo tornare alla realtà. Talvolta può insorgere depressione che viene superata uccidendo nuovamente. Il killer può soffrire per una mancata soddisfazione delle proprie fantasie fino a tentare il suicidio. Le sue fantasie, così, diventeranno ancora più concrete portandolo a ripercorrere le fasi precedenti, culminando in un ciclo sanguinolento senza alcun rimorso e possibilità di espiazione.
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